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Recensione

Non chiamarmi zingaro copertina

Non chiamarmi zingaro di Pino Petruzzelli

Con un contributo di Predrag Matvejevic

"L'uomo non nasce mendicante, ma lo diventa. E non lo diventa soltanto di propria volontà. L'accattonaggio è l'ammonimento agli uomini veri e alle fedi sincere: a quelli chiamati a dare a ciascuno il pane, a coloro che non dovrebbero dimenticare la carità."

Predrag Matvejevic



Tutto inizia quando, ad Ancona, l'autore affida a Dragan, uno zingaro ex "calderaio" (lavorava il rame e faceva pentole, antico mestiere rom) il lavoro di trasporto di vario materiale per  l'allestimento di uno spettacolo teatrale. Doveva. con tanto di permesso del Comune, ritirare un pianoforte da una ditta sponsor della manifestazione. Mostrato il documento, ma riconosciuto dal titolare come zingaro, non solo  non gli viene consegnato il pianoforte ma è anche minacciato di denuncia. "Fu grazie a quel pianoforte che iniziai a vedere lo zingaro da un diverso punto di vista", dice Petruzzelli.

L'inutile ricerca di libri sull'argomento e poi un colloquio con un amico della comunità di Sant'Egidio da tempo impegnato sul tema: "Quando siamo lì ricordati di non chiamarli zingari. Quelli che noi chiamiamo zingari in realtà si dividono in due grandi gruppi: i rom e i sinti. Per capirci, i rom sono quelli dell'Est europeo mentre i sinti sono quelli dell'area germanofona." Con almeno questo minimo rudimento Petruzzelli incontra per la prima volta un gruppo rom a Genova, la sua città. Ma altre comunità vengono incontrate in Italia e in Romania da dove molti provengono: povertà assoluta e degrado, ma anche "successi" sociali (il medico, il prete, l'insegnante, il responsabile di antifurti in banca...).

Tra le tante storie colpisce il racconto di una storia d'amore. Mirko e Alma si amano, il padre di lei non consente al matrimonio, i due ragazzi fuggono e al loro ritorno al campo, come nella migliore tradizione, viene finalmente concesso il consenso. Mancano sette giorni al matrimonio, Mirko è per le strade a suonare il suo amato violino, Alma ritorna al campo con i sacchetti della spesa. Stanca, posa i sacchetti a terra e si appoggia a un contatore della luce. Una scarica elettrica la uccide. Mirko, posa accanto a lei nella tomba il suo violino che non vorrà suonare mai più.
Storia triste e piena di poesia che però suscita anche indignazione per due motivi: Mirko è nato in Italia, ha trent'anni, ma non è cittadino italiano, è considerato clandestino. I genitori di Alma, per paura, non hanno detto che il contatore che ha ucciso loro figlia era difettoso, e non hanno perciò chiesto al Comune di Roma un risarcimento, hanno mentito dicendo che era il frigorifero di casa loro il responsabile di quell'incidente.


Un altro incontro, tra i tanti, da segnalare è quello con il pittore sinto del Trentino, Mauso. Ecco alcune frasi del dialogosu cui tutti potremmo riflettere un po'.

"Tanti gagè il mondo lo guardano seduti davanti alla televisione e credono di conoscerlo. A erssere sinceri oggi anche molti sinti fanno così in quelle specie di lager in cui ci avete costretti a vivere. I campi nomadi. Volete abolire gli zoo e ci rinchiudete in quella roba lì. Sono come le riserve indiane: servono solo a controllarci. Rinchiudete lì dentro un numero incredibile di rom e sinti con le più diverse provenienze culturali e sociali e poi vi stupite se accadono problemi."

E poi storie di giostrai e di mestieri inventati, di amicizie e di ricordi e tanta amarezza per il presente. Un'incontro in vacanza, una dottoressa dalle origini rom inconfessate (anche il marito non ne sa nulla); e poi la difficoltà, anche per chi può, di farsi affitare una casa... 

"Noi non vi capiamo. Non riusciamo proprio a comprendere il perché di questi vostri continui maltrattamenti nei nostri confronti... Prima venite voi, poi i cani, poi i topi, poi i vermi e poi veniamo noi. Questa è la verità anche se non vorremmo e non vorreste sentirla."


L'ultima sezione del libro è dedicata al "Genocidio. La pesante eredità del passato". Si parla dapprima della persecuzione perpetrata in Svizzera dalla Pro Juventute del dottor Alfred Siegfried, dove i bambini rom venivano tolti alle famiglie e molte bambine sterilizzate: "in poco meno di quarantacinque anni furono rubati alle rispettive famiglie circa duemila bambini di cui più di seicento dalla Pro Juventute". Tale violenta persecuzione ebbe inizio intorno al 1926 e si concluse (dopo la denuncia di un giornalista) nel 1973. Oggi però, viene sottolineato i rom e i sinti hanno vita più facile in Svizzera che in Italia! Infine si ricorda il genocidio dimenticato, quello ai danni di rom e sinti nei campi di concentramento nazisti: .cinquecentomila persone , "si tratta, più o meno, degli abitanti di una città grande come Firenze. Cinquecentomila. È circa questo il numero di rom e sinti morti durante il nazismo".

Sul tema da non perdere la recensione del saggio di Antonio Moresco "Zingari di merda"  >>>



Le prime pagine


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Prima


Sì, deve essere andata proprio così. Fu il mancato arrivo di un pianoforte.
Si chiamava Dragan e mi era stato presentato da un amico di Ancona.
«È una brava persona. Ha bisogno di lavorare. Se puoi aiutalo. Ha quattro figli.»
Dragan era un rom «calderaio»: quelli che lavorano il rame e fanno le pentole. E le fanno così belle che dispiace usarle solo per bollirci la pasta o gli spinaci. E magari, quando te le trovi davanti, rimpiangi quel corso di cucina che ti sei lasciato sfuggire: con una padella così non ci puoi far friggere solo due uova strapazzate.
«Le mie pentole sono promesse — mi diceva Dragan — dipende poi dal cuoco mantenerle.»
Da diversi anni aveva appeso la sua arte al chiodo. Chi compra più pentole lavorate a mano?
Dragan viveva in una vecchia scuola abbandonata nella periferia di Ancona.

«Sto lì, nessuno la usa più quella scuola. Con quattro figli da mantenere ne ho bisogno. Mentre quelli del Comune decidono cosa farne io mi riparo dalla pioggia. Non ho la casa.»
«Non sei l'unico in Italia.»
«Che vengano anche gli altri qui. Io abito nella 4a B. C'è ancora libera la 1ª, la 2ª, la 3ª, la 4ª, la 5ª A. E poi la 1ª, la 2ª, la 3ª, la 5ª B! E poi c'è il piano di sopra: c'è tutta la C, la D e la E! Ci sono pure i bagni.»
Due più due, quattro. L'ironia di Dragan non faceva una piega.
Con un vecchio furgone, che a vederlo si sarebbe detto buono solo per lo sfasciacarrozze, l'ex artigiano si occupava di piccoli trasporti, guadagnandosi così da vivere.

Ero ad Ancona per lavorare alla seconda edizione di Uno spazio per il rispetto, un spettacolo-museo sulle culture di provenienza di chi, emigrando, ha scelto l'Italia come Paese di approdo.
Dragan lo avevamo preso a lavorare con noi: bisognava portare le sedie, montare il palco, sistemare i tavoli, le librerie e i monitor, e quel giorno c'era da ritirare un pianoforte. La sera si sarebbe esibita una pianista albanese.
La ditta di pianoforti era sponsor della manifestazione e aveva messo a disposizione lo strumento gratuitamente. Munito del buono d'ordine del Comune di Ancona con tanto di firma dell'assessore, Dragan si presentò in negozio. Chiese del titolare, e mostrò il documento. Restò in attesa. La reazione del proprietario, mi riferì qualche ora dopo Dragan, arrivò improvvisa, netta, tagliente. Una rasoiata in pieno volto.
«Il pianoforte a te io non lo do. So chi sei. Tu sei uno zingaro! Quel foglio del Comune chissà dove l'hai trovato. Fuori dal negozio altrimenti chiamo la polizia!»

Fui costretto a intervenire di persona per riportare alla ragione il titolare e farci consegnare il pianoforte.
«Spero che i miei figli non provino mai quello che sto provando io in questo momento» mi confidò Dragan mentre a bordo del suo furgone portavamo lo strumento a teatro.
Sì, deve essere andata proprio così. Fu grazie a quel piano¬forte che iniziai a vedere lo zingaro da un diverso punto di vista. Il suo.

© 2008, Chiarelettere

Pino Petruzzelli – Non chiamarmi zingaro
XXI-225 pag., 12,60 € – Edizioni Chiarelettere 2008 (Reverse)
ISBN 978-88-61-90050-9


L'autore



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11 luglio 2008 Di Grazia Casagrande

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