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Intervista

Un viaggiatore che ha scoperto il fascino della lentezza

Intervista a Paolo Rumiz



La prima nota che lo caratterizza è il suo essere triestino, la seconda è l'essere un affermato giornalista (editorialista di La Repubblica e inviato speciale del Piccolo), infine autore di libri, reportage di viaggi, di luoghi e di culture geograficamente vicine ma spesso poco note, alcune venute alla ribalta per drammatici eventi bellici, altre lontane dai circuiti turistici tradizionali. Un autore che ci sa far conoscere e scoprire la bellezza del muoversi lentamente per capire e conoscere ciò che si attraversa.  Ha al suo attivo dei riconoscimenti importanti: il premio Hemingway nel 1993 per i suoi servizi dalla Bosnia e il premio Max David nel 1994 come migliore inviato italiano dell’anno.

È Oriente è stato un libro davvero importante nella storia del pensiero e della conoscenza di tutta un’Europa. Perché, secondo lei, tanta parte d'Europa è poco conosciuta e la sentiamo così lontana?

Mia nonna un secolo fa poteva prendere il treno e andare senza problemi fino nell’attuale Romania Ciscaucasica, quindi poteva arrivare a Arad, a Timisoara nel giro di una notte, poteva arrivare a Praga, raggiungere Berlino, arrivare a Belgrado o a Budapest con una velocità e una familiarità incredibili, avendo in comune il grande punto di contatto che era la lingua tedesca, privilegio che sua figlia sicuramente non ha avuto, che i miei padri, i miei genitori non hanno avuto. C’era il fascismo, c’erano i nazionalismi, le frontiere hanno cominciato a frammentarsi e poi c’è stata una nuova stagione, la stagione del comunismo. Il concetto di Oriente si è disidratato della sua complessità fascinosa ed è diventato esclusivamente quello che chiamo un freddo monosillabo: “Est”. I viaggi che ho fatto sono quasi tutti proprio verso Oriente, perché è fatale la direzione  delle origini è la direzione verso la quale tu risali, come un salmone, verso ciò che sei stato. Vai verso il luogo dove gli anziani assomigliano ancora ai tuoi nonni e dove i bambini assomigliano ancora a ciò che tu sei stato cinquant’anni fa. E quindi in qualche modo ti ritrovi, è un viaggio nel tempo molto più che nello spazio ed è soprattutto la necessità di ricostruire un immaginario che è stato completamente distrutto dall’esistenza dell’ “Impero del male”, della cortina di ferro e oggi, forse in modo ancora più irrimediabile, da una globalizzazione che avvicina i luoghi senza assolutamente spiegarceli.

Nell’Europa dell’Est c'è stato un momento di frattura completa tra quello che è, quello che è stato e quello che vorrebbe essere. Cioè, una specie di sradicamento storico, il salto di una realtà immobile che è precipitata forse troppo rapidamente nel futuro.


Ma questo discorso è vero un po’ per tutti, anche per l’Occidente. È anche per fronteggiare questa velocità degli eventi che spesso è reale ma molto spesso è  fittizia, costruita dai giornali, dalle televisioni, dal teatrino dell’informazione -concentrato per lo più solo nei capoluoghi - che ho sentito il bisogno di andare nella provincia, nel mondo minore con mezzi lenti. È Oriente, che non ritengo il mio libro migliore, è comunque un libro che segna una mutazione.
Tutto è cominciato quando ho compiuto cinquant’anni e mio figlio mi ha chiesto di fare con lui un viaggio molto particolare, un viaggio indimenticabile. E abbiamo scelto il mezzo più lento che potevamo trovare, la bicicletta. Per me è stata un’epifania straordinaria, perché ho scoperto mio figlio, ho scoperto l’Europa, ho scoperto un mezzo di trasporto, ho scoperto un modo di guardare il paesaggio e soprattutto ho scoperto un’andatura, una ritmica che diventava con una facilità stupefacente scrittura, ritmo di scrittura, metrica del racconto. Ho assunto la consapevolezza, che si è poi accentuata con gli anni e con le esperienze successive, che l’andatura diventa scrittura e che una cosa concepita in movimento, soprattutto se il movimento è ritmico, è ciclico, è in qualche modo regolare, diventa anche una metrica straordinaria. Una frase concepita in movimento è più bella, più rotonda, più ascoltabile, più terapeutica di una parola concepita con le chiappe su una sedia.


Probabilmente anche il luogo in cui vive è un luogo di incontri, di incroci di culture diverse e molti scrittori triestini, penso a Magris, hanno questo senso dell’essere sulla frontiera.
La frontiera può fare impazzire, nel senso che se viene demonizzata, se viene vissuta come una catena, può provocare follia e provoca infatti follia in molti nella mia città. C’è anche il vento che contribuisce, Trieste è l’unica città in Italia dove per dire “quell’individuo” si dice “quel matto”: c’è identità tra normalità e pazzia. Però la frontiera può anche creare un’abitudine, un allenamento alla complessità che è una carta in più che hai quando viaggi. Affrontare l’Europa essendo nati a Trieste è un grosso vantaggio. È una città dove appena si arriva la prima cosa che si vede è la chiesa dei greci, poi quella dei serbi e poi la sinagoga e solo alla fine la chiesa dei cattolici. È una cosa che colpisce molto, sicuramente non è una città di parrocchie, è una città laica e spero che lo rimanga, è un luogo anche paesaggisticamente straordinario, perché ci si sente nel campo base di una serie di rotte straordinarie. Si ha una visione di sintesi che non esiste in nessun altro luogo, perché guardare il tramonto da un molo di Trieste e vedere in mare una nave turca che parte per Istanbul e oltre quella nave turca, oltre la bandiera rossa con la luna calante, vedere le Alpi innevate e, di lato alle Alpi, il Carso, con le trincee, con quella che è stata la cortina di ferro… Se non è quello il centro d’Europa, poco ci manca.


Le montagne italiane sono la sua ultima scoperta.

Quest’anno ha scoperto gli Appennini, in realtà come si diceva, gli Appennini sono poco presi in considerazione, per questa predominanza delle Alpi.
Anche in questo caso ho utilizzato un mezzo non così lento come la bicicletta, ma una Cinquecento di cinquant’anni fa.


La scelta di una macchina del genere ha un senso, e se sì, quale?


Io l’ho scelta d’istinto e molto spesso le scelte d’istinto sono le migliori, perché volevo qualcosa di lento che provocasse gli italiani divorati dalla fretta. Quindi volevo mettermi davanti alle macchine più grosse per bloccarle in qualche modo, per vedere chi apprezzava la lentezza e chi no. La Topolino è terribile, perché è una macchina che non è arrogante, che si impone dolcemente come una donna, per cui o la odi o la ami e quindi mi consentiva di fare una scrematura psicologica di chi incontravo. Dall’altra parte volevo qualcosa che affondasse nella memoria dell’Italia prima di “Lascia o raddoppia”, l’Italia prima del miracolo economico, qualcosa che accendesse i ricordi, qualcosa anche che facesse simpatia. Perché, pare incredibile, anche chi non ha mai conosciuto la Topolino, ragazzi di vent’anni, di fronte a quella carrozzeria così rotonda, così dolce, così poco aggressiva, così poco carenata, così poco arrogante, provavano istintivamente la voglia di salirci, di farci un balletto attorno, di sapere chi era quello che la guidava, mentre difficilmente si guarda dentro una macchina dai vetri affumicati, è la macchina il centro d'interesse, l’uomo che c’è dentro non conta. Quella cosa lì invece faceva risaltare il viaggiatore e poi aveva infiniti vantaggi sul piano logistico perché era facilissimo essere invitati anche a dormire. Se arrivavi in un posto, anche la sera, con una macchina del genere e chiedi dov’è un albergo nelle vicinanze, quasi sempre c’è qualcuno che ti ospita.


Gli Appennini e la gente di montagna. Ha visto elementi che accomunino il percorso lungo gli Appennini?

Non ho mai visto un Paese che ha tante tribù ma è così profondamente nazione come l’Italia. Dalle contrade profonde sub-alpine leghiste fino all’Aspromonte, ho visto elementi di mentalità profondamente comuni. La poca disciplina, il poco senso del territorio, una certa allegria, la grande comunicativa, l’amore per le feste di paese, per le grigliate, la preminenza del calcio e l’eclissi della politica. Nel bene e nel male siamo una nazione. Però è anche vero che nelle pieghe di questa gigantesca fisarmonica che sono gli Appennini, perché più che una spina dorsale o un grande femore sono una fisarmonica, con le pieghe molto vicine l’une alle altre e all’interno di queste pieghe trovi un sacco di roba dimenticata nella polvere degli anni. Trovi una casistica di diversità stupefacente. E lì mi sono reso conto che cominciavo a perdere il contatto con l’Italia. Ci sono stati tanti elementi di separazione: la grande illusione televisiva, la fine del servizio militare dei vecchi tempi che ho maledetto come tutti, ma che permetteva di conoscere dei pezzi d’Italia che oggi non conosciamo più. Infatti io credo che certe tensioni tra nord e sud del Paese nascano anche per il fatto che ci conosciamo sempre meno. Sì, ho trovato un arcipelago incredibile, l’Appennino è un mondo, ti perdi, basta uscire dall’autostrada in qualsiasi punto... In realtà avrei potuto fare un viaggio a caso in qualsiasi posto, invece ci ho messo due mesi per cercare un itinerario, però poi una volta che arrivavo in un posto, le persone che incontravo mi spedivano altrove. Insomma i viaggi sono fatti così, tu hai un bel prepararli, poi chi ti costruisce il viaggio sono quelli che incontri e che ti consigliano di andare qui o là.


La scrittura per il giornale e la scrittura per la pubblicazione in un libro: che ritmi, che tempi, che modalità ha?

La scrittura da viaggio, cioè i viaggi sono molto diversi gli uni dagli altri. Il viaggio a Gerusalemme dell’anno scorso era in un certo senso in un terreno incognito e io non ho mai fatto un viaggio in un terreno ignoto, normalmente mi piace raccontare ciò che di sconosciuto c’è invece negli spazi che abbiamo sotto il naso, che secondo me è la cosa migliore, perché non puoi pretendere di svelare niente in un mese di viaggio. Però, ripeto, i viaggi sono molto diversi tra loro. Ci sono certi che sono spaventosi dal punto di vista della preparazione e poi sono facilissimi nella realizzazione e mediocremente difficili nella scrittura. Altri, come quello di quest’anno, che sono stati terribilmente difficili nell’esecuzione, perché viaggiare con quella Topolino è stata una performance fisica non da poco, ho perso tre chili dalla partenza all’arrivo nonostante mangiate ciclopiche, leggendarie; poi invece la scrittura è stata facilissima, perché avendo questo filo rosso della macchinina che propiziava gli incontri era molto facile, non avevo bisogno di artifizi retorici per cucire insieme i vari momenti del racconto. Era un rosario già tutto snocciolato.


Quando scrive un libro, che abitudini ha? Scrive in modo continuo, soltanto alcune ore al giorno, lascia il libro fermo, lo riprende?

Scrivo per un giornale e quindi la scrittura è forzatamente composta di mattonelle di dimensione uguale che devo fare entro una certa scadenza. Il libro è un’altra cosa, ha mattonelle di dimensioni diverse, può essere fatto in tempi diversi, può essere scritto di getto e poi riletto a distanza di un mese, può essere fatto affannosamente nel giro di poco tempo perché hai delle scadenze tiranniche alle spalle, cambia di volta in volta. Ho già scritto nove libri con quest'ultimo, che sarà Feltrinelli mentre il precedente è stato pubblicato dalla casa editrice Frassinelli, Gerusalemme perduta, che è andato benissimo nonostante fosse una formula sulla quale non avrebbe scommesso nessuno, perché c’erano foto e racconto insieme. Normalmente la stesura di un libro avviene con una gestazione molto lunga in cui raccolgo del materiale inizialmente in modo disordinato, poi vengono lentamente in mente dei contenitori nei quali suddividere il materiale raccolto, quando questi contenitori cominciano a esser pieni comincio a scrivere. La scrittura è inizialmente lenta, poi in una seconda fase velocissima e poi in una terza fase di rilettura è molto attenta perché si cerca di evitare gli errori.


Parliamo ancora un momento di quest'ultimo libro.

Il libro non è una cosa del tutto nuova perché metto insieme le Alpi e gli Appennini e parlo di un grande viaggio sulle montagne italiane, un viaggio lungo come l’Himalaya , sono sette mila chilometri di zig zag, di salite e discese con tutti i mezzi possibili, a piedi, in bicicletta, in treno, in macchina, in Topolino, in autobus.



06 aprile 2007 Di Grazia Casagrande

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