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Intervista

Stefano Piedimonte: mi sono autospedito a Fancuno e spero decidiate di seguirmi

In libreria l'ultimo romanzo di Stefano Piedimonte, L'assassino non sa scrivere, edito da Guanda. Lo scrittore napoletano questa volta si discosta dalla sua produzione precedente e scrive una storia dalle tinte noir e fantasy insieme. Ma ci innesta su il suo tipico stile umoristico e grottesco. Lo abbiamo incontrato e gli abbiamo chiesto di portarci a Fancuno.

piedimonte stefano.
Com’è nata l’idea di ambientare il romanzo a Fancuno, paese puramente inventato?

Noi giornalisti, quando scriviamo di Napoli, veniamo spesso accusati di voler guadagnare sulle disgrazie dei cittadini. Così, un po’ per rabbia e un po’ per scherzo, mi son detto: “Ma se invece ambientassi l’intera storia in una città inventata, lontana da tutto e da tutti?”
Avvertivo il bisogno di creare qualcosa da zero. Ho sempre creduto che scrivere un romanzo equivalesse quasi a sostituirsi al Padre eterno, poiché si costruisce un intero mondo nell’arco di duecento pagine; ho voluto sperimentare questa sensazione avvalendomi del mezzo narrativo.
Il nome Fancuno è volutamente ridicolo perché ho sentito la necessità di allontanarmi da tutto ciò che conosco: da Napoli, dalla criminalità organizzata, da qualsiasi evento reale che altrimenti non può che condizionarti e limitarti nella creazione di un romanzo. Ho quindi deciso di assaporare la sensazione di libertà assoluta in una dimensione puramente favolistica, genere a cui sono molto legato sin da bambino.
Così mi sono autospedito a Fancuno e spero che decidiate di seguirmi.

Possiamo quindi includere il romanzo anche nel genere fantasy?

In un certo senso sì.
Innegabilmente il genere noir è predominante, c’è un assassino, c’è chi indaga su di lui grazie a una serie di indizi; ma farei rientrare il romanzo anche nel fantasy, dato che l’ho ambientato in un paese le cui radici affondano in leggende e tradizioni popolari, in un contesto quindi dove il confine tra realtà e finzione è sottilissimo.
In questo romanzo c’è sicuramente la passione per Stephen KingA volte ritornano è il primo libro che ho letto nella mia vita – e per le sue tinte horror, ma c’è anche l’amore per la favola, trasmessami da Tim Burton – reputo Big Fish il film della vita, e che ha cambiato il mio modo di vedere la narrativa.

Interessante è l’analfabetismo dell’assassino che si firma “sirial ciller”. Perché hai voluto attribuirgli questa caratteristica?

Mi diverte l’idea di prendere i personaggi tipici del noir e di ridicolizzarli, per chiedermi cosa potrebbe accedere. Con il protagonista di Nel nome dello zio ho fatto esattamente questo: ho creato un impenitente boss mafioso con la passione per lo show Il Grande Fratello.
L’analfabetismo, nello specifico, mi attira particolarmente perché io stesso mi sento un po’ analfabeta; ho imparato a scrivere ad orecchio, quasi come quando si impara a suonare uno strumento senza saper leggere le note del pentagramma. Al liceo sono stato bocciato tre volte e alle elementari la maestra, invece di farci studiare la grammatica, ci faceva continuamente leggere libri. Questo mi ha sicuramente creato alcuni problemi perché sono tuttora incapace di fare un’analisi logica. Però, d’altra parte, aver iniziato a divorare romanzi a cinque anni, ha scatenato la mia fantasia e ne ho voluto trarre profitto.

Hai scelto di chiamare il killer, “il Bastardo”. Perché hai scelto questo appellativo?

Anche nel romanzo Nel nome dello zio, ho chiamato il boss camorrista “lo Zio”. O decidi di affibbiare ai tuoi personaggi un nomignolo oppure gli dai un nome e un cognome. Dato che amo il racconto epico, la tradizione epica del personaggio, ho voluto che l’assassino assumesse caratteristiche chiaramente negative e che trapelassero già dal suo nome; ho quindi voluto esprimere già un giudizio di qualità che poi, nel corso del romanzo, vado a motivare.

La voce narrante del romanzo è un giornalista di Fancuno; uomo scettico dal tono quasi polemico verso tutto ciò che accade in questo paese dove la verità si mescola alla leggenda.

Il giornalista è un personaggio estremamente razionale e il motivo del suo scetticismo risiede nel fatto che, con questo atteggiamento, acquista un’inconfutabile autorevolezza. Anche Edgar Allan Poe, maestro dei racconti horror, prima di lasciar addentrare il lettore in un racconto, era solito scrivere un cappello introduttivo in cui presentava e legittimava l’assurdità della storia; e la diffidenza nel raccontare le vicende porta, alla fine, alla conquista della fiducia dei lettori .

Piedimonte_L assassino non sa scrivereLeggi la recensione del romanzo.
Proprio come accade nei racconti di Stephen King, hai creato una back story per ogni personaggio. Da dove sei partito per la costruzione di Fancuno e dei suoi abitanti?

Stephen King è stato il primo scrittore che ho letto e che mi ha maggiormente influenzato.
Per descrivere Fancuno, mi interessava ricreare sì la sua architettura ma soprattutto il clima generale che, secondo me, è dato dalle storie di ogni abitante.
Una città di 2 milioni di persone non è condizionata in maniera significativa dal carattere di chi ci vive. Invece due paesi di 1500 abitanti distanti l’uno dall’altro anche soltanto pochi chilometri, sono due realtà completamente differenti tra loro. Il paese, quindi, esprime il carattere degli abitanti, è il carattere di quegli abitanti. E per fare ciò ho dato a queste persone una connotazione del tutto peculiare, un passato che inevitabilmente avrebbe condizionato le loro azioni future. Secondo me, le storie più comuni sono le più straordinarie.

Il romanzo è caratterizzato da un’alternanza di luci, di atmosfere leggere – dedicate alla descrizione dei fancunesi – e atmosfere più cupi, riservate ai capitoli sull’assassino.

Sì, ho voluto conferire alla voce narrante un tono più leggero e scanzonato; invece il clima si fa più greve nei capitoli in cui entriamo nella mente del Bastardo; qui sono io a raccontare i suoi pensieri, e non lo stesso giornalista.

Il Bosco dei Tre Faggi, che divide Fancuno, è sicuramente immerso in un’atmosfera spettrale. Da dove hai tratto ispirazione?

Il bosco ha una connotazione assolutamente funesta.
C’è chi tollera il suo tasso malefico come i Figli del Bosco – quelli a cui è concesso entrarvi– e chi no, come i Perfetti. Per la rappresentazione del bosco mi sono ispirato a quello presente in I segreti di Twin Peaks, serie tv degli anni Novanta che all’epoca mi colpii particolarmente.
Questo romanzo lo considero un po’ il Twin Peaks all’italiana.

Un’ultima domanda: che cos’è per te il noir?

Uno dei miei scrittori preferiti, oltre Stephen King, è Edgar Allan Poe. Non so definire in modo univoco e oggettivo cosa sia il genere noir ma lo definisco in base a Poe. Nei suoi romanzi prevale una nuvola grigia che si espande e che ritrovo anche in romanzi che, a prima vista, noir non sono.


a cura di Neide Debellis


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