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Intervista

Francesco Recami: l’analisi sociale è più che altro un alibi per chi scrive storie noir


Ormai è un appuntamento fisso: Sellerio ci ha abituati male e non potrà più smettere di offrirci due volte l'anno, a Ferragosto e a Natale, quell'antologia di racconti di "giallisti" che fanno vivere avventure speciali ai loro personaggi nelle ricorrenze canoniche.
Il termine "giallisti" è tra virgolette proprio perché tra loro, tra quelli che si definiscono tali, c'è anche lui, Francesco Recami, che giallista non si sente. E non pensa neppure di essere uno scrittore "importante". E invece lo è. Lo è perché ci fa divertire, perché ci racconta la nostra vita, i nostri limiti e quelli dei nostri vicini con ironia intelligente e lo sguardo di un sociologo (anche se non vuol essere neppure questo). Com'è nata la sua casa di ringhiera e gli inquilini che vi abitano? E perché non si sente di appartenere alla schiera degli scrittori di gialli?

Ecco le antologie Sellerio pubblicate sino a oggi

•   Un Natale in giallo - 2011
•   Capodanno in giallo - 2012
•   Ferragosto in giallo - 2013
•   Regalo di Natale - 2013



La sua casa di ringhiera è un microcosmo attraverso il quale lei riesce a raccontare la società italiana: anziani soli, coppie in crisi, problemi di lavoro, figli e nipoti da crescere bene, immigrazione... il tutto nello stretto rapporto di vicinato. Una pura invenzione letteraria, o un'esperienza in prima persona? Lei vive o ha vissuto in una casa di ringhiera?


Come da avvertenza, anche nel Segreto di Angela: “Fatti, persone, luoghi, date, nomi e circostanze sono di pura invenzione. Persino il sottinteso e il non detto non hanno alcun riferimento con la realtà”.
Peraltro molto dipende dal caso. Il primo romanzo della serie, che si intitola per l’appunto La casa di ringhiera, lo avevo scritto ambientandolo in un condominio di una città indefinita. Poi sono stato ospite per un tempo brevissimo in un appartamento di casa di ringhiera a Milano e ho pensato che era l’ambientazione perfetta per quella storia: una sorta di quinta teatrale, con tante porte che si aprono e si chiudono, i personaggi entrano ed escono e si incrociano sul ballatoio: l’ideale per una tragicommedia dove tutti vogliono sapere i fatti degli altri e nessuno vuol far sapere i propri. Ma, almeno in questi libri, lungi da me l’idea di rappresentare la società italiana, che si rappresenta da sé.


Perché la scelta del genere giallo per raccontare l'evoluzione della società? Nel momento della scrittura lei si sente più vicino a scrittori come Gadda, Sciascia o Testori? Oppure immagina altri riferimenti letterari?

Lei mi mette in imbarazzo, figuriamoci se mi metto a confronto con Gadda o Sciascia. Li ammiro e cerco di studiarli, nulla più. Posso azzardare un’eresia? Per me la scelta d’elezione per parlare di problematiche sociali non è il giallo: l’analisi sociale è più che altro un alibi per chi scrive storie noir che vengono lette per puro scopo di intrattenimento. Non c’è niente di male, anzi, ma paludare storie di intrattenimento come analisi sociali mi pare come mettere le mani avanti.
Se si vuole parlare di problematiche socio-esistenziali lo si può fare prendendole di petto, e non attraverso qualche morto e un’indagine. Io in altri romanzi ci ho provato. Inoltre nei miei libri, almeno fino ad adesso, non c’è il morto, non c’è l’investigatore, non c’è l’indagine e nemmeno la soluzione.
Mi dica lei se si tratta di gialli.


questi e gli altri libri di Recami su Wuz


I suoi “gialli” si basano sugli equivoci, sono commedie degli equivoci. Il lettore scopre man mano che quello che apparentemente sembra un delitto o un fatto criminale grave, è in realtà tutt'altro. Da cosa è nata questa felice idea narrativa?


A me piace giocare con un po’ di ironia sui meccanismi del giallo e della suspence: misteri che esistono più nella testa dei personaggi che non nella realtà finzionale. Questa “attesa” del crimine può causare situazioni paradossali e molto complicate, anche se il crimine non c’è.


Nelle sue storie ci sono la solidarietà e l'odio, l'amore e l'invidia. I sentimenti umani più comuni, insomma. A quali si sente più vicino? Quali sentimenti racconta con maggior divertimento?

È chiaro che ci si diverte di più a raccontare i sentimenti negativi, invidia, dispetto, rincrescimento, odio. A raccontare amore e solidarietà viene il latte ai ginocchi.


Dove scrive e in che momenti? E come si costruisce un suo libro (parte dalla trama, dall'idea, dai personaggi, dall'ambientazione, da un fatto di cronaca...)?

Scrivo a casa mia, a penna, al computer indifferentemente, in quello che dovrebbe considerarsi il mio “studio” ma che siccome non ha porte non assomiglia per niente uno “studio”, soprattutto tenendo conto del volume a cui i miei figli gradiscono ascoltare la musica.
Per fortuna ho una grande capacità di isolarmi.
In questi ultimi tempi mi piace molto concentrarmi sulla trama; i personaggi, avendo costruito romanzi seriali, ci sono già. Sto dalla parte di chi costruisce trame e strutture prima di scrivere, e secondo me chi dice che è possibile fare diversamente, scrivere sul quadernino cominciando con la prima parola e finendo con l’ultima, mente sapendo di mentire.


Un'ultima curiosità: nel racconto "Ferragosto nella casa di ringhiera" lei introduce, accanto ad alcuni dei suoi abituali protagonisti, un personaggio reale: Elenoire Casalegno (e la cosa è molto curiosa). E non le offre una parte troppo lusinghiera... Ha potuto farlo perché la conosce bene? Lei si è divertita a essere protagonista di un racconto? Oppure, se non la conosce, ha avuto un riscontro sulla sua reazione?

Per l’amor del cielo, non dica così, lei mi vuol fare querelare. In quel racconto c’è una donna che assomiglia molto a Elenoire Casalegno, e che certa gente davanti a un locale alla moda prende per Elenoire, ma non si tratta di lei. Non conosco tale famoso personaggio televisivo, ma in questi ultimi tempi mi piace approfondire l’argomento, soprattutto la percezione che hanno le persone, quelle che se ne interessano, dei VIP. Per me resta un mistero.
Nelle mie storie c’è un a pettegola, la signorina Mattei-Ferri, che non si perde un numero di Chi, Eva 3000, Vero e Vip: sul perché molte persone si interessino alla vita privata di Elenoire Casalegno bisognerebbe chiederlo alla Mattei-Ferri stessa.


di Giulia Mozzato


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