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Intervista

Antonella Cilento: ho scritto un un romanzo-romanzo, non appiattito sulla realtà e sul quotidiano

Meritatamente finalista al Premio Strega 2014 (unica donna, ma non c'è da stupirsi...) Antonella Cilento è una grande scrittrice che con il romanzo Lisario o il piacere infinito delle donne porta il lettore nella Napoli del Seicento tra passioni e segreti, arte e storia.
L'amiamo da sempre. La seguiamo sin dagli esordi in attesa di questo momento e ora vogliamo godercelo curiosando nella genesi del romanzo, della sua scrittura, dei personaggi...

foto cilento di alberto cristofariAntonella Cilento - per gentile concessione di Alberto CristofariQuanti anni di ricerche stanno dietro a un romanzo come questo? Provo a immaginare: una vita, giusto? (avendo letto i tuoi romanzi precedenti so che ti sei specializzata in questo periodo storico). È di certo il frutto di una conoscenza notevole della storia della Napoli barocca e di tutti i personaggi che l’hanno animata, tra politica e arte, medicina e filosofia, ma anche nella vita quotidiana minore, fatta di piccole abitudini di vita dettagliatamente narrate. Quando e come da tutto questo patrimonio di conoscenza personale sono nati il personaggio della muta Lisario, del medico Avicente, dell’artista Colmar e si è costruita nella tua mente questa storia straordinaria? Quanto tempo hai impiegato a scriverla?

Lisario è stato scritto in tre anni ma, come giustamente hai notato, abito nel Seicento meridionale da molti libri e alcuni decenni... Sin dai tempi di Una lunga notte, quattordici anni fa e più, almeno. Ed è anche vero che scrivendo per Il Mattino da oltre tredici anni articoli che riguardano sia il presente sia il passato della città la mia bibliografia si è resa immensa.
In più, la passione per quadri e pittori è ben più antica e svincolata dalla scrittura di questo o quel libro, avanza in me naturalmente poiché da sempre le storie mi nascono da un quadro, da un dettagli, dall’insieme, dalle vicende che il pittore ha occultato o io credo di vedere occultate dentro l’opera.
Una malattia infantile, poiché il racconto che me la generò, Tela e cenere di Anna Banti, era fra quelli raccolti da Enzo Siciliano che mi donò mio padre per il tredicesimo compleanno. E disegnando e dipingendo da ragazzina, da visitatrice di musei, chiese e strade le due passioni, scrivere e dipingere, non potevano che finire in un sol gesto. Lisario dunque risponde di questa lunga frequentazione con la Napoli barocca in particolare, con la sua storia, con i dettagli e con i luoghi che hanno suggerito o ospitato nella Storia con la maiuscola eventi piccoli e grandi (benché io sia da sempre più interessata ai piccoli eventi e alla storia dei coprotagonisti e dei dimenticati, quella più rivelatrice della natura dei fatti e dell’umanità).
Lisario e la sua storia da bella addormentata è arrivata un giorno, il nome da una suggestione ortesiana, poiché pensavo a una lucertola, lizard, e alla sua parente maggiore l’iguana. E forse, come è stato scritto, ha catalizzato letture lontane e molto amate, come La casa delle belle addormentate di Kawabata, dove le prostitute sono narcotizzate per gli anziani e impotenti clienti, o La muta di Landolfi, dove una piccola muta finisce con l’essere uccisa dal voyeur che la desidera. Ma anche Basile, il grandissimo narratore della Napoli barocca, ce ne ha messo del suo: è stato Francesco Durante a farmi notare la parentela, probabilmente inconscia, fra Lisario e la protagonista di Luna, Sole e Talia, dove la bella addormentata è addirittura morta e da morta viene ingravidata e partorisce due figli... La storia barocca del resto è carica di questi paradossi, anche documentatissimi, come la storia di Orsola Benincasa, poi santa, che da morta non si corrompe e addirittura canta, mentre il corpo profuma di rose per settimane...

Tra i temi centrali della storia, la sessualità femminile. Sembra quasi paradossale immaginare donne così libere e disincantate nella Napoli seicentesca, difficile pensare a una simile curiosità maschile verso il piacere delle donne, ma forse dobbiamo fare riferimento a una tradizione narrativa orale fissata da Basile ne Lo cunto de li cunti e in particolare alla Gatta cenerentola (così magistralmente resa nell’opera teatrale di De Simone) per capire in quale contesto siamo. Immagino che tu abbia creato la tua storia facendo riferimento a testi seicenteschi e a dipinti, racconti, musiche e che le tue descrizioni (molto eleganti e discrete) delle scene di sesso siano legate a una rappresentazione visiva e narrativa. Puoi raccontarci quale? Ti infastidisce che sia definito romanzo erotico o lo reputi giusto?

cop lisarioleggi la recensioneTrovo veramente avvilente che il nostro paese cerchi di incasellare in generi qualunque narrazione, specie se atipica, o tipicissima, come nel mio caso: non credo che questo sia un romanzo erotico, anche se l’eros vi gioca non poca parte. Ma il romanzo-romanzo, che è l’unica forma che intendo scrivere, include naturalmente tutti questi aspetti sin dalle narrazioni bizantine cicliche: la storia d’amore, le sottostorie d’amore, l’avventura e la disavventura, l’eros nei suoi aspetti più fisici e il sacro nei suoi aspetti più simbolici, il potere, le storture, la guerra e parecchie altre cose.
La mia intenzione, quando scrivo, è sempre di scrivere un’opera, anche in senso musicale. Il nostro Seicento, per rispondere alla questione dell’eros, poi è non ricco ma sovrabbondante di suggestioni, esplicite citazioni, a Napoli il sesso non è tabù, è manifestazione di radici antichissime, greche e atellane, ed è per noi ovvia presenza non solo nei quadri (ma il Seicento è tutto lussurioso, anche nella mistica Spagna e nella mercantile Olanda: Rubens, Ribera, Zurbaran e mille altri nomi si potrebbero fare), ma anche nella prosa, il Basile che citavamo e le favole licenziose scritte in Francia dalle prime dames della narrativa, Cervantes poi è un vero e proprio catalogo di allusioni nelle Novelle esemplari citate e lette da Lisario, eredi di tutta la novellistica boccaccesca e aretina dei secoli precedenti. Persino la poesia di Marino è tutta corporea e corporale.
È curioso come il nostro secolo sia carico di pruderie in tempi di spettacolarizzazione forzata del sesso e del corpo femminile... Viene da pensare che, talvolta, fossero più onesti i terribili controriformisti seicenteschi.

Il ritratto di una Napoli aperta e oscura, malata ma viva, incrocio di culture e conoscenze si legge in chiave di popoli e nazioni (francesi, spagnoli, olandesi, inglesi…) ma anche di religioni (cattolici, ebrei, marrani…). Sembra quasi che la tua Napoli barocca sia paradossalmente più ricca di futuro e opportunità di quella odierna…

Era una Napoli multietnica come lo è ancora questa città: da sempre porto, da sempre accogliente. Tutti i migranti che conoscono restano qui volentieri, è una delle città meno razziste d’Europa, da sempre.
La Santa Inquisizione qui durò pochissimo, la fecero scappare. E gli ebrei, che avevano grande parte nell’economia napoletana, librai e tessitori e editori, guarda un po’, furono gli spagnoli a cacciarli, qui stavano benissimo.
La vocazione, dunque, è immutata.
Mutata è invece inesorabilmente la capacità attrattiva in termini economici: la Napoli del Seicento, benché tartassata dalle tasse madrilene, era una perla e attirava investitori da tutto l’occidente, non è un caso che qui fossero i banchieri e i mercanti d’arte più ricchi dell’epoca e non altrove (Roomer, Vandenayden). Questa caratteristica è finita ai primi del Novecento, con la Belle Epoque, ultimi decenni in cui si fondavano da noi aziende svizzere o francesi, basti pensare alla cioccolata celeberrima di Gay Odin che ancora sopravvive. Poi, guerre e soprattutto il secondo dopoguerra, hanno distrutto e cementificato la città, rompendo una capacità attrattiva che però non si è mai del tutto interrotta sul piano artistico.
Napoli resta una delle realtà più effervescenti del paese, peccato che per far vedere le bollicine bisogna spesso trovare imbottigliatori d’altri lidi...

dino valls filumLisario e la sua storia da bella addormentata è arrivata un giorno, il nome da una suggestione ortesiana, poiché pensavo a una lucertola, lizard, e alla sua parente maggiore l’iguana.
Dino Valls - Filum

La lingua: a mio giudizio hai raggiunto il giusto equilibrio tra lingua popolare e italiana contemporanea, non hai ecceduto nei barocchismi né hai fatto uso smodato di termini dialettali che avrebbe inficiato la comprensione del testo da parte del lettore medio. Come nasce la tua scrittura? Hai collaborato con un editor? E quanto ci hai lavorato?

Ti ringrazio. La scrittura è mia e basta, l’invenzione della mia lingua è, da sempre, anche nei romanzi precedenti, il fulcro della storia che racconto. Del resto, dovrebbe essere il lavoro minimo che ogni scrittore degno di questo nome fa e io sono molto felice dell’equilibrio che tu noti, che era già in fabbrica da anni, sin da Una lunga notte, un misto di italiano contemporaneo (quello seicentesco è faticosissimo, inutilizzabile come già sapeva bene Manzoni) e di napoletano riletto e reinterpretato dall’antico, in una sintesi che considero ballabile.

Titolo e immagine di copertina sono tue scelte? Come nascono?

Il quadro di Dino Valls è una scelta partita da me: o meglio, ho visto le opere di Valls a Salemi, in una mostra organizzata da Sgarbi, e le ho trovate meravigliose e e sintoniche.
Un contemporaneo che lavora sul conio dell’antico in chiave moderna e con strumenti sia antichi che moderni.
Un contemporaneo che vede l’inquietudine dei corpi, l’ossessione dei corpi e la riproduce in ogni epoca... Doveva essere sulla copertina lui, nonostante i tanti e grandissimi pittori citati nel libro.
Poi, scartabellando fra le immagini di Valls, è stata Giulia Ichino a scovare proprio questa che sembrava fatta a posta, letterale addirittura e io ne sono stata contentissima.
Il titolo è nato da una decisione editoriale di cui però sono felice, l’ipotesi precedente era ortesiana ma meno immediata per il lettore.

Impressioni sul Premio Strega? Immaginavi di essere in finale? Come affronterai la serata, con serenità, con piglio competitivo, con rassegnazione (del tipo tanto chi vince si sa già e non sono io...) o con certezze granitiche (tanto chi vince si sa già e sono io...)?

Non credevo affatto di rientrare nei cinque, sono molto contenta, il Premio è un’occasione molto interessante e utile al libro.
So già che non vincerò, sono serena, quel che si può fare oggi, in Italia, con un romanzo-romanzo, con un autore non appiattito sulla realtà e sul quotidiano è questo, al massimo.
Ma sono entusiasta invece dell’accoglienza estera del libro, quella spagnola, francese e tedesca, nonché l’inattesa Corea. Confido in una vita europea ed extraeuropea del romanzo...

di Giulia Mozzato

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