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Recensione

I I cinesi non muoiono mai copertina

I cinesi non muoiono mai di Raffaele Oriani e Riccardo Staglianò

Lavorano, guadagnano, cambiano l'Italia e per questo ci fanno paura

"Se avessi votato, avrei senz'altro scelto Berlusconi. È un grande imprenditore, uno che lavora e ha fatto i soldi. Renderà la vita più facile agli imprenditori come noi. Ma non ho votato perché non ho tempo."

Imprenditore cinese di Matera

Dalla Chiesa, Caselli, Colombo, Rossi: un incontro sulla mafia cinese in Italia
   


Si apre con le bufale e i pregiudizi questo saggio che tutti dovremmo leggere prima di parlare. 
Perché, e questo sì, è vero, la comunità cinese in Italia è tra le più impenetrabili e difficili da conoscere. Anche per ciò sono nati quei luoghi comuni che vengono sparsi qua e là nei discorsi di tutti quando si parla di cinesi. "Non muoiono mai", "non ho mai visto un funerale cinese"... una delle tante convinzioni dure a morire
E se uno magari un po' in vista manca, il rischio è che i giornali titolino, come è accaduto a Torino, "Muoiono anche i cinesi", sconvolgendo il figlio della povera donna scomparsa che fungeva da "caso" di cronaca.


Oggi sono centocinquantamila i cinesi stimati in Italia e rappresentano la più numerosa comunità d'Europa. 
Nelle nostre città piccole e grandi aprono magazzini all'ingrosso, negozi, bar, ristoranti, laboratori. In alcuni casi interi quartieri sono diventati piccole Chinatown. Un'impresa straniera su sette è cinese. E molte aziende italiane sono diventate di proprietà cinese continuando (e questo è l'aspetto più imprevisto) a impiegare quasi esclusivamente nostri connazionali. Eppure le informazioni che abbiamo sulle loro tradizioni, sulla cultura, sul modo di vita sono ancora poche e strettamente legate ai vecchi stereotipi e alle prime generazioni di immigrati. 
Ma chi sono veramente i cinesi che vivono in Italia e come vivono?  


Il libro estende la sua visuale su tutta l'Italia dal Nord al Sud raccontando un mondo iperattivo, che non ha paura di affrontare nuove sfide, di chiudere un'impresa e aprirne un'altra, di spostarsi da un luogo all'altro, di fare notevoli sacrifici, di non prendere mai un giorno di vacanza, di chiedere ai ragazzini di aiutare la famiglia nella sua attività e ai parenti il sostegno economico che non viene mai negato e sempre restituito, un mondo in cui anche le donne devono lavorare duramente ma possono fare carriera. 
L'Italia dei cinesi non è un Paese per vecchi.
Nelle sue interviste Staglianò racconta della difficoltà di entrare in contatto con i cinesi che vivono in Italia. Difficoltà di ordine culturale (indispensabile essere presentati da un intermediario fidato), pratico (i cinesi pensano che sia tempo perso parlare con i giornalisti e che sia tutto sommato meglio spendere le proprie ore lavorando anziché parlando), logistico (appuntamenti rimandati molte volte).
Ma alla fine i due autori sono riusciti a raccontare un universo basato sull'efficienza e la produttività, evidenziandone anche gli aspetti meno conosciuti.


L'amore per il gioco d'azzardo, per esempio. Le case da gioco di Venezia, Saint Vincent, Sanremo e Campione sono ormai stelle fisse nell'immaginario di gran parte dei cinesi "italiani". O la religiosità, il buddismo, ovviamente, ma anche il cristinesimo, "i credenti con gli occhi a mandorla si moltiplicano. Un'espansione poco visibile perché non ha, come invece quella degli immigrati islamici, bisogno di nuovi e diversi luoghi di culto". O, ancora, la capacità di ricreare in Italia un modo di vita e un lavoro lasciato in patria, come il caso degli operai specializzati che faticano nella cave della pietra di Luserna, più di mille tra Barge e Bagnolo, nel Piemonte Occidentale, che sudano in silenzio e vivono come nei loro paesi, quando spaccavano il granito. 
"Lavoro faticoso, successo garantito".


Le prime pagine

Questo libro 

L'Italia dei cinesi non è un Paese per vecchi. Quella degli italiani, apparentemente, sì. Ci sono digressioni che fanno solo perdere tempo, altre che ne fanno risparmiare perché quando arrivi a destinazione hai le idee più chiare di prima. Passare da Pechino per raccontare Roma appartiene alla seconda categoria. O almeno questa è la scommessa del libro che avete in mano. Eravamo partiti con l'idea di raccontare una parte del nostro Paese, la comunità più misteriosa e inaccessibile, i cinesi appunto. Poi ci siamo resi conto che fissare loro era come guardarci in uno specchio deformante. Eravamo ancora noi i tipi riflessi nel vetro, ma imbolsiti, pigri, rassegnati, spaventati da tutto. Gli immigrati che ci stavano davanti invece avevano ancora l'energia e il coraggio dei nostri anni Cinquanta, le figure robuste e scattanti del nostro cinema in bianco e nero. Una constatazione che, sulle prime, ci ha fatti sentire un po' a disagio. È come se, vedendo loro che cambiano città, lavoro, vita come noi ormai sappiamo fare solo con il modello di cellulare, potessimo contare esattamente quanti chili e rughe abbiamo messo su in pochi anni. Smaltito l'imbarazzo, ci è parso che valesse tanto più la pena provare a capire chi sono: in un certo senso si trattava di decifrare loro per mettere meglio a fuoco cosa abbiamo perduto noi.

Da Nord a Sud questi formidabili rabdomanti di opportunità ci aiutano a riscrivere la geografìa dello sviluppo. Sulle montagne cuneesi li abbiamo visti spaccarsi la schiena e riempire il portafogli nella lavorazione di pietre antiche su cui i locali avevano messo una croce. Nelle campagne del vercellese hanno ripopolato campi mai così affollati e alacri dagli anni Sessanta. Con l'acqua ai polpacci e un'umidità equatoriale i mondini cinesi sfidano ogni buon senso nostrano indignandosi se il padrone non li fa lavorare abbastanza. E poi le loro multinazionali, che hanno visto nella nostra economia ingrippata una lunga serie di potenzialità. Armate di tanti soldi e altrettanta modestia, hanno salvato marchi storici e rimesso in carreggiata gruppi in caduta libera. Nello stakanovista Nordest i cinesi hanno zittito l'allarmismo leghista parlando la stessa lingua della gente del posto. Quella delle tre parole chiave: lavoro, lavoro, lavoro. Il medesimo esperanto che ha consentito loro di farsi capire anche nel profondo Sud. A Matera, quando i distretti dei divani hanno cominciato a segnare il passo, senza l'entrata in scena dei cinesi sarebbe stata dura evitare la catastrofe. Gli operai locali si sono messi in fila per la cassa integrazione, loro si sono messi insieme per aprire fabbrichette. E quando a Milano e a Prato certi quartieri hanno cominciato a spopolarsi, si sono inventati le Chinatown. Che prima hanno fatto la fortuna di chi ha venduto loro case e negozi a prezzi maggiorati, poi la rabbia di quelli che non sono stati così lesti e adesso si ritrovano a convivere con vicini tanto rumorosi, laboriosi, diversi. 

© 2008, Chiarelettere 

Raffaelle Oriani e Riccardo Staglianò – I cinesi non muoiono mai 
236 pag., 14,60 € – Edizioni Chiarelettere 2008 (Principioattivo)
ISBN 978-88-61-90047-9


Gli autori

Raffaele Oriani è giornalista di “Io donna”, il settimanale femminile del “Corriere della Sera”. È autore di Pompei. Scene da un patrimonio (I libri di Reset, 1998) e A nord. Volti e storie dal tetto d'Europa (Editori Riuniti, 2000).

Riccardo Staglianò è giornalista de “la Repubblica”. Nel 2001 ha vinto il Premio Ischia di Giornalismo, sezione giovani. È tra l’altro autore di Bill Gates. Una biografia non autorizzata (Feltrinelli, 2000), e L’impero dei falsi (Laterza, 2006).  




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28 luglio 2008 Di Giulia Mozzato

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