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Recensione

Quattrocento copertina

Quattrocento di Susana Fortes

“Credete quindi che la bellezza e il sapere non debbano essere alla portata di tutti?"
“Non fraintendermi, Luca. Dico soltanto che trattandosi di misteri capaci di generare tanto il bene quanto il male, l’artista ha il diritto e il dovere di ricorrere a un linguaggio oscuro, comprensibile soltanto ai suoi pari.”


Che il Quattrocento sia stata l’epoca più fulgida della storia italiana era già chiaro ai contemporanei: Francesco Guicciardini, lamentandone la decadenza, causata nel 1494 dalla calata del re francese Carlo VIII, ricordava: 
“Da quando l’impero romano cominciò a declinare […] mai l’Italia aveva sentito tanta prosperità, […] non solo abbondantissima d’abitatori, di mercanzie e di ricchezze, ma illustrata sommamente dalla magnificenza di molti principi, dallo splendore di molte bellissime città […] e fioriva di ingegni molto nobili in tutte le dottrine e in qualunque arte preclara e industriosa.”

Se un periodo storico, come succede ad alcuni luoghi, fosse proclamato dall’Unesco “patrimonio dell’umanità”, questo onore toccherebbe certamente al Quattrocento italiano, considerato in tutto il mondo il secolo della bellezza, tanto da attirare folle incessanti di visitatori sulle tracce dei suoi tesori d’arte che ancora indicano il cammino dell’ingegno umano verso l’armonia, la purezza del sentire, la perfezione.
L’esempio più recente del potere evocativo di questo secolo magico, possiamo trovarlo nel titolo di un romanzo storico appena pubblicato, Quattrocento opera d’esordio della giornalista spagnola Susana Fortes. 


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Senza bisogno d’altro supporto se non quel numero emblematico, siamo attirati nella Firenze di Lorenzo il Magnifico, nel vortice  d’intrighi che rappresenta il lato oscuro di quell’epoca luminosa. 

Dietro le facciate dei sontuosi palazzi rinascimentali, tra le colonne delle cattedrali, la lotta per il potere perpetrava tradimenti e crimini efferati. Ci sono tutti gli ingredienti per un thriller di successo, infatti in Spagna la prima edizione ha tirato centomila copie, e i diritti sono stati acquistati in tredici paesi, segnale inequivocabile dell’interesse suscitato dal nostro incantevole e scabroso Rinascimento. 


L’autrice, invitata alla Fiera del Libro di Torino, conferma: “È la storia il miglior romanzo giallo” e lei si è impegnata a indagare sui retroscena di uno dei più celebri attentati del XV secolo, la congiura dei Pazzi, avvenuta il 26 aprile 1478 nella cattedrale di Santa Maria del Fiore di Firenze, che costò la vita a Giuliano de’ Medici mentre suo fratello Lorenzo, sfuggito alle pugnalate dei sicari, sfogò la sua vendetta piombando la città in un bagno di sangue. 

L’idea del romanzo le è stata suggerita da una notizia apparsa su El Paìs nel 2004: un professore dell’Università del Connecticut, Marcello Simonetta, grazie a un codice cifrato del XV secolo aveva cercato di scoprire il vero responsabile della congiura contro i Medici. In seguito alla Fortes è stato affidato un reportage su Firenze per il supplemento del “Viajero” e ha approfittato dell’occasione per curiosare nell’Archivio di Stato e nella Galleria degli Uffizi, spinta da una curiosità quasi morbosa per la faccenda della congiura e dei crudi dettagli che la circondavano. 

Il romanzo si svolge nella Firenze di oggi alternando, secondo il collaudato modello del genere, due piani temporali: c’è una laureanda spagnola che svolge ricerche per la sua tesi su un pittore quattrocentesco, che non è mai esistito nella realtà, e attraverso i diari di questo pittore apprende particolari inediti sulla congiura dei Pazzi, appurando perfino l’identità degli insospettabili mandanti, legati – non poteva mancare! – a una diabolica setta i cui tentacoli si prolungano fino ai giorni nostri. 

La parte più suggestiva è la riproduzione della vita quotidiana nella Firenze rinascimentale, tra lusso e miseria, botteghe d’arte e afrori d’osteria. 

Titolo originale: Quattrocento
traduzione di Manuela Vallone e Rosa C. Stoppani

Appuntamento a Torino con Susana Fortes sabato 10 maggio 2008 ore 19,00 Sala Azzurra e dopo l'incontro (introno alle 20,00) allo Spazio IBS (Pad.2 k125 - j126) dove firmerà copie del suo romanzo.


Le prime pagine

Poter fare affidamento sull'identikit di un assassino è una priorità per qualsiasi indagine. Ma se il delitto è stato commesso cinque secoli or sono, le cose si complicano.
   Un dipinto del Rinascimento non può essere considerato una prova scientifica, tuttavia può rivelarci molte cose sulla vita dell'artista e sulle circostanze in cui egli è stato coinvolto. Non mi riferisco soltanto ai messaggi del quadro come opera d'arte, ma anche all'altra dimensione della superficie pittorica, cioè ai vari strati di pigmento, che ci raccontano la storia di un dipinto nello stesso modo in cui gli anelli del tronco di un albero ci rivelano la sua età biologica. Talvolta la psicologia del pittore viene « registrata » nella pennellata, nell'atto di levigare o di sfumare; altre volte perfino in un'impronta digitale. Secondo alcuni scienziati, infatti, i dipinti potrebbero racchiudere il DNA dell'artista, presente in tracce di saliva o di sangue. Tuttavia, considerando la precarietà dei mezzi con cui generalmente lavora una storica dell'arte, sarà meglio ignorare questa possibilità.
   Ero arrivata a Firenze con una borsa di studio della Fondazione Rucellai per scrivere la tesi di dottorato sul pittore Pierpaolo Masoni, conosciuto come il Lupetto, uno degli artisti più enigmatici e talentuosi del Quattrocento. Nel 1478, a causa di un incidente, Masoni era diventato cieco: aveva solo trentatré anni. Fortunatamente aveva avuto il tempo di portare a termine alcune commissioni importanti per la famiglia Medici, come la controversa Madonna di Nievole, e di lasciare traccia delle sue riflessioni in una serie di manoscritti preziosissimi per qualsiasi amante dell'arte. Eppure, fin dal primo momento in cui mi ero immersa in quei testi - conservati su uno scaffale al primo piano dell'Archivio di Stato di Firenze - le mie ossessioni erano diventate più quelle di un detective che di una studiosa del Rinascimento.
   All'inizio, la città mi aveva profondamente deluso. Firenze mi era parsa abbandonata al proprio destino, coi cestini dei rifiuti traboccanti, immersa in una cacofonia di clacson e sirene che frantumava il riflesso del suo passato rinascimentale. A poco a poco, tuttavia, mi ero abituata a quel respiro da bufalo affaticato. Avevo imparato a camminare per le strade senza incappare nelle orde di turisti che, a qualsiasi ora, invadevano gli stretti marciapiedi del centro storico. A seconda del momento della giornata, il guazzabuglio umano assumeva una forma diversa: dirigenti che uscivano di casa la mattina presto, armati di ventiquattrore e lasciando nell'aria una scia irrespirabile di dopobarba; bambini diretti a scuola, col berretto e con la sciarpa di Benetton; funzionari statali; frati; giapponesi che si facevano fotografare nientedimeno che sulle ginocchia dell'Oloferne di Donatelle; sposini che si baciavano sul Ponte Vecchio; motociclette che sfrecciavano rumorosamente fra i tavolini all'aperto dei ristoranti e centinaia di giovani di colore che, al tramonto, vendevano braccialetti e orologi a sei euro in piazza della Repubblica, battendo i piedi contro le lastre di pietra per contrastare il freddo. Gente di passaggio.
   In quella fiumana di passanti che ogni mattina prendevano d'assalto le strade, c'ero anch'io. Una passante piuttosto disorientata, a dire il vero, con una borsa di studio della Fondazione Rucellai, un contratto d'affitto di sei mesi procuratemi dal rettorato dell'Università di Santiago de Compostela, una valigia piena di libri e un paio di questioni personali che avevo bisogno di dimenticare. 

© 2008, Casa Editrice Nord 

Susana Fortes – Quattrocento
392 pag., 18,60 € – Edizioni Nord 2008 (Narrativa n.319)
ISBN 978-88-42-91543-0


L'autrice




07 maggio 2008 Di Daniela Pizzagalli

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