Ricerca avanzata
Recensione

Zingari di merda copertina

Zingari di merda di Antonio Moresco

"Nella presenza degli zingari c'è qualcosa che non è spiegabile secondo i soli parametri economici e sociali e che affiora da strutture precedenti che non si sono diluite del tutto, che questo strano, inspiegabile popolo ha conservato in sé attraverso il tempo e lo spazio."

Il libro è la storia di un viaggio verso la Romania compiuto da Antonio Moresco e Giovanni Giovannetti, editore e fotografo, sulla vecchia Bmw di Dimitru, uno degli zingari sgomberati dalla Snia, fabbrica dismessa e abbandonata dove lui e molti altri rom si erano rifugiati, vivendo di certo miseramente, ma con un tetto sotto cui ripararsi e un luogo dove vivere insieme alla famiglia.

Il viaggio non è né rapido né confortevole: la macchina si rompe, il paesaggio poco accogliete, gli incontri rari .

Ma ora dopo ora, in quelle intere giornate, Moresco si avvicina sempre di più alla conoscenza dell'universo rom, contraddittorio e complesso per il quale ogni semplificazione è assolutamente inaccettabile.
"Zingaro di merda" è un insulto (però è anche un modo affettuoso di rivolgersi a chi è fratello) che Dimitru, dopo averlo sentito tanto spesso rivolto contro di lui e contro i suoi, ama ripetere .
Zingaro di merda, appunto, costretto a vivere nel degrado dalla nostra società dei consumi, degrado che poi viene assorbito e così alla Snia c'era chi si prostituiva, chi faceva pagare una tassa d'ingresso ad altri rom disperati che vi cercavano rifugio. E insieme a ciò gesti di solidarietà, un senso profondo della famiglia, la ricerca di lavoro, accettato anche in nero, sottopagato, facendosi sfruttare per sopravvivere. "Perché ci sono differenze profonde anche tra gli zingari, non sono tutti uguali, come vengono dipinti da una parte e dall'altra. C'è una lotta profonda che si svolge anche nelle zone più buie e più disperate dell'esistenza, come in quelle apparentemente più illuminate e emerse".      

In quel viaggio l'autore viene a conoscenza (e noi lettori con lui) dei tribunali interni ai campi rom, dei giudizi insindacabili e severi che emettono a cui il "colpevole" è obbligatorio a sottostare pena l'espulsione dalla comunità.
I viaggiatori attraversano con quella macchina rumorosa e scassata, la Serbia e giungono in Romania a Slatina.
Mentre i due italiani vengono sistemati in albergo Dimitru "ha i suoi posti dove andare". In un paesaggio innevato raggiungono a piedi (la macchina si è rotta) il quartiere da cui molti rom erano partiti alla volta dell'Italia. Una povertà sconsolante, ha accolto quelli tornati in Romania dopo lo sgombero del campo, ma lo spirito di ospitalità è straordinario: Antonio e Giovanni vengono accolti con un affetto inaspettato. Le contraddizioni però emergono anche qui ed è sconvolgente la profferta da parte di un uomo del figlio piccolo a potenziali pedofili. E sorge subito la riflessione: sono molti gli uomini che di giorno sono razzisti e xenofobi, ma che notte si aggirano attorno a quei "ruderi subumani con il portafoglio pieno di soldi e la lingua fuori". Quel padre e quei "clienti" sono ugualmente ripugnanti e nulla li può giustificare: in quella miseria da parte di molti c'è un comportamento ben diverso, attento e protettivo nei confronti dei propri piccoli. Luci e ombre, oscurità e spiragli: questa è la realtà dei rom, in Romania come in Italia.

Il libro si apre poi a una riflessione più ampia. L'odio verso gli zingari ricorda la lotta tra sedentari e cacciatori, tra nomadi e stanziali all'origine della civiltà, percezione primordiale che in realtà è la consapevolezza ancora inconscia che gli spostamenti di questi piccoli gruppi sono l'avanguardia di migrazioni massicce, inevitabili e impossibili da fermare perché frutto di un sistema economico che penalizza i più deboli e di disastri ambientali ormai prossimi. E forse c'è anche la consapevolezza che  gli "stupidi ostracismi" attuali  non serviranno a nulla per frenare quelle future migrazioni se non a rendere più dura la vita a chi è da molto o da poco tempo giunto in Italia.
Attorno agli zingari, da una parte e dall'altra, c'è molta demagogia, feticismo, proprio perché la loro diversità crea problemi, quando non addirittura spavento. Questo popolo senza una tradizione scritta, senza uno stato, senza un esercito, che sembra uscito dal nulla, diviso in mille rivoli e per niente solidale e unito, ma che mantiene a dispetto di tutto i suoi tratti inconfondibili disturba e sgomenta i più.


Il viaggio riprende. Dimitru, ora in compagnia di un altro uomo, è molto nervoso, deve accompagnare Giovanni e Antonio dove avevano sentito dire che gli zingari vivono sotto terra, cosa che a loro sembra quasi una leggenda metropolitana. Straordinarie le pagine in cui vediamo affiorare dalla terra, prima dei cani, poi degli stracci e poi una donna e un bambino, infine tante figure spettrali: tane per uomini, cunicoli puzzolenti. Le donne iniziano a gridare furiosamente contro i due italiani, incitando gli uomini  che diventano sempre più aggressivi. Giovanni intanto è sotto terra a fare fotografie, autorizzato dal compagno di Dimitru che abita proprio in quell'inferno sotterraneo. Riescono ad andarsene prima che saltino fuori i coltelli: turbati ascoltano dire a Dimitru, "lo vedi perché sono andato via dalla Romania?". Eppure ci sono zingari che vivono in sontuose ville a pagoda (anche tra loro le divisioni e le caste sono nettissime), così come infiniti sono i mestieri che quel popolo ha esercitato nei secoli.
Una notizia terribile dall'Italia raggiunge a Slatina i nostri viaggiatori: un ragazzo rom di vent'anni, sposato e padre di due figli, uno di quelli sgomberati dalla Snia, è stato investito da una macchina ed è morto. Immediata è la volontà di tornare in Italia, sapendo di dover affrontare anche là l'ennesima tragedia di quel popolo che non ha mai fatto una guerra contro nessuna nazione, ma che in realtà è in guerra con tutto il mondo.


© 2008, Effigie

Antonio Moresco – Zingari di merda
93 pag., ill., 15 € - Edizioni Effigie 2008 (Stellefilanti)
ISBN 9788889416730


Gli autori




Giovanni Giovannetti
è nato a Lucca nel 1955. Fotogiornalista, collabora con il principali giornali italiani; le sue fotografie sono riprese dalla stampa estera. Da oltre vent'anni lavora ad un archivio fotografico sulla letteratura contemporanea. Nel 1988 ha fondato l'agenzia Effigie, e nel 2004 la casa editrice omonima con collane dedicate alla poesia e alla narrativa italiana e straniera, al reportage, alla storia e all'educazione. Per l'editore Crocetti ha diretto la collana "Eidolon". Tra i suoi libri: Belfast. Appunti sulla realtà nord irlandese (1981), Diario polacco. Immagini di un anno di sindacato libero (1982), Genti (1983). e una serie di libri fotografici.
Le opere di Giovanni Giovannetti su Wuz.
Il sito di Effigie, agenzia foto, casa editrice, mostre



Sul tema leggi la recensione del saggio di Pino Petruzzelli "Non chiamarmi zingaro" >>>

Torna alla bibliografia-inchiesta sulle questioni più dibattute dell'Italia 2008
 >>>



11 luglio 2008 Di Grazia Casagrande

Commenti



Non sono presenti commenti su questo documento. Vuoi essere tu il primo a scriverne uno?
Già iscritto?
Iscriviti