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Recensione

Mille anni che sto qui copertina

Mille anni che sto qui


Mariolina Venezia

"Certi giorni si alzava un vento colorato che sollevava la polvere e tutto iniziava a lievitare come la pasta del pane sotto la coperta. I fatti già successi tornavano e quelli ancora da venire diventavano visibili. In quei giorni gli spifferi sotto le porte sembravano risatelle di bambini non nati, avvolgevano le caviglie delle donne con lacci impalpabili, che le facevano inciampare. I vetri delle finestre sbattevano. Il latte cagliava nei secchi. Gli uomini si mettevano addosso i vestiti sbagliati e le bambine diventavano donne."

Questo romanzo, pubblicato nel 2006 e che ha visto un forte, immediato successo di critica e un discreto ricsontro nelle vendite, ha ripreso una notevole rincorsa scalando nuovamente la classifica grazie alla vittoria all'edizione 2007 (la XLV edizione) del Premio Campiello
Battendo un grande della letteratura italiana come Carlo Fruttero (che con Donne informate sui fatti era dato per favorito alla vigilia e che ha preso la sconfitta con una classe d'altri tempi) e altri scrittori di alto livello come Milena Agus (Mal di pietre), Romolo Bulgaro (Il labirinto delle passioni perdute) e Alessandro Zaccuri (Il signor figlio), Mariolina Venezia ha aggiunto un tassello notevole alla sua carriera professionale e ha dimostrato che i premi letterari raggiungono almeno uno scopo: far vendere (e leggere, si spera) libri.


Lei stessa non smentisce, anzi conferma questa ultima affermazione, ammettendo in un'intervista di "scrivere per guadagnare soldi. È il mio mestiere e, come diceva Flannery O' Connor, è quello che mi riesce bene". 
Sincera: è un grosso pregio. Sincera come lo è il suo romanzo, che forse proprio per questo ha vinto. 
È una saga famigliare ben narrata - la sua scrittura è leggera e veloce ma sa anche essere intensa e profonda -, che si dipana lungo il "secolo breve" che ci ha appena lasciati, secolo che, leggendo le sue storie, sembra molto, molto lungo. 
Non è la saga della sua famiglia (questo l'ha dichiarato più volte) ma è un po' la storia delle famiglie del suo paese, Grottole, in Basilicata, ricostruita attraverso i racconti ascoltati da bambina. I Falcone sono un po' tutti loro e un po' tutti noi, naturalmente. E i protagonisti sono tanti e molto differenti tra loro, sia per il mutare della società e l'avanzare della storia (quella di tutta l'umanità) sia per i caratteri che tratteggia, con tratto veloce ma preciso, di uomini e donne, di pavidi e coraggiosi, di sognatori o meno, di lavoratori forti e duri e di deboli perdenti.


"Ho cercato di costruire una storia agevole da leggere, che divertisse ma anche potesse interessare,- ha dichiarato nella medesima intervista - magari commuovesse e riuscisse anche a dire qualcosa, sempre rispettando il lettore, che non va mai preso in giro. Io questo, col mio lavoro di sceneggiatrice per la televisione, lo so bene. I telespettatori sono persone che ti costringono sempre a misurarti col risultato immediato di quel che fai: hai voglia a scrivere un bel monologo se poi, a metà, la gente cambia canale. E così che ho imparato umiltà e capacità di ascoltare. Non dico mai, come mi capita di sentire, sono costretta a scrivere merde per la tv, ma io sono ben altro".

Sincera, ancora. Schietta come la sua scrittura, che non inganna di certo, una scrittura corposa. Un romanzo con le medesime caratteristiche di un buon vino: sincero, schietto, corposo e d'origine controllata. Qualcuno dovrebbe attribuire anche ai libri il marchio DOC.


Le prime pagine

Capitolo primo
 
   Erano più o meno le tre di pomeriggio del 27 marzo 1861 quando a Grottole, in quella parte della Basilicata che si trova circa cento chilometri all'interno delle coste pugliesi, si produsse un fenomeno che restò poi proverbiale.
   Sulla sua natura i grottolesi si interrogarono a lungo nelle ore successive, facendo congetture di ogni specie: per qualcuno era un miracolo, per altri stregoneria o con una sfumatura leggermente più ortodossa tentazione del demonio, e solo per pochi, i più istruiti, semplice manifestazione naturale.
Forse qualcosa c'entrava zi Uel u Furnaciar, ma poi, per come andarono i fatti, nessuno più ci pensò. Certe volte, quando nell'argilla restava qualche pietruzza che non si schiacciava bene, i vasi dopo un po' di tempo si crepa-vano. Ma a lui non succedeva quasi mai. Le mani di zi Uel sul tornio erano veloci e precise, i polpastrelli mezzo bruciacchiati accarezzavano con delicatezza i fianchi rotondi delle cuccume e delle brocche, come dio deve aver accarezzato quelli di Eva, il giorno della creazione. Impastava, modellava, infornava. Sfornava lucerne, pedali e cuccume. Le segnava coi cerchi concentrici che molto tempo prima servivano a far comunicare i vivi coi morti in una lingua che nessuno più conosce. Terrecotte sottili e sonore, porose, umide, trasudanti. Cuccume che trattenevano la freschezza dell'acqua. Tanto perfette e sottili che un grido avrebbe potuto creparle.
   Lo stesso giorno in cui Roma non ancora conquistata veniva designata capitale dell'Italia finalmente unita, a Grottole il primo ad accorgersi di questo fenomeno di altra natura ma non meno portentoso fu il più piccolo di quelli della Rabbia, che si aggirava dalla parte della terra vecchia detta anche "s'rretiedd", un serrato ammasso di strade e case dove il sole non batteva mai, con una zoccola legata a una fune e lo stomaco che gorgogliava dalla fame. 
   Stava tirando la zoccola che non lo voleva seguire quando vide un liquido giallo scendere lentamente dallo stretto del Saraceno, fermarsi in una piccola pozza nel selciato sconnesso, e proseguire scalino dopo scalino, scivolando sulle pietre lisciate dagli zoccoli dei muli, infilando vicoli e vicoletti fino a tuffarsi giù dalla scarpata. All'inizio gli sembrò una pisciata di mulo, ma non aveva mai visto un mulo e nemmeno la vacca di Totonno pisciare tanto a lungo. Non poteva essere nemmeno che stessero vuotando i cantari di don Filippo Cocca, perché per quanti ospiti potesse portare il figlio che studiava all'Università di Salerno, ci sarebbe voluto un battaglione per fare tutta quella piscia. Tanta fu la curiosità che si lasciò sfuggire la zoccola e neanche se ne accorse. Si avvicinò al rigagnolo e lo osservò così da vicino che quasi ci metteva il naso dentro. Stava continuando a scorrere. Veniva giù con una consistenza fluida e viscosa, limpido e dorato sotto i raggi del sole, facendo qualche bolla grassa e riprendendo con più forza come se la fonte di provenienza invece di seccarsi stesse crescendo.
   Rocchino alla fine ci intinse un dito, lo annusò e poi lo assaggiò. Una smorfia gli contrasse il viso, di dolore o di piacere non si capiva.
   A quell'ora nel paese c'erano solo donne, bambini, storpi e matti. Gli uomini validi non erano ancora tornati dalle campagne. Rocchino si mise a leccare di faccia nella pozzanghera immergendosi tutto, ungendosi i piedi, le mani, la coccia pelata, e finendo col rotolarcisi dentro come un maiale nella merda. Era olio, olio d'oliva! 

© 2007, Giulio Einaudi editore

Ascolta le prime pagine su RadioAlt

Mille anni che sto qui di Mariolina Venezia
Pag. 250, 15,00 € – Edizioni Einaudi 2007 (I coralli)
ISBN 978-88-06-1847-4


L'autrice




Mariolina Venezia
è nata a Matera nel 1961 e vive a Roma. 
Ha pubblicato tre libri di poesie in Francia. Collabora con varie riviste letterarie e lavora come sceneggiatrice per il cinema e la televisione. 
Nel 1998 ha pubblicato, per la casa editrice Theoria, la raccolta di racconti Altri miracoli.





21 settembre 2007 Di Giulia Mozzato

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