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Recensione

Storia della bruttezza. Ediz. illustrata copertina
  • Storia della bruttezza. Ediz. illustrata
  • Bompiani
  • 2018
A cura di Umberto Eco

Storia della bruttezza


"Il bello ha dei canoni precisi, il brutto, invece, lascia spazio all'immaginazione, perché può ispirare sia disgusto sia pietà. E ogni epoca ha le sue regole." 

Il nuovo libro di Umberto Eco, in cui il celebre semiologo e romanziere, è ‘solo’ curatore fa pendant con La storia della bellezza pubblicata due anni prima (in commercio anche un cofanetto che riunisce i due titoli). 
Pendant è forse un termine riduttivo, giacché l’interazione fra i due testi è quasi perfetta a livello di impostazione, metodo, stimoli intellettuali: si tratta insomma di volumi speculari l’un l’altro, anche se magari forieri di nuovi ulteriori sviluppi (una Storia della medietà o una sulla ‘normalità’?). 
Ma, per limitarsi a La storia della bruttezza, che si può anche tranquillamente leggere (e sfogliare) da sola, senza tener conto dell’antecedente omaggio alla ‘beltade’ nel mondo dell’arte, della natura, del pensiero, occorre subito chiarire che va vista e quindi giudicata, proprio perché sul ‘brutto’, come un’opera e un’operazione fortemente innovativa. 

In fondo sulla bellezza i filosofi, gli scienziati, i letterati, gli artisti discutono fin dall’antichità, teorizzandone le regole che vengono più o meno rispettate o disattese nei vari contesti o fra le differenti epoche; ma in merito alle ‘brutture’ – nella vita come nell’arte, nell’estetica, nella letteratura - si è quasi sempre preferito tacere, quasi a volerle mettere tra parentesi: ‘brutto’, nell’accezione più vasta di orrido, tremendo, demoniaco, era qualcosa che non vantava e non poteva vantare una tradizione ermeneutica, poiché connaturata a un’idea negativa, pessimista, addirittura letale o dannosa dell’argomento medesimo o dei soggetti ad esso radicati. 
Infatti è solo da metà Ottocento, dunque in un’epoca vicina, rispetto ai millenni trascorsi a disquisire sul bello, che risalgono i primi discorsi organici sul brutto, ma di fatto è solo con questa Storia della bruttezza che Umberto Eco offre una trattazione organica, per certi versi esaustiva, almeno in riferimento, come egli stesso esplicita nella premessa, all’evolversi della civiltà occidentale. 
Il curatore, specificando all’inizio che in sostanza esistono tre grandi categorie – il brutto in sé, il brutto formale, il brutto artistico – svolge il tema per ordine cronologico, puntando soprattutto su letteratura, filosofia e arti visive: in tal senso il volume è una grossa antologia ricchissima di immagini sorprendenti e brani altrettanto significativi, quasi a ricordare le opere enciclopediche multimediali di cui lo stesso Eco era stato iniziatore su cd-rom negli anni Novanta: e forse non a caso ora tornate in cartaceo come allegati a testate giornalistiche. 
Ma entrambe le ‘storie’ (bellezza e bruttezza) sembrano anche un ulteriore tuffo nel passato ancor più ‘remoto’ perché ricordano, ad esempio, la splendida divulgazione de L’uomo e l’arte che Eco produsse assieme a Battisti, sempre per Bompiani, nel lontano 1969.


Le prime pagine

Pablo Picasso - Donna che piange

   In ogni secolo, filosofi e artisti hanno fornito definizioni del bello; grazie alle loro testimonianze è così possibile ricostruire una storia delle idee estetiche attraverso i tempi. Diversamente è accaduto col brutto. Il più delle volte si è definito il brutto in opposizione al bello ma a esso non sono state quasi mai dedicate trattazioni distese, bensì accenni parentetici e marginali. Pertanto,se una storia della bellezza può avvalersi di un'ampia serie di testimonianze teoriche (dalle quali si può dedurre il gusto di una data epoca), una storia della bruttezza dovrà per lo più andare a cercare i propri documenti nelle rappresentazioni visive o verbali di cose o persone in qualche modo intese come "brutte".
   Tuttavia, una storia della bruttezza ha alcuni caratteri in comune con una storia della bellezza» Anzitutto, noi possiamo soltanto supporre che i gusti delle persone comuni corrispondessero in qualche modo ai gusti degli artisti del loro tempo. Se un visitatore venuto dallo spazio entrasse in una galleria d'arte contemporanea, vedesse volti femminili dipinti da Picasso, e sentisse che i visitatori li giudicano "belli"?potrebbe farsi l'idea errata che nella realtà quotidiana del nostro tempo si ritengono belle e desiderabili creature femminili dal volto simile a quello rappresentato dal pittore. Tuttavia, questo visitatore spaziale potrebbe correggere la sua opinione visitando una sfilata di moda o un concorso di Miss Universo, in cui vedrebbe celebrati altri modelli di bellezza. A noi, invece, questo non è possibile; nel visitare epoche ormai lontane, non possiamo fare verifiche, né in relazione al bello né in relazione al brutto, perché di quelle epoche ci sono rimaste soltanto testimonianze artistiche.

© 2007, Bompiani

Umberto Eco - Storia della bruttezza
455 pag., 35 € - Edizioni Bompiani 2007 (Saggi Bompiani)
ISBN 978-88-45-25965-4


Il curatore



12 dicembre 2007 Di Guido Michelone

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