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Recensione

Impubblicabile! copertina
Lester Bangs

Impubblicabile!


"Volevo fortissimamente che la mia scrittura non contenesse accenti di verità, perché se li avesse contenuti sarebbe stata adolescenziale e quindi ottantamila volte peggio del giornalismo d'accatto."

Intelligente ed osceno. Immaginifico, delirante. Grafomane bulimico e goloso di tutto ciò che lo sconvolgeva, e lo dice Philopat, mica io. 
Signore e signori, vi presento la versione intima e ancora più visionaria del giornalista del rock, Mr. Lester Bangs. 
Una rock star tra le rock star, che in Impubblicabile! incontriamo anche nel privato, nei ricordi dell’adolescenza, nei racconti delle notti passate nei locali degli Hell’s Angels, mai sobrio o lucido, costantemente sotto l’effetto di qualcosa, fossero eccitanti, barbiturici, alcool o voglia irrefrenabile di scrivere. 
Lo vediamo alle feste fare incetta di medicinali negli armadietti di sconosciuti padroni di casa, e più tardi riportare febbrilmente su carta le impressioni e le illuminazioni, quasi in trance, in un vorticoso flusso di coscienza.  
Minimum fax raccoglie squarci inediti, confessioni, appunti e provocazioni di un Bangs che spara su musica, politica e successo con lo stile acido che lo ha reso inconfondibile, da degno figlio di Kerouac e Borroughs. 
Un gonzo journalist che ha scritto, aprite bene le orecchie, su RollingStone, New Musical Express, Creem, Village Voice, Penthouse e Playboy, per citare i più noti, con il piglio di chi non ha paura di niente, venendo licenziato in più occasioni perché ritenuto offensivo nei confronti dei musicisti.

La rock star è solo una persona, ripeteva spesso Lester Bangs, e questo la dice lunga sul suo punto di vista smitizzante, terrestre, che impauriva addirittura le dive della musica. 
Lou Reed, intendo Lou Reed proprio quello dei Velvet Underground, lo temeva per questa sua sincerità allucinata e schietta allo stesso tempo.

Impubblicabile! si apre con la notizia dell’attentato ad Andy Warhol e quello, il giorno dopo, a Bob Kennedy, raccontata attraverso la vena nevrotica e del tutto personale del ventenne Les, che dichiara, in barba a tutto quello che stava succedendo in America e nel mondo, di voler scrivere il più possibile, invitandoci a fare una gita guidata negli antri del suo cervello. 
Ed è questo quello che, in effetti, leggendo oltre, accade. In alcuni brani ci troviamo a gustare dichiarazioni vergognose e lungimiranti sul futuro della letteratura e del giovane Les come scrittore e giornalista. In un altro, ce lo troviamo davanti mentre assiste ad uno stupro di gruppo, descritto con quel distacco anfetaminico, quasi umoristico, necessario a citare la colonna sonora di quel momento: Otis Redding in I’ve been loving you a little too long. Prima o poi, ovviamente, ci imbattiamo nei Sex Pistols,  nei Pil, e perfino in Rod Stewart e Elvis, in che forma, dovete scoprirlo da soli.


Oltre alla scrittura, Lester Bangs aveva troppi altri vizi, che lo portarono anche a morirci, come una rock star: a 34 anni per una overdose di medicinali. 
Si dice stesse ascoltando l’album Dare, dei The Human League. La passione è passione. 

Brani tratti da: Mainlines, Blood Feasts and Bad Taste e Psychotic Reactions and Carburetor Dung
Traduzione di Anna Mioni


Le prime pagine

da DUE ASSASSINII E UNA SVELTA RITIRATA TRA NOSTALGIE PASTORALI 

Oggi hanno assassinato Andy Warhol; be', non dovrei dire «assassinato», gli ha sparato una tipa che in teoria voleva ucciderlo, e adesso è in gravi condizioni: ha il cinquanta per cento di possibilità, almeno così dicono. Oggi mentre ero dalla mia amica Andy ad ascoltare per la prima volta il nuovo disco di William Burroughs (mi è appena arrivato per posta) improvvisamente dalla camera da letto mi hanno chiamato gridando. Quando sono entrato, la madre di Andy mi ha dato la notizia. Per qualche motivo avevo la sensazione che si aspettassero di vedermi sconvolto, così ho emesso delle risatine false. In verità la notizia non ha avuto alcun effetto su di me, o quantomeno nessuno che si potesse misurare in positivo o in negativo, se non quel tipo di feeling che ti scatena un improvviso episodio surreale nella vita vera. Mi ha mandato fuori di testa, ecco cosa volevo dire. Quando si dice «mandare fuori di testa» non si intende niente che abbia a che fare con la tristezza o la felicità, si intende... BUM!, l'impatto improvviso di qualcosa che è pazzesco, incredibile, inverosimile, e mi sa che la si può definire una sensazione positiva. Poi la madre di Andy ha continuato, in tono neutro: «Una critica d'arte di New York gli ha sparato. Gli ha fatto saltare le cervella».
   «Cosa?! Ma allora è morto?»
   Andy si è messa a ridere. Sua madre ha rettificato il proprio surrealismo (sul giradischi Burroughs aveva appena detto: «Servizio notizie Trak... Non riferiamo le notizie, le scriviamo»): «No, è solo all'ospedale, in condizioni gravi». Sono rientrato in salotto e ho scritto sulla busta interna del mio album di Burroughs: «3 giugno 1968: giorno in cui hanno assassinato Andy Warhol». Sembrava più fico che scrivere «giorno in cui hanno sparato a Andy Warhol».
   Forse dovrei preoccuparmi di più. Una volta Warhol era uno dei miei eroi. Certo. Non sapevo un beneamato cavolo di lui, non avevo visto nessuno dei suoi film e nemmeno molti dei suoi quadri, ma avevo visto in tv uno speciale su di lui con i Velvet Underground che suonavano, e mi aveva mandato fuori di testa, e leggevo tutto quello che potevo sulle riviste, qua e là. A un certo punto, non mi ricordo bene quando, ho comprato un poster gigante della sua faccia, con gli occhiali da sole, e l'ho tenuto appeso per dei mesi. Non è un granché da vedere, o meglio non lo era, adesso non c'è più... cioè, non era una di quelle cose psichedeliche-rococò che si può stare a guardare per ore. Anzi, per dirla tutta era davvero brutto, e dopo un po'-ho continuato a tenerlo appeso solo perché volevo dei poster sul muro e quello era grande. Quando l'avevo appena comprato me lo tenevo proprio di fronte al letto e di notte, al buio, fissavo quel viso cercando di simulare un'allucinazione indotta dalla droga, finché non cambiava. Ma i cambiamenti non erano mai molto definiti, su quel viso non si vedeva molto, era solo un viso famoso, incredibilmente inespressivo, e forse proprio per quello era così famoso. Senza occhiali sembrava solo il tipico frocio stravagante, ma con le lenti da sole acquistava un aspetto da cemento gommoso, da muro di cemento. Per gradi, nel corso dei mesT, ho cominciato a scoprire che Warhol non c'entrava niente con i film che uscivano a nome suo. Roger ha conosciuto Warhol (o un impostore, si maligna da quel giorno) e Paul Morrissey, che a quanto pare è il vero autore dei film, quando sono venuti a tenere una lezione alla San Diego State University. Io non c'ero, ma mi dicono che Warhol aveva l'aria alquanto catatonica. Quando mi sono trasferito a Broadway ho appeso quel poster nel salotto e una sera, mentre tutti erano fatti di acido e in preda a un brutto trip, Jerry Luck ha fecalizzato la sua paranoia sul poster di Warhol: «Non lo sopporto quel tipo, mi guarda in continuazione! Bleah, quella faccia!» 

© 2008, minimum fax 

Lester Bangs – Impubblicabile!
137 pag., 14,88 € – Edizioni minimum fax 2008
ISBN 978-88-75-21154-7


L'autore



04 marzo 2008 Di Silvia Del Ciondolo

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