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Recensione

Chi ha paura dei cinesi? copertina

Chi ha paura dei cinesi? di Lidia Casti e Mario Portanova

C'è una Cina proprio all'angolo di casa nostra e questo libro ce la racconta con lo sguardo di chi c'è entrato, di chi ha passato serate nei karaoke sorti nelle città italiane, è andato a funerali e matrimoni, ha visto i laboratori clandestini e ha studiato il sistema di organizzazione della vita e del potere nelle tante Chinatown italiane. Così coloro che hanno paura dei cinesi potranno, lo affermano gli autori nell'introduzione, avere "qualche spunto per preoccuparsi di più e qualche motivo per tranquillizzarsi un po'. Gli altri, arrivati all'ultima pagina, potranno semplicemente dire di conoscerli meglio".

Dalla Chiesa, Caselli, Colombo, Rossi: un incontro sulla mafia cinese in Italia  


Il libro si apre con una testimonianza del 16 aprile 1942. A scrivere del disturbo provocato dagli internati è il direttore del "campo di concentramento" di Torriccia, paesino ai piedi del Gran Sasso: un centinaio di cinesi erano stati confinati in alcuni palazzi di quel paese trasformati in campo di reclusione, là rinchiusi semplicemente perché appartenenti a una etnia nemica. Arrivati da pochi anni in Italia, e non molto numerosi, si erano concentrati prevalentemente a Milano, Bologna e Torino.
Dopo le lamentele del direttore, i reclusi vennero spostati da Torriccia  e mandati in un altro  paese della zona. Il Vaticano intanto aveva inviato ad assistere quella piccola comunità padre Antonio Tchang Kan-I che si può considerare l'unico partigiano cinese della Resistenza italiana. Il prete venne arrestato il 22 ottobre 1943, condannato a morte per aver aiutato dei prigionieri inglesi e per il possesso di armi , era però riuscito fortunosamente a fuggire e si sa che successivamente ritornò in Cina.


L'episodio raccontato in apertura del libro introduce alla successiva cronaca dell'arrivo e dell'insediamento prima al Nord e poi nel centro Italia a partire dagli anni Venti/Trenta che testimonia come la presenza cinese in Italia fosse stata vissuta con un certo sospetto fin dall'inizio: troppo diversi nella lingua e nelle abitudini, troppo facile costruire intorno a loro "leggende metropolitane" di pura fantasia, ma dure a morire.
Una notazione curiosa: il primo ristorante cinese fu aperto a Milano nel 1962 e la recensione dell'evento fu affidata dal "Corriere della Sera" a Dino Buzzati.


Ma eccoci portati dagli autori ai nostri giorni. Siamo a Milano in Paolo Sarpi, a Prato in via Pistoiese, a Roma nei pressi di Piazza Vittorio: tutto molto meno esteso e meno vistoso di quello che i giornali possono far immaginare. Qui nessun dragone annuncia l'ingresso nelle Little China, non siamo né a New York né a San Francisco. Ecco invece una serie infinita di negozi non belli, tutti uguali con mercanzia molto economica...
Se fino a una quindicina d'anni fa tutto sembrava filare liscio, la rapidissima crescita del numero di cinesi giunti nelle nostre città, tra loro non omogenei e spesso in lotta, ha iniziato a creare problemi e "tutti i nodi sono venuti al pettine" il 12 aprile 2007 a Milano.


Tensione tra gli abitanti italiani organizzati nel comitato Vivasarpi, sommato a una vera e propria rabbia dei commercianti cinesi che si sentivano vessati dalle nuove ordinanze restrittive: tutto ciò provoca, partendo da un futile pretesto, una vera sommossa.
Si apre una trattativa per spostare in una zona meno centrale i grossisti, ma gli interessi intrecciati di italiani e cinesi rendono difficile la soluzione e oggi... è tutto come prima.


Un intero capitolo è dedicato (ed è di grande interesse) ai laboratori e ai "topi", praticamente gli "schiavi" che vi lavorano un numero impressionante di ore e in condizioni non certo ottimali. Ma la vita dei cinesi in Italia non è solo lavoro, è anche tempo libero, è festa, è nozze e ricorrenze.
"I cinesi stanno sempre tra di loro, e non solo nella vita mondana. Hanno i loro ambulatori e i loro medici; la loro giustizia, le loro banche, i loro negozi, i loro giornali, i loro uffici di collocamento": questa opinione diffusa è di certo esagerata, ma non infondata. Miriadi sono infatti le associazioni che "tengono raccolti" i cinesi, istituito e ovunque si siano insediati. L'Associazione commerciale e industriale dei cinesi in Milano è la prima ad essere sorta nel 1968, ed è diventata poi un punto di riferimento a livello  nazionale.


Con il passare degli anni si è costruita anche una scala sociale tutt'interna alla comunità: esistono i ricchi borghesi che fanno una vita molto simile a quella dei corrispettivi italiani, con vacanze in posti esclusivi al mare e in montagna, belle macchine e belle case e poi i lavoratori più sfruttati e malpagati.  


Ed ecco che gli autori affrontano il tema più delicato: la situazione è davvero così complicata e pericolosa? le cosiddette "Chinatown" italiane sono davvero invivibili? La risposta si basa sui numeri: "a Milano, nel quartiere Paolo Sarpi nove residenti su dieci sono italiani. Dei circa quindicimila cinesi presenti in città, meno di un migliaio vive lì". È evidente però che essendo quello il centro economico della comunità, lì siano concentrati gli esercizi commerciali. Discorso analogo lo si può fare per la zona romana di Piazza Vittorio. Vengono poi elencati alcuni episodi di risse, feirmenti, rapimenti, uccisioni (sempre  e tutti interni alla comunità): stupisce che della criminalità organizzata cinese si sia parlato pochissimo da parte dei nostri organi di stampa. Se però facciamo un po' di statistiche, possiamo constatare che il numero di cinesi che delinquono è assolutamente pari a quello degli italiani e inferiore a qualsiasi altra nazionalità presente in Italia. Ma la cosiddetta mafia cinese non va proprio sottovalutata così come non vanno trascurati i legami con quella nostrana o il nascere di bande giovanili e di gang che si spostano da una città all'altra "su commissione".
Leggete l'ultimo capitolo, si parla di dove stanno andando le nuove generazioni, ragazzi tanto simili nelle abitudini e nei gusti agli italiani, nell'uso degli sms e nel modo di relazionarsi eppure ancora profondamente cinesi. Si parla del "po' di razzismo" che devono subire, ma che non drammatizzano ("gli scemi ci sono sempre") e si chiude con il bel lieto fine di una coppia di giovani, lui di Cuneo trapiantato a Milano, bello, abbronzato ed elegante (lavora nella moda) e lei una dolcissima ragazza cinese, attiva e intelligente: insomma un matrimonio riuscito.
Forse riusciamo, a fine lettura, ad avere qualche pregiudizio in meno e molte informazioni in più. Il fatto che poi gli autori ce le trasmettano in modo divertente aggiunge ulteriori meriti al loro lavoro. Di certo quella globalizzazione di cui tanti si parla e che permette di avere negozi e mercati con abiti, scarpe e borse a prezzi stracciati, significa anche avere a che fare con culture diverse. Un fastidio? Una ricchezza? Un'opportunità? Un problema? Probabilmente un po' di tutto ciò, ma sembrano dirci Casti e Portanova, l'importante è conoscere davvero ciò di cui si parla.


Le prime pagine



                                                                       Campi

«Alcuni internati cinesi di questo campo di concentramento per la loro condotta scorretta e per il loro contegno sprezzante si sono resi invisi alla popolazione civile e pertanto si impone che siano trasferiti in altro campo. Giorni or sono gli stessi ebbero a provocare col loro atteggiamento il giusto risentimento di alcuni cittadini fino a tanto da venire alle mani con questi. Sono persuaso però che tale provvedimento non varrà ad eliminare simili ed altri inconvenienti (come frequenza da parte dei cinesi nelle abitazioni private e nei locali pubblici, ed il costante contatto con la popolazione civile) che sono inevitabili per il fatto che il campo è posto nel centro abitato.

A ciò si aggiunga che gli internati, eludendo la sorveglianza degli agenti, spesso si allontanano dal paese per recarsi nelle colonie di campagna onde approvvigionarsi di generi alimentari soggetti a razionamento. Peraltro corre voce che i medesimi disturbino la tranquillità delle popolane che cercano di sedurre. Il permanere pertanto di tali inconvenienti farebbe desiderare che il campo di concentramento fosse tolto da questo Capoluogo, provvedimento che la popolazione tutta accoglierebbe con la massima soddisfazione, se si potesse trasferire specialmente lontano dall'abitato, evitando così ogni contatto degli internati con il popolo. A quanto detto è da aggiungere che i locali del campo, così come sono sistemati, mancano di ogni conforto igienico in quanto i pozzi neri costruiti nelle case destinate agli internati sono diventati inservibili per cui occorrerebbe provvedere d'urgenza allo smaltimento dei liquidi con una regolare fognatura, se non si vuoi provocare, con l'approssimarsi della stagione estiva, lo svilupparsi di eventuali malattie epidemiche...»
È preoccupato il direttore del campo di concentramento di Tossicia quando scrive questa lettera al ministero dell'Interno il 16 aprile 1942, anno ventesimo dell'Era fascista.
Ha i suoi buoni motivi. Di quel paesino incantevole sulle colline ai piedi del Gran Sasso, in provincia di Teramo, è anche il podestà. Tutti quei cinesi in giro che turbano la tranquillità dei contadini, almeno se ne stessero per conto loro invece di avvicinarsi alle case a importunare le donne. Così non si può più andare avanti. Il Regime gli ha giocato davvero un brutto scherzo. Certo, i cinesi da qualche parte devono essere rinchiusi. Ma, come si direbbe oggi, not in my backyard.
I primi erano arrivati in Italia da pochi anni e all'improvviso si erano ritrovati in una posizione pessima. Stranieri di cittadinanza nemica. Il 10 giugno del 1940 era entrato in vigore il regio decreto sull'applicazione della legge di guerra nei territori dello Stato. Il primo giugno, una circolare del ministero dell'Interno già ordinava di arrestare e tradurre in carcere «le persone pericolosissime sia italiane che straniere di qualsiasi razza, capaci di turbare ordine pubblico aut commettere sabotaggi o attentati». Di fatto, vennero internati «civili stranieri la cui pericolo-sita era riconducibile al fatto di essere "nemici"» scrive Carlo Spartaco Capogreco nel suo approfondito studio sull'argomento, I campi del duce.


© 2008, RCS Libri

Lidia Casti e Mario Portanova – Chi ha paura dei cinesi?
233 pag., 9,80 € – Edizioni BUR 2008 (Futuropassato)
ISBN 978-88-60-88594-4


Gli autori

Lidia Casti è esperta di lingua e cultura cinese. Documentarista, ha collaborato a numerose produzioni, tra cui, per Rai Uno, La lunga marcia di Enzo Biagi.
Mario Portanova scrive per “Diario” e “l’Espresso” e collabora con la trasmissione Blunotte-Misteri italiani. Ha pubblicato Mafia a Milano (1996), con Franco Stefanoni e Giampiero Rossi, e Altri mondi (2003). Per BUR Futuropassato, ha firmato l’episodio Compagno celerino di Sbirri (2007).



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28 luglio 2008 Di Grazia Casagrande

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