Ricerca avanzata
Recensione

Outlet Italia. Viaggio nel paese in svendita copertina
  • Cazzullo Aldo
  • Outlet Italia. Viaggio nel paese in svendita
  • Mondadori
  • 2007
Aldo Cazzullo

Outlet Italia

Viaggio nel paese in svendita

"Ma «outlet» ha pure un significato simbolico. È anche sinonimo di svendita. Liquidazione. Svalutazione. Perdita di valore. L'avvento dell'outlet è segno di un cambio che non riguarda solo i consumi e le abitudini. Il vero segno del nostro tempo, più di Internet più dei telefonini, è il degrado dei rapporti umani.Tutto, e tutti, tendono a diventare cose. Merci da comprare e da vendere. Tutto ha un valore e un prezzo: il cognome, le conoscenze, le informazioni. Persone come oggetti, e oggetti come persone."

Un'inchiesta sull'Italia nella pagine di Wuz


Veramente interessante, anche se deprimente per il ritratto che ne esce del nostro Paese, questo saggio di una delle maggiori firme del giornalismo italiano. Attraversando l’Italia, Cazzullo passa da un outlet all’altro, centri commerciali nati per sostituire quelle che erano luoghi di incontro, di scambio di idee, di conoscenza: le piazze.
Luoghi finti, non-luoghi direbbe Augé, eppure moltissimi entrano in questi regni del consumo, per trascorrere il tempo libero, più che per comprare qualcosa. Luoghi di controllo sociale in cui si orientano il gusto e gli interessi dei cittadini.


Terme, che ora si chiamano Spa, realtà piccolo-borghesi un tempo destinate alle cure mediche e ora alla cura di corpi che inseguono i miti di eterna bellezza e giovinezza. Donne e uomini che cercano là compensazioni alle mille frustrazioni e solitudini quotidiane. I villaggi turistici, sempre meno esclusivi e sempre più caratterizzati dal divertimento programmato da cui sono passati come intrattenitori personaggi diventati poi molto noti, come Rosario Fiorello.  
Vengono poi osservate le grandi città italiane: Torino, Genova, Bologna, Milano e, tra molte altre, naturalmente Roma, guardate nel loro radicale cambiamento culturale, prima ancora che economico.
Ma l’Italia è un grande paese che ha deciso di promuovere lo sviluppo di luoghi in cui l’elemento religioso si confonde con ben altri valori. Non sempre però prevalgono gli affari: una cosa è S. Giovanni Rotondo, altra è Assisi, sottolinea Cazzullo. Un Paese, il nostro fatto di periferie, di città di provincia da cui sono usciti politici di spicco, intellettuali, scienziati, economisti, ma anche serial killer nostrani, “mostri” da sbattere in prima pagina.

Passando attraverso una data discriminante, il 1980, ecco l’autore osservare l’Italia degli ultimi 20/30 anni.
La storica Tangentopoli e la nuova più piccola, ma diffusa tangentopoli: i troppi conflitti di interesse (viene lasciato volutamente in ombra il “conflitto d’interessi” per eccellenza, quello di Berlusconi) di politici e amministratori che hanno investito in imprese, cliniche, alberghi, assicurazioni (per lo più pubbliche) e che agiscono per il proprio vantaggio personale…

E poi l'incapacità di governare le città come lo Stato e il conseguente malessere diffuso, il distacco, l'insofferenza dei cittadini davanti alla politica.
Cittadini che peraltro hanno perso la capacità di essere solidali, di parlarsi e di amarsi, di fare insomma la loro parte, perché mai come oggi è vero il detto che ci si ritrova i governanti che ci si merita.


La presenza della massiccia e forse imprevista immigrazione degli ultimi anni ha aperto delle nuove questioni e dei nuovi problemi. Delle opportunità? Forse, ma Cazzullo sembra dubitarne, forse con un eccesso di cautela.
Sono quindi esaminate le abitudini quotidiane, i ristoranti giapponesi che si sono aperti al mondo proletario; i ricchi magri e i poveri grassi; i viaggi su treni sempre in ritardo; il successo e il posto fisso dei “figli di”; il paese dei maghi e delle pozioni, dei saldi e degli indebitamenti: in ogni caso un paese che desta preoccupazione e che sembra addormentato nel suo malumore e nel suo inerte rancore.


Le prime pagine

La domenica, le piazze italiane sono vuote. Quasi deserti gli stadi, le chiese, i cinema, i tradizionali luoghi della vita sociale. Sono tutti all'outlet.
Il lavoro mi ha portato in questi anni a passare la domenica pomeriggio a Pistoia, Piacenza, Trento, Latina, Alessandria. In giro non c'era nessuno, tranne gli extracomunitari. Gli altri erano all'outlet. Code di due ore all'uscita dell'autostrada della Val di Chiana e della Val Scrivia. E poi: Castel Romano Designer Outlet. Valmontone Fashion District. L'Autosole già spina dorsale del paese unisce un outlet all'altro: Fidenza, Barberino del Mugello, Incisa, Arezzo, Foiano della Chiana, Piano Romano, Valmontone appunto; una via Francigena tra Nord e Sud per pellegrini moderni. Il raccordo anulare di Roma è una corona che collega Ikea e megaspacci, Roma Est «il più grande centro commerciale d'Italia» e il Palacavicchi «la più grande discoteca d'Italia», a intasare ulteriormente l'anello dove fin da prima del Giubileo si lavora alla terza corsia.
È una mutazione avvenuta passo a passo, senza traumi, senza che quasi ce ne accorgessimo. A un certo punto si è smesso di andare in chiesa, al cinema, alla partita (o lo si è fatto in modo diverso: da devoto di Padre Pio, da cliente della multisala, da abbonato Sky). Non si è più andati in piazza, se non per cortei politici dai numeri moltiplicati per dieci.

La piazza non è una necessità dell'uomo; è, era uno specifico della cultura europea, in particolare italiana.
L'Italia degli outlet non è necessariamente una copia del modello americano: certo in America il centro commerciale, oltre che principale attrattiva turistica del paese con più turisti al mondo, è il luogo della vita, dove trovare le merci e anche il cibo, il divertimento, il denaro della banca, lo spettacolo, i rapporti umani; ma la piazza non esiste neppure nella cultura araba, dove il luogo sociale è il mercato. Non ci sono piazze là dove tutti vanno solo in macchina o solo a piedi, dove gli spazi sono troppo ampi o troppo angusti, dove ognuno sta per conto proprio o si pigia in un ammasso indistinto, che è la stessa cosa.
Nel centro commerciale le famiglie italiane si sono trovate subito benissimo. Al punto da cambiargli il nome. Outlet suona straniero, quindi accattivante. Le due parole non sono sinonimi. Dì per sé, «outlet» indica un posto dove gli stessi prodotti in vendita altrove, spesso quelli dell'anno prima, si possono comprare a prezzo più basso. In realtà, il successo dell'outlet non è dovuto tanto al fattore economico. Quella italiana resta l'economia occidentale su cui la grande distribuzione incide meno. (La regola vale anche per i beni necessari a tutti, come il carburante: nel 2006 solo lo 0,8% della benzina è passato attraverso le stazioni di servizio dei centri commerciali; i distributori sono 22 mila, il doppio che in Inghilterra, il triplo che in Spagna.) L'outlet non consente grandi risparmi, ma comunica una sensazione: si sta facendo un affare. Si sta fregando qualcuno: lo sprovveduto che ancora non va all'outlet, forse pure il venditore che non sa cosa vende; e quindi si sta praticando il vero sport nazionale, una cosa che ci piace moltissimo perché ci pare astuta e accorta. Per questo, outlet è parola magica, buona per designare l'ipermercato e la bottega, la grande superficie in cui si vende di tutto e la ve¬trina di via Condotti, di via Montenapoleone, della piazzetta di Capri.

© 2007, Arnoldo Mondadori


Aldo Cazzullo – Outlet Italia
289 pag., 16  € - Mondadori 2007 (Frecce)
ISBN 978-88-04-57266-4


L'autore



15 febbraio 2008 Di Grazia Casagrande

Commenti



Non sono presenti commenti su questo documento. Vuoi essere tu il primo a scriverne uno?
Già iscritto?
Iscriviti