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Recensione

Diciassette sillabe copertina

Diciassette sillabe di Hisaye Yamamoto


"Yoneko Hosoume divenne una libera pensatrice durante la notte del 10 marzo 1933, solo pochi mesi dopo aver conosciuto davvero Dio per la prima volta."

17 sillabe in cui condensare tutto il significato, ripartite in tre versi da cinque, sette e cinque sillabe ciascuno.
Questa è la regola fondamentale dell’haiku, come la descrive la madre di Rosie, nel vano tentativo di coinvolgere la figlia anglofona nella sua passione per questo tipo di breve componimento poetico della tradizione nipponica.

Come in un haiku, nei racconti della Yamamoto fugaci immagini e pensieri di una semplicità disarmante sono in grado di evocare tutto un mondo di emozioni, sentimenti, riflessioni.
Ed è proprio questa semplicità, insieme alla profondità e talvolta alla violenza delle emozioni raccontate, a rendere la lettura di questo libro così intensa ed appassionante.

Alcuni racconti sono visti attraverso gli occhi di bambini che muovono i primi dolorosi passi nel mondo degli adulti, come la piccola Chisato, con il suo “adultissimo” senso di colpa per aver accettato soldi da un uomo senza una gamba, sicuramente più povero di lei.
Altri hanno come protagonisti contadini emigrati dal Giappone negli Stati Uniti, incapaci di comprendere appieno la realtà che li circonda (anche perché spesso non in grado di parlare l’inglese).
La condizione di questi immigrati (vissuta in prima persona dall’autrice) è affrontata con delicatezza e dignità, e non c’è spazio per il vittimismo o per l’autocompatimento.
Eppure quella che traspare è una situazione drammatica, di razzismo e discriminazione, a causa della difficile convivenza con un popolo americano ancora avvezzo a identificare i giapponesi con il nemico, al punto da soprannominarli genericamente “Charley” (cioè “nemico”, nel gergo bellico).
Vi è chi accetta passivamente, quasi serenamente questa situazione, senza dubbio aiutato dalla semplicità del proprio carattere: Kazuyuki Matsumoto non si trova poi male nel campo di concentramento in Arizona (allestito per neutralizzare gli immigrati giapponesi durante la seconda guerra mondiale); certo, è stato spogliato di tutti i suoi beni, ma in fondo riceve tre pasti gratuiti al giorno e vive trai suoi connazionali.
Ma vi è pure chi si ribella a questa situazione, seppure solo interiormente, come Esther Kuroiwa che, sull’autobus per Wilshire, inorridisce nel constatare la propria gioia di non essere cinese, nel momento in cui invettive razziste sono rivolte alla coppia di cinesi che le siede accanto. Tuttavia si scoprirà poi incapace di comunicare al marito la profondità di quest’orrore.

I grandi avvenimenti storici e sociali del Novecento americano sono narrati attraverso le vicende più o meno quotidiane dei personaggi, cui fanno da sottofondo, ma su cui influiscono profondamente; come fa notare, riferendosi alla crisi del 1929, la giovane protagonista de La vita tra i campi petroliferi, un ricordo: "Negli anni, comunque, sono riuscita a mettere insieme questo o quell’altro evento casalingo con le date corrispondenti – i fiammeggianti anni Venti, la legge Volstead, Al Capone, il giovedì nero – e capisco che per tutto il tempo ci sono stati intorno a noi i segni della grande dèbacle". 
Ma quello che più ci colpisce, dopo aver letto questi racconti, è la strana sensazione di aver rovistato furtivamente trai pensieri più privati dei personaggi, quasi avessimo invaso la loro intimità.
Ciò è possibile grazie all’abilità dell’autrice nel descrivere anche le emozioni più sottili e sfumate, senza mai esagerare o cadere nel patetico, proprio come avviene in un haiku.

Titolo originale: Seventeen Syllables and Other Stories
Traduzione di Roberto Cruciani


Le prime pagine

                                     LE SCARPE CON I TACCHI ALTI. UN RICORDO 

Nel bel mezzo della mattinata, il telefono squilla. Sono l'unica in casa. Rispondo. Una voce maschile dice morbidamente: "Pronto, sono Tony".
   Io non conosco nessun Tony. Nessun altro in casa ha mai detto di conoscere un Tony. Ma la presentazione è molto affettuosa. Sottintende: "C'è una certa cosa che solo io e te sappiamo". È chiaro che ha digitato il numero sbagliato. Glielo dico: "Deve aver sbagliato numero", e mi preparo ad attaccare non appena sono sicura che abbia capito.
   Ma l'uomo risponde che questo è esattamente il numero che voleva chiamare. Per dimostrarlo declama lo pseudonimo con il quale questo appartamento, "à la Garbo", compare nell'elenco, l'indirizzo e il numero di telefono. E un nome originale e sono certa che è improbabile che esista una sola persona al mondo con quel nome. Gli dico semplicemente un frammento di verità, cioè che non c'è una persona con quel nome a questo indirizzo, e mi preparo nuovamente ad attaccare.


   Ma l'uomo mi blocca. Se non c'è una persona con quel nome, allora sembra che lui voglia parlare con me, chiunque io sia. Improvvisamente mi sento di malumore, sospettando una trappola nella quale verrò fastidiosamente imprigionata da parole, parole, parole, che mi imploreranno ardentemente di provare un qualche prodotto che non ha eguali in nessun'altra parte del mondo. Non che io non mi renda conto della vita priva di entusiasmo che spesso deve fare un venditore. E mi piace comprare cose. Se avessi i soldi, comprerei qualcosa da ogni venditore che si facesse avanti, dopo avergli permesso di scorrere abilmente o maldestramente (non è importante, in realtà) tutte le parole che è stato addestrato a ripetere. Poi, non solo per l'orgoglio del nuovo acquisto, ma anche per la consapevolezza che per un po' lui si sentirà incoraggiato, il mio umore si solleverebbe leggermente, portato in alto da ali di colomba. Ogni fine settimana, circondata fino alle ginocchia dai miei vari acquisti - il dentifricio Fuller, la ricevuta dell'abbonamento alla rivista che mi farà avere quel corso accelerato di nove settimane che tutte le ragazze vogliono con tutte le loro forze, una dozzina di bianche uova fresche di fattoria a un prezzo più basso della drogheria all'angolo, il primo volume dell'indispensabile Enciclopedia Illustrata di Medicina Casalinga in dodici volumi, le cianfrusaglie mirabolanti per un totale di almeno due dollari infallibili per assicurare un lavoro stabile a una veterana piuttosto giovane -potrei sospirare e sorridere radiosa. Sarebbe bello. Ma non ho i soldi, e il malumore in arrivo è diretto tanto a me che non ho i soldi, quanto all'uomo che probabilmente vuole mettermi in una situazione in cui dovrò farlo sentire un fallito.
   "Ed esattamente cos'è che vorrebbe?" chiedo impaziente.
   L'uomo mi parla, da uomo a donna. Nel crudo fraseggio del suo bisogno urgente, capisco che la certa cosa a cui alludeva il calore della sua voce è un segreto non del passato ma, con il mio consenso, del prossimo futuro. Lascio cadere la cornetta bruscamente sulla forcella da un'altezza di circa trenta centimetri. Poi esco e raccolgo qualche viola per Margarita, come stavo per fare prima che squillasse il telefono. Margarita è la mia vicina di sette anni. Non ha mai avuto un padre o una madre, solo tia e tio che non hanno il suo stesso sangue. La sua faccia pare cesellata con grande cura nella panna e nel marmo rosato. I suoi morbidi capelli castani le cadono in trecce fino alla vita. E in questi giorni, dal momento che la scuola cattolica è piena e non può prenderla, lei gironzola malinconicamente, con tanto tempo a disposizione per amenità come fare visita alla casa vicina per ammirare i fiori. Le viole che raccolgo per lei, giallo limone, viola scuro, violetto chiaro, marrone screziato, sono state piantate qui l'anno scorso da Wakako e Chester, una giovane coppia di nostri amici che hanno una grande abilità nel comprare all'ingrosso, e questa primavera sono rigogliose da matti, si estendono disordinatamente oltre la loro stretta aiuola e in una fioritura senza fine.
   Più tardi, c'è un leggero, timido, toc-toc-toc alla porta. È Margarita, che porta due calle, un paio di garofani e un alto stelo di amarillide con tre luminosi fiori rosso mattone e un bocciolo. Lei sfreccia via dalla veranda, giù per le scale e gira lungo lo steccato frontale coperto di edera prima che possa ringraziarla come si deve. Oh, be'. Porto il suo regalo nel portico sul retro, getto le calle appassite con il bordo marrone, con le quali è piombata da me la settimana scorsa, sciacquo il vaso di vetro blu, lo riempio d'acqua e ci infilo il nuovo mazzo di fiori. Ma ogni volta che le mani sono occupate con questi segni della sopraggiunta primavera e delle visite di Margarita, la mente ricorda cose furtive, poco piacevoli.

© 2008 Avagliano Editore Srl

Hisaye Yamamoto – Diciassette sillabe
276 pag., 15 € – Edizioni Avagliano 2008 (I corimbi)
ISBN 978-88-83-09250-3


L'autrice



Hisaye Yamamoto
, figlia di immigrati giapponesi, è nata in California nel 1921. 
I suoi racconti sono stati pubblicati su riviste e quotidiani, come la prestigiosa “Partisan review” e il “Los Angeles tribune”, e più volte selezionati per il Best american Short stories, il volume che annualmente raccoglie i migliori racconti in lingua inglese. 
Tra i riconoscimenti ricevuti, l’America Book Award della Before Columbus Foundation, consegnatole nel 1986 per il complesso della sua attività.




14 maggio 2008 Di Carlotta de Lorenzo

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