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Recensione

Mio amato Frank copertina
Nancy Horan

Mio amato Frank



"Frank si sfilò un guanto, si chinò, e con la punta dell’indice tracciò tre linee nella neve. A Mamah sembravano raggi di sole disegnati da un bambino.
- È un simbolo gallese, significa 'La verità contro il mondo' -. Alzò lo sguardo verso di lei. - Vivere per ciò che è vero e bello non sarà un giochetto da ragazzi, lo so. Conosco un sacco di gente che si metterebbe a ridere se mi sentisse parlare così. Ma è tutto ciò che desidero in questo momento."


Mio amato Frank - Loving Frank in originale (e, come già ci è capitato, non possiamo non osservare la duttilità dell’inglese con l’uso del verbo “amare” al gerundio che può essere inteso come aggettivo), a significare una ricchezza di sentimenti del soggetto, oppure dare una visione più ampia, che include tutto quello che avvenne nel tempo in cui la protagonista fu legata da un sentimento d’amore per Frank. 

Frank è Loyd Wright, il genio innovatore dell’architettura organica, l’uomo al cui nome sono legati edifici mitici ed esemplari, come il Museo Guggenheim di New York - con quelle linee curve senza interruzione a suggerire la continuità dell’arte -, oppure la Casa sulla Cascata, il gioiello immerso nella natura, l’abitazione perfettamente armonizzata con l’ambiente, costruita per il magnate Kaufmann. 

Lei, Mamah Borthwick, sposata Cheney, lo aveva conosciuto nel 1903, quando Wright aveva progettato la casa di Oak Park su commissione sua e del marito. Per un certo periodo le due coppie si erano frequentate come amici - Frank Wright, la moglie e i sei figli, e i Cheney con i due bambini loro e la nipotina di Mamah. Poi l’amore. La passione. Travolgente. Di quelle che fanno ammalare. Che fanno sembrare il mondo buio e insignificante senza la presenza dell’altro. Che fanno credere di poter fare a meno di tutto pur di avere l’amato bene. Che giustificano tutto, anche l’abbandono della famiglia, in nome di questo amore. Confidando che gli altri capiranno, che una moglie gelosa perdonerà, che un marito tradito acconsentirà al divorzio, che i figli si riavvicineranno. E invece non è quasi mai così.


Mamah Borthwick Cheney,  1912 circa
In Mio amato Frank Nancy Horan ricostruisce la storia di questo amore, basandosi sulle molte biografie dell’architetto e sulle poche informazioni riguardo alla vita di Mamah, circondandoli di personaggi veramente esistiti e di altri in parte immaginari. La narrazione è in terza persona, eppure il punto di vista risulta essere quello di Mamah - un’intellettuale, una donna che si sarebbe trovata più a suo agio in un’epoca a venire, traduttrice dei saggi della femminista svedese Ellen Key, lei stessa una femminista. E tuttavia una donna che, nonostante tutte le idee, nonostante le belle parole, si sarebbe sempre sentita lacerata dentro, incapace di vivere senza l’uomo che amava e tuttavia con il pensiero rivolto ai figli che aveva lasciato. 

La storia d’amore tra Frank Wright e Mamah Cheney si legge con l’intensità e il coinvolgimento con cui si divorano i romanzi del genere, e però c’è qualcosa in più, la consapevolezza che, per quanto trasformata dalla finzione narrativa, quella che leggiamo è una storia vera

Restiamo anche noi irretiti dal fascino della personalità di un grande uomo, con tutte le sue debolezze e mancanze - un’invincibile tendenza a non saldare i conti, dando per scontato che un’opera d’arte si paga da sé -; viviamo gli alti e i bassi di una passione che suscitò uno scandalo nonché una curiosità morbosa da parte dei giornalisti (ricordiamo, in epoca ormai lontana ma molto più recente, l’ostracismo messo dall’America su Ingrid Bergman, quando l’attrice seguì Rossellini in Italia?); seguiamo il costruire di grandi case le cui fotografie sono sui manuali di storia dell’arte.


Frank Lloyd Wright

 Di Taliesin, soprattutto, la dimora che Frank fece costruire per loro due dandole il nome di un bardo gallese (la sua famiglia era originaria del Galles), la “casa della prateria” che doveva essere lo scenario del dramma finale, della distruzione nel fuoco e nel sangue. 
Perché mai come nella storia tra Frank e Mamah la parola amore si è coniugata con la parola morte: un servitore licenziato diede fuoco alla casa e massacrò ben sette persone che si trovavano a Taliesin in quel momento. 
La stampa rincarò la dose, con articoli che suggerivano una punizione divina per Mamah e per i suoi figli, morti in maniera atroce.

Come avviene per il balcone di Romeo e Giulietta a Verona, visitato da turisti che ancora si commuovono per la loro tragica morte, il lettore di Nancy Horan si ritroverà a cercare su Internet le foto di Taliesin, ricostruita da Frank Wright. In memoria di Mamah. Amata Mamah.

Titolo originale: Loving Frank 
Traduzione di Carla Palmieri

Il sito della Taliesin Preservation inc.


Le prime pagine

Taliesin - Spring Green (Wisconsin)
Era Edwin che voleva una casa nuova. A me, la vecchia villa con la su Oak Park Avenue non dispiaceva affatto. Era piena di ricordi d’infanzia e la trovavo rilassante, dopo tanti anni trascorsi lontano. Ed, invece, era preso dall'idea di avere una casa moderna. Chissà se ripensa ancora a quei giorni, se ricorda di essere stato lui il primo a desiderare un posto che fosse tutto suo. Appena tornati dal viaggio di nozze, nell'autunno del 1899, ci eravamo trasferiti nella casa in cui ero cresciuta per far contento mio padre che, rimasto vedovo, non riusciva ad abituarsi a vivere da solo. Ed ecco che a trent’anni, ormai avvezza a una vita solitaria e indipendente, mi trovavo a dividere pranzi e cene non soltanto con un nuovo marito, ma anche con mio padre e le mie sorelle Jessie e Lizzie, che venivano spesso a trovarci. Papà, nonostante i suoi settantadue anni, andava ancora in ufficio: dirigeva le officine ferroviarie della linea Chicago & North Western. Un giorno, non molto tempo dopo il nostro arrivo, mio padre rincasò dal lavoro, si raggomitolò nel suo letto e passò a miglior vita. Non era certo giovane, tuttavia io e le mie sorelle lo avevamo sempre creduto invulnerabile. La sua improvvisa scomparsa ci scosse profondamente, ma anche se non potevo saperlo, il peggio doveva ancora arrivare: dodici mesi dopo mia sorella Jessie morì dando alla luce una bambina. 
Come descrivere il dolore di quell'anno terribile? Del 1901 non ho che ricordi frammentari: ero come sonnambula. Quando il marito di Jessie ci fece sapere che gli era impossibile dedicarsi opportunamente alla neonata, chiamata Jessica come mia sorella, Ed, Lizze e io decidemmo di prenderla con noi, e poiché ero l’unica a non avere un impiego, toccò a me allevarla. All’improvviso, nel mezzo di un lutto profondissimo, la piccola riempì di gioia la nostra vecchia casa.
Vivevo dunque in un luogo traboccante di ricordi tormentosi, ma ero troppo indaffarata per affliggermi. Di lì a un anno nacque il nostro primo figlio, John, che iniziò a camminare molto presto.  All’epoca non avevamo ancora una bambinaia, e la domestica si fermava soltanto per alcune ore. Alla sera ero talmente esausta da non riuscire a tenere in mano un libro.


Taliesin - Spring Green (Wisconsin) nel 1925
D'altro canto, in tre anni di matrimonio non era stato poi cosi difficile essere la moglie di Edwin Cheney. Ed era gentile, poco incline alle lamentele, e giustamente orgoglioso di quelle sue doti. Nei primi tempi, quando rincasava dall'ufficio e quasi ogni giorno si trovava il salotto invaso di donne della famiglia Borthwick era sempre parso sinceramente contento di vederci. Edwin non è una persona banale, ma trae soddisfazione dalle cose semplici: i suoi sigari cubani, i viaggi mattutini sul tram affollato di colleghi e conoscenti, i piccoli lavori di manutenzione dell’automobile.
L'unica cosa che Edwin non è mai riuscito a sopportare, a dispetto di tutti gli sforzi che faceva quando ancora abitavamo nella vecchia casa, è il disordine. Le sue pietre di paragone sono le superfici dei mobili: i quotidiani in ordinata attesa sulla scrivania dell'ufficio; l’armadietto personale dove ripone la cartella e le chiavi quando ritorna a casa; la tavola imbandita come piace a lui, con un bell’arrosto fumante e le persone che ama radunate in attesa del suo arrivo.
Suppongo sia stato proprio l’ordine, o meglio la sua assenza, a spingerlo ad agire invece che limitarsi semplicemente a parlare di una nuova casa. Io cercavo di tenere tutto lindo, ma che si può fare quando si hanno tra i piedi due bambini piccoli e una sorella piena di buone intenzioni? Che si può fare di una casa vecchia e tetra con le finestre bloccate da strati e strati di vernice, i ghirigori di legno intagliato alle comici delle porte, le poltrone imbottite di crine dalle quali nessun battipanni potrà mai scuotere vent'anni di polvere?

© 2007, Giulio Einaudi editore


L'autrice



Nancy Horan
, scrittrice e giornalista, ha vissuto a Oak Park, Illinois, e recentemente si è trasferita su un'isola di Puget Sound. 
Mio amato Frank è il suo primo romanzo.

La recensione del New York Times
Il sito ufficiale






16 gennaio 2008 Di Marilia Piccone

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