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Intervista

Sandra Petrignani: Ho scritto il romanzo della vita di Marguerite Duras e ho dovuto difendermi da lei


Sandra Petrignani, in una lunga e bella intervista di Lidia Gualdoni, racconta la genesi del suo romanzo-biografia Marguerite sulla scrittrice Marguerite Duras, uscito per i tipi di Neri Pozza in concomitanza con il centenario della nascita.

♠  Marguerite, la recensione




Quando ha incontrato per la prima volta Marguerite Duras?


Non ricordo se ho datato il mio incontro con Duras, ma è stato sicuramente uno scrittore importante per me, per la mia formazione.
Mi sono sempre piaciuti gli autori irregolari, poco tradizionali: Beckett, Woolf, Duras, Nabokov, Kafka, prima di tutti.
Ho adorato naturalmente i russi, i francesi, Flaubert, Tolstoj, Jane Austen… tutti scrittori imprescindibili, li ho letti e li ho amati; però quando mi sono imbattuta in Beckett e Duras ho sentito che si poteva narrare in un altro modo – e questo mi ha entusiasmato –, che si potesse seguire una strada che sembrava finita. Io credo di aver incontrato Duras già nell’adolescenza, poi nella vita l’ho scoperta e riscoperta, e mentre preparavo il libro avevo ancora molto da leggere.


Una vita così intensa, avventurosa, un romanzo di per sè…

Sì, in un primo momento avevo deciso che avrei potuto procedere come per il mio libro La scrittrice abita qui, ovvero partendo dai luoghi e dalle case dove ha vissuto; nel 2008, intanto, avevo conosciuto il figlio che mi aveva fatto visitare le case ereditate dalla madre, case che ha lasciato praticamente intatte. Quindi avevo pensato di fare lo stesso lavoro fatto per Deledda, Colette, Woolf, Yourcenar…
Poi, invece, leggendo le sue biografie, scoprendo la sua vita così avventurosa e romanzesca, mi è sembrato che fosse più bello, più emozionante, scrivere un vero e proprio romanzo, il romanzo della sua vita.
Ecco, questo è stato il cammino che mi ha portato a scrivere Marguerite.



La recensione del romanzo Marguerite


Com’è riuscita a “condensare” una vita così intensa in un romanzo di duecento pagine?


Infatti, non potevo raccontare tutto, ma ci sono degli elementi che mi stavano a cuore, dei centri della narrazione, da cui si irradia tutto il resto: la scrittura, le sue scelte, i suoi grandi amori, i grandi litigi.
E allora, per esempio, ho differenziato le varie parti del libro con i nomi presi nelle sue diverse età: era Nenè da piccola, fino all’università; poi Margot per gli amici, per i mariti, gli amanti, o Meg per un’amica inglese.
Alla fine è solo Duras, quando diventa famosa, nel delirio alcolico di megalomane, a causa del quale parlava di sé in terza persona e si autodefiniva “genio”.
Il titolo è Marguerite perché unisce tutte le personalità, le età: lei è, e resta, Marguerite.
Di questi fuochi mi interessava molto la figura della madre, infatti c’è soprattutto all’inizio, ma resta una presenza decisiva, anche quando litigheranno, fino alla morte. Nel primo capitolo io parto dalla metà della sua vita, nel ’56, quando incontra Gerard Jarlot, che è uno dei suoi grandi amori. Con lui ha avuto un rapporto tempestosissimo, molto carnale, erotico, violento, fatto anche di botte. Lei ha sempre affermato che l’incontro con Jarlot – amore poi finito male, perché l’ha lasciata in malo modo, da un giorno all’altro –, è stato “più importante di quelli più importanti”: questo rapporto deve aver toccato qualcosa di così profondo nella sua psiche da cambiarla come scrittrice. Ha cominciato a scrivere come voleva essere, ed è diventata “la Duras” solo dopo Jarlot. Infatti scrive Moderato cantabile, che è il libro dell’innovazione.
Io lo ammiro, lo capisco, ma non è uno dei miei preferiti nella sua produzione.
È certo un libro di svolta: da libri più tradizionali come Una diga sul Pacifico, o anche I cavallini di Tarquinia, diventa la scrittrice famosa per le frasi brevi, spezzate, per lo sguardo esterno alle situazioni, come se passasse attraverso lo specchio della terza persona, della voce fuori campo.
Un altro centro è il rapporto con la politica. Un marxismo molto istintivo che nasce dall’aver vissuto in Indocina dove aveva visto scene di dolore umano, di miseria, di malattie. Il suo è un marxismo naturale che si scontra con l’apparato del partito e quando lei non l’accetta, viene cacciata con l’ignobile accusa di essere una “puttana”.


Ha scoperto qualche affinità con la protagonista del suo libro?

La sua vita è piena di risonanze per me, ma c’è qualcosa che più me l’avvicina. Anche se io sono agli antipodi come carattere – la Duras voleva dispiacere, io invece sono più dipendente dagli altri di quanto non lo fosse lei – c’è qualcosa nella sua biografia che mi risuona, ovvero il suo rapporto con la madre da piccola. Un rapporto di amore spropositato, così sproporzionato che questa povera madre non ha saputo, o potuto, rispondere alla sua richiesta d’amore.
È stata una ferita che Marguerite Duras si è portata attraverso tutta la vita, che è presente in tanta sua scrittura ed è anche il motivo per cui molti psicoanalisti, non solo Lacan si sono innamorati della sua opera, si sono interessati a lei.
Ed è qualcosa che sento moltissimo.
Ci sono pagine di Una diga sul Pacifico in cui racconta la sua profonda umiliazione nell’attraversare la città: si sente brutta, malvestita, e questo senso di frustrazione, di disadattamento, deriva dalla sofferenza infantile, dal non essere stata riconosciuta, amata, vista bella dallo sguardo materno. Tutto ciò traspare in quelle pagine veramente splendide, da antologia.


Perché ha scelto di dare alla narrazione uno sviluppo non cronologico?

È il grande sforzo del libro: costruire questa storia non in modo cronologico, cosa che sarebbe risultata noiosa, ma per flash back, come se fosse l’autrice stessa a rimescolare i ricordi.
L’altro problema, che ho affrontato nello scrivere questo libro, è stato difendersi da Duras: la sua voce è talmente forte, talmente riconoscibile, che è anche contagiosa. All’inizio ho capito che stavo scrivendo con un sistema di punteggiatura che era il suo, non il mio. E così ho dovuto lavorare su me stessa, per trovare la mia voce nel raccontarla.
Sarebbe stato stupido fare un calco della sua scrittura: è molto affascinante, ma è “sua”: quando la imitano gli altri – e ce ne sono tanti – diventa ridicola.



Dove e come si è documentata? Nelle pagine finali racconta il suo incontro con il figlio…


Il figlio è una persona molto spinosa, non mi ha concesso più di tanto, ma mi ha aperto le sue case, ed è stato molto gentile in questo.
Non ho avuto da lui chissà quali indiscrezioni e nemmeno le cercavo.
Ho evitato invece di incontrare Yann Andréa, il suo ultimo compagno, perché mi hanno detto che è un alcolista grave e sarebbe stato inutile.
Inoltre il figlio non lo ama – sono i due eredi –, così dovevo scegliere. E poi Yann ha scritto due libri meravigliosi su Duras. Molto di imitazione – la sua voce si confonde spesso con quella della scrittrice –, ma sono molto belli, perciò quello che aveva da dire, lo ha già detto.
Per quanto riguarda il resto della documentazione, c’è un centro manoscritti nel Nord della Francia, anche se visitarlo è stato più uno sfizio: non ne avevo bisogno e ho visto le sue carte più per emozionarmi. Ho letto il tanto che è stato scritto su di lei, la sua opera molto vasta, anche se in Italia purtroppo non è stato tradotto tutto. Ci sono diverse biografie, una più interessante dell’altra: l’ultima, in due volumi, è documentatissima; ci sono anche libri testimonianze di chi l’ha conosciuta, libri fotografici, se uno vuole conoscerla e sa il francese… Io ho imparato il francese per lei: prima non lo conoscevo!


Ha scoperto qualcosa che ignorava nel ripercorrere la vita della Duras?

C’è chi dice che le biografie non servono per capire gli scrittori: ci sono i cultori dell’opera che odiano le invasioni biografiche.
Può essere un modo giusto di leggere gli autori: si può anche ignorare la vita che hanno avuto. Però, leggendo la sua biografia, ho capito meglio la Duras, aspetti che non avevo compreso.
Io non sono un’intellettuale, non ho un approccio intellettuale verso i libri: in uno scrittore mi piace trovare la persona, incontrarla, immaginare di averla conosciuta. L’incontro con uno scrittore in un libro è l’incontro magico nella psiche, nella verità di una persona. Con gli scrittori hai la possibilità di entrare davvero in una testa, in un cuore, in un’altra persona. Di questo io vado sempre cercando conferma nelle biografie.


Che cosa ci può dire del rapporto fra letteratura e cinema, nella sua produzione?

È un rapporto molto affascinante, ma devo dire che la sua produzione cinematografica è anche quella più complicata, più indigesta.
Sono sempre stati strani, i suoi film, non potrei nemmeno dire “datati”: erano persino fuori dal cinema sperimentale, dalla Nouvelle Vague, con cui è stata confusa. È un caso a parte: odiava che le immagine fossero illustrazioni delle parole, che le parole diventassero didascalie delle immagini: a volte, guardando un suo film, si ha l’impressione che i testi vadano in un senso e le immagini in un altro. E non si riesce a metterle insieme.
Io ho capito che, a parte alcuni film che alcuni reggono ancora - India song, Les enfants, Détruire dit-elle e Hiroshima mon amour per la parte che le compete, ovvero la sceneggiatura –, e che fanno parte della cultura di tutti, gli altri sono interessanti, ma non li proporrei a un giovane.
C’è ad esempio un film, L’homme atlantique, completamente nero, con lampi di luce. Quando uscì questo film, Duras scrisse su Le Monde: “Non andate a vederlo perché l’ho scritto fregandomene della vostra esistenza come spettatori”. Era una gran provocatrice.




Come giudica invece il suo rapporto con la cultura dell’epoca e, in particolare, con i premi letterari?


Avrebbe voluto ricevere il Goncourt per Una Diga sul Pacifico, perché pensava di meritarlo; l’ha avuto invece molto più tardi con L’amante, ma prima di questo grande successo non è mai stata premiata.
Provocava, ma poi ci teneva al riconoscimento, perché chi scrive poi vuole anche essere letto.
Amava fare polemiche, aveva atteggiamenti che irritavano, ma scriveva sceneggiature, soprattutto con Jarlot, che avevano successo, erano bei film. Diceva che tutti la conoscevano, ma nessuno la leggeva o vedeva i film scritti da lei. Poi c’è stato un ribaltamento incredibile con L’amante. Un libro scritto dopo una lunga e dolorosa disintossicazione, negli incubi della quale incontra questo cinese, che era stato il suo primo amante e di cui scrive non appena riesce.


Secondo lei, dunque, non è stata una “trovata” la sua pubblicazione?

No, anzi, se uno legge L’amante, lo trova un po’ “sgangherato”, non è proprio il best-seller perfetto. Ma è un caso incredibile.
Duras ha giocato molto nel sostenere che era tutto perfettamente autobiografico, mentre la vera storia era più modesta rispetto a quello che ha saputo crearle intorno. Era abile a fare personaggio di se stessa, ma che L’amante fosse un bluff, non credo. È, anzi, il centro della sua narrazione. Riprende infatti ciò che ha scritto in altri romanzi: ci sono molti elementi già presenti ne Una diga nel Pacifico e disseminati poi negli altri libri, come il tormentato del rapporto con la madre. E che poi tornano in un altro grande libro che viene pensato spesso come una “furbata”, L’amante della Cina del Nord, dove lei racconta nuovamente la storia dell’amante approfondendo e ampliando il libricino che era in origine.


Il clima intellettuale era così diverso da quello moderno: che cosa ne pensa, anche alla luce della sua personale esperienza di scrittrice?

Al loro indirizzo, al 5 di rue Saint-Benoît, fin da prima della guerra, pur non essendo proprio un gruppo, si incontravano gli intellettuali più importanti – passava di lì anche Calvino. Dibattevano sulla letteratura, prendevano posizioni contro i diktat marxisti, facevano discussioni politiche...
Doveva essere un clima meraviglioso.
Da casa loro – all’epoca abitava con il marito Robert Antelme, poi ha vissuto lì con altri amanti fino all’ultimo compagno Yann Andéa – è passata la resistenza. Con Vittorini, uno dei suoi più grandi amici, che la traduceva per Einaudi non appena usciva un suo romanzo, trascorreva le vacanze insieme alla moglie.
Io ho un’età per cui ho fatto in tempo a conoscere una certa società letteraria, che ho cercato di descrivere in Addio a Roma.
Ho conosciuto bene Moravia, Giulio Einaudi, Lalla Romano, la Ginzburg, e non si può descrivere.
Chi non ha conosciuto quella società non può crederci, non può sapere: era un’altra cosa. A me piaceva di più. Adesso siamo forse in un’epoca più democratica, basti pensare a tutti questi facili esordi, ma una volta, non era fondamentale pubblicare o entrare in classifica: eri scrittore solo se la società letteraria ti faceva spazio e ti riconosceva come tale. Questo era determinante: potevi non aver ancora pubblicato nulla, ma dovevi venir accettato da almeno alcuni di loro, passare da questa iniziazione, che poteva essere terribile, visto che dipendeva dai loro gusti e dalle loro simpatie, ma che era certo più esaltante.



Intervista di Lidia Gualdoni

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