Ricerca avanzata
Recensione

Lo Lo sconosciuto copertina
Nicola Gardini

Lo sconosciuto


“La notte mio padre recuperava miracolosamente le forze che di giorno gli mancavano e cominciava a fare su e giù per il corridoio, fino all’alba. Soffriva di allucinazioni. Vedeva persone in casa e urlava loro di andarsene. Vedeva oggetti inesistenti che si chinava a raccogliere negli angoli…”

Un romanzo autobiografico commovente e doloroso che, senza mai abbandonarsi all’emotività sa rappresentare il disorientamento, la disperazione di chi vede la personalità, anzi la stessa persona di un proprio caro, frantumarsi vinta dalla malattia.

Un figlio, Nicola, che non ha mai molto amato e stimato il proprio padre, assiste alla graduale morte psicologica e psichica dell’uomo preda di una malattia irreversibile e devastante, l’Alzheimer.
Quell’individuo egoista e superficiale che tante volte si è arreso al destino senza saper reagire, che al fianco aveva avuto una donna sensibile e attiva da lui mai amata, che ha inseguito tante donne e che ha goduto dei piaceri più elementari, all’improvviso inizia a perdere alcune capacità: non ricorda molte cose, alcune parole gli sfuggono… Ogni giorno che passa rappresenta una piccola caduta: sparisce il ricordo di una strada, di un incontro, di un fatto accaduto poco prima.

Il figlio, tornato in Italia dopo aver vissuto negli Stati Uniti, diventato docente universitario non certo grazie al sostegno negli studi del padre, frequenta assiduamente la casa dei genitori, dapprima come semplice sostegno alla madre, poi perché sente il dovere di assistere, ogni giorno più sgomento, al progressivo scoprire in quell’uomo che aveva segnato la sua vita, un perfetto sconosciuto.

Le fasi della malattie procedono a balzi, un crollo, un periodo di stabilizzazione, un altro crollo e così via fino all’annullamento totale della persona. Uno di questi momenti di passaggio commuove Nicola: le parole liberamente accostate dalla mente malata del padre hanno un’essenzialità poetica, come se la parola uscisse nuda, senza orpelli, da un cervello che si aggrappa agli ultimi concetti rimastigli. Ma anche questo momento passa e lascia l’uomo sempre più incapace di gestirsi anche nelle piccole cose quotidiane.

Pur essendo irascibile nei confronti della moglie che ormai non riconosce quasi più, pretende la sua totale attenzione. Non sopporta poi le visite del figlio, tanto meno quelle degli estranei e diventa sempre più irrequieto. La mancanza di sonno, la fatica e lo stress debilitano sempre di più la madre di Nicola che decide di portare il padre in una struttura protetta, almeno per un po’: due mesi in un istituto potevano significare la sopravvivenza per la donna. Una prima reazione negativa sembra mettere in discussione questa scelta, ma  dopo una sola settimana il malato sembra essersi ambientato benissimo. Così Nicola va in America per tirarsi un po’ fuori dall’incubo, ma un malore della madre stremata dalla fatica di tutto quel lungo periodo di assistenza al marito, lo riporta a Milano. Dalla casa di riposo il padre viene trasferito per un periodo al Trivulzio dove l’assistenza medica è migliore, tanto che l’uomo pare rinvigorito e più calmo. Proprio per questo la moglie decide di riportarlo a casa. Un evento imprevisto viene a turbare quell’equilibrio fragile che si era creato: si fa vivo un figlio che il padre aveva avuto in Germania da una relazione. Quasi coetaneo di Nicola, padre di tre bambini, rappresenta per Nicola quasi un dono inaspettato da parte di un padre mai amato. Ma l’incontro finale con quel fratello tedesco che si trova di fronte un autentico sconosciuto che per di più non è più in grado di riconoscerlo, non rappresenterà, per vari motivi, la possibilità di un nuovo imprevisto affetto.
Un romanzo d'esordio dalla tematica forte e angosciante, però sempre molto contenuto, più descrittivo che emotivo, una confessione piena di pudore e di ritegno. Un libro che affronta il tema di una malattia che trasforma la vita di tante famiglie in un vero incubo.

Le prime pagine

Di Jonas ho sentito parlare per la prima volta dieci mesi fa, a trentanove anni suonati. Allora né io né mia madre sapevamo come si chiamasse. Uscivamo da I Gabbiani. Era la fine di gennaio. Durante il periodo natalizio la situazione del papà si era molto aggravata. I farmaci (gli antidepressivi e le «medicine della memoria», come la mamma chiamava i farmaci colinergici) contrastavano a fatica l'avanzamento della malattia. Le ossessioni, le fissazioni, le dimenticanze aumentavano a grandissima velocità, ogni giorno, ogni minuto.
La neurologa che lo aveva in cura (la buona dottoressa Magli) diceva che il caso di mio padre era «complesso»; che non aveva mai visto un paziente «così pieno di tormento». C'era la malattia, ma c'era anche il temperamento di Bruno - angosciato, diffìcile, rabbioso. E quella malattia esaspera i tratti essenziali del carattere, come una punizione dantesca. Per questo all'inizio non la si riconosce, e io e mia madre ci ostinavamo a maledire la vecchiaia.
Avevo pensato che gli avrebbe fatto bene frequentare un centro diurno, un paio di volte alla settimana. In quella fase, come avevo appreso da più fonti, non c'era molto altro da tentare. Credevo, o meglio, speravo (verbo che la malattia mi avrebbe presto insegnato a disprezzare) che in un centro diurno, insieme a malati del suo genere, mio padre si sarebbe un po' confortato e, soprattutto, con qualche attività ricreativa, avrebbe tenuto in esercizio le funzioni che gli restavano.

A quei tempi - sembra che stia parlando della mia infanzia, invece, mi riferisco a cose di meno di tre anni fa -, mio padre si vestiva ancora da solo, sapeva ancora andare in bagno da solo e qualche volta rimaneva ancora a casa da solo. Parlava meno, ma parlava in maniera chiara. Lui diceva che le parole non gli venivano, ma un osservatore qualunque non se ne sarebbe accorto. Io stesso non me ne accorgevo. Il vero problema era la memoria. Non ricordava quello che aveva fatto appena un attimo prima. Non riconosceva i luoghi. Si disorientava anche davanti allo stadio di San Siro, che distava da casa poche centinaia di metri. Per il momento non si perdeva, ma ormai non si allontanava più di qualche passo. Arrivato in fondo al marciapiede, faceva dietro front e tornava verso il cancello. Ripeteva la cosa non più di due o tre volte di seguito. Si stancava presto, perché lo prendeva il panico.
Non sapeva più scrivere. Prima di perdere l'uso della forchetta o del pettine, mio padre aveva perso quello della penna. Un giorno chiese a mia madre un foglio e una bic e, zitto zitto, si mise in un angolo del tinello & fare pratica, appoggiandosi su un giornale piegato. A un certo punto mia madre si accorse che piangeva. Gli tolse il foglio di mano e lo guardò. Era coperto da una serie di sgorbi, ghirigori brutti e ispidi, che dovevano essere parole. Ecco quello che restava della firma di mio padre. La mamma gli scrisse nome e cognome su un foglio nuovo, in caratteri nitidi, e, guidandogli la mano, lo aiutò a ricopiarli. Anche così, però, nonostante l'aiuto di un'altra persona, i segni uscirono dalla penna duri, ingarbugliati, irti di aculei, come se avessero avuto una loro volontà; anzi, come se gli fossero costati uno sforzo titanico. La si sarebbe detta la grafìa di un posseduto. Io arrivai poco dopo, per la solita visitina settimanale, e trovai mio padre imbambolato, che guardava il foglio.


Nicola Gardini – Lo sconosciuto
192 pag., 14,00 € - Edizioni Sironi 2007 (Indicativo presente)
ISBN 978-88-518-0090-1


L'autore



20 novembre 2007 Di Grazia Casagrande

Commenti



Non sono presenti commenti su questo documento. Vuoi essere tu il primo a scriverne uno?
Già iscritto?
Iscriviti