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Intervista

Francesco Formaggi: il mio esordio letterario da ilmiolibro.it a Neri Pozza è stato un lungo percorso


Il casale è il romanzo d'esordio del giovane Francesco Formaggi.
Nel cuore della campagna italiana, ha ambientato una storia di segreti e passioni, di incubi e strani portenti.
Lo abbiamo intervistato per parlare con lui di scrittura, fonti di ispirazione, stile, progetti futuri, ma soprattutto di come si diventa "scrittore".



Il casale è il tuo romanzo d’esordio: qual è stato il percorso che ti ha portato fino alla sua pubblicazione?

Il mio percorso è iniziato dopo l’università: io ho studiato filosofia a Bologna.
Ho cominciato a scrivere questo romanzo nel 2007 e ci ho messo circa un anno per completarlo. Poi però è rimasto lì: l’ho mandato a diverse case editrici, senza ricevere risposta.
Dopo l’università, comunque, c’era la necessità di trovare lavoro – ho fatto quello che mi capitava -, il libro stava circolando e mi sono detto che, se il mio destino era questo, dovevo lavorare e scrivere qualcos’altro finché non sarebbe successo qualcosa.
Nel 2011 ho iscritto Il casale, che all’epoca si chiamava Birignao, a un concorso indetto da Feltrinelli, insieme a “Il mio libro.it” ed alla scuola Holden, che mi ha assegnato il “premio creatività” e da lì è iniziato tutto.
Mi hanno invitato ad “Esordire”, un evento di rilievo, organizzato dalla scuola Holden, con autori, editor ed agenti molto importanti. Una di questi, Maria Cristina Guerra, mi ha chiesto se avevo un libro e se ero interessato ad entrare nella sua agenzia. Abbiamo cominciato a collaborare, con un lavoro di riscrittura del mio romanzo durato un anno, finché non è stato accolto a braccia aperte da Neri Pozza.
Si tratta, quindi, di un percorso che è durato parecchio.


Nei ringraziamenti fai riferimento a tante persone…

Esattamente. Un libro si immagina da soli, ma si costruisce insieme agli altri, soprattutto agli editor ed alle persone che ti stanno accanto. Come Fabio Stassi che per me è stato determinante, uno dei primi a leggermi: fin da quando avevo venticinque, ventisei anni, rispondeva pazientemente a tutte le mie mail, commentando ciò che scrivevo. Lui era nella mia stessa posizione di adesso, ma io non farei la stessa cosa!
Fondamentale è il lavoro. Mi sono dovuto trasformare almeno tre volte, per arrivare a un testo pubblicabile. Anche se non sembra, per arrivare alla semplicità, occorre scavare, tagliare molto. Ti “trasformi” perché vedi il mondo in modo diverso, rilavori sui tuoi testi in modo diverso. Determinante è stato anche il consiglio del direttore generale di Neri Pozza: ci siamo incontrati quando hanno acquisito il mio romanzo, abbiamo chiacchierato e mi ha aperto un mondo, sui romanzi, sulla letteratura, su come dev’essere un libro.



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Come puoi definire il tuo stile?


Il mio stile non è studiato a tavolino, ma “lavorato”. Io non so fin dall’inizio dove devo andare: la mia scrittura è una sorta di performance.
Sto lì e invento, ho in mente la storia, so a grandi linee quali personaggi la popoleranno. Ma, in realtà, capisco cose solo scrivendo e, quando ho finito la prima stesura, proprio come si fa con il pane, lascio lì a riposare, e ci ritorno poi con occhi differenti.
Uno scrittore polacco, Witold Gombrowicz, diceva: “Voi, giovani scrittori, scrivete le prime venti pagine di getto, senza preoccuparvi di ciò che viene. In questo modo scriverete con il cuore. Poi ci tornate su con la testa e se quelle venti pagine sono buone, le porterete avanti, altrimenti le buttate e non cambierà niente nella vostra vita”. E come lanciare qualcosa lontano, andare a riprenderla e cambiare direzione.
Ma, per tornare allo stile, io ho sempre pensato che ogni libro ha il suo stile e che ogni autore ha uno stile in base al libro che sta scrivendo. Per quanto riguarda questo romanzo, posso dire che, fondamentalmente, ha uno stile molto “asciutto”. Qualcuno lo ha definito abbastanza americano, ma io non sono convinto. Gli americano tendono ad essere molto paratattici, usano frasi semplici, mentre lì, in realtà, ci sono paragrafi anche più lunghi. Direi che lo stile tende ad asciugare, a sfrangiare i rami il più possibile, per arrivare al nocciolo della questione, che sia un’emozione, un sentimento, un moto interiore.


Credi di aver trovato una tua voce personale, oppure ti ispiri a dei maestri?

I maestri sono coloro dai quali impari i modi, le strutture narrative, come procedere, ma dai quali apprendi anche un mondo particolare. Per me, e per questo romanzo soprattutto, c’è stato Gombrowicz, che ho già citato e che ha scritto Pornografia, un romanzo straordinario, ambientato proprio in campagna. C’è un’ironia che pervade tutto questo libro che io ho cercato di riportare nelle prime stesure del romanzo.
Sono sempre stato appassionato anche da Kundera, soprattutto dei suoi scritti teorici che mi hanno formato fortissimamente, con la sua idea che esiste una storia del romanzo e che occorre tornare ai padri fondatori, alla loro libertà di composizione assoluta, oltre, ancora, all’ironia come componente fondamentale.


Com’è nata questa storia? A chi ti sei ispirato per i personaggi? Hai mai visto un alluce come quello di Giulia?

Dopo l’università mi sono detto che avrei provato a scrivere, ma due romanzi sono naufragati. Nel frattempo, come ti raccontavo, avevo la necessità di lavorare. Una sera, ospite di un’amica per il suo matrimonio, presso un agriturismo in Ciociaria, dalle mie parti, ho incontrato per caso il cuoco che era stato mio compagno di giochi infantili.
Gli ho chiesto se c’era lavoro e, visto che se n’era appena andata una ragazza, ho cominciato a fare il cameriere.
Praticamente l’idea è nata lì, quando mi sono detto di scrivere non tanto di ciò che so, ma di cose che m’appartengono – sensazioni e sentimenti che mi sono familiari perché sono dentro di me.
I personaggi del libro sono gli stessi che popolavano quell’ambiente: il proprietario, la moglie antipatica, le nipoti un po’ civette, la cameriera…
Per essere precisi, però, l’idea è nata mentre ero in macchina con la mia ex fidanzata, per una gita della domenica pomeriggio in campagna. Ad un certo punto, la strada è stata bloccata da un enorme gregge di pecore, mentre lei dormiva con i piedi sul cruscotto – che poi è l’incipit del mio romanzo.
In realtà quello ad avere l’alluce grosso sono io, ma mi sono chiesto che cosa sarebbe successo se due fidanzati diretti ad casolare di campagna simile all’agriturismo dove lavoravo, fossero stati bloccati da un gregge e se il protagonista si fosse reso conto degli alluci enormi della fidanzata: da questa intenzione di deformità è nato tutto.



l’idea è nata mentre ero in macchina con la mia ex fidanzata, per una gita della domenica pomeriggio in campagna. Ad un certo punto, la strada è stata bloccata da un enorme gregge di pecore, mentre lei dormiva con i piedi sul cruscotto – che poi è l’incipit del mio romanzo

A parte forse Clara, la cameriera, tutti i personaggi se non negativi, appaiono deboli, in preda a pulsioni: è così?

Sì, esattamente. L’idea era quella di indagare la deformità interiore che si trova, comunque, dentro ciascuno di noi, quasi come fosse una condizione esistenziale di base. In un certo qual modo ce l’abbiamo tutti, ma tendiamo ad accantonarla, a nasconderla sotto un’apparente normalità. Non abbiamo una parte buona e una cattiva – sarebbe banale - ma qualcosa che ci rende disumani. Nel corso del libro tutto questo emerge piano piano, anche se, all’inizio, c’è una patina di formalità. Con l’evolversi degli eventi si scopre che ciascuno ha la sua deformità. Il mio intento era raccontare non tanto l’uomo come è fatto, ma osservarlo durante il percorso che lo porta a far emergere il lato negativo.


Si tratta di un’evoluzione naturale oppure è possibile scegliere?

La mia convinzione personale di autore è che si possa scegliere la direzione da prendere, ma nel romanzo, invece, ho voluto dire altro, che siamo un po’ tutti intrappolati dentro una sorta di entropia – un concetto che riguarda il mondo e la naturale degenerazione di tutte le cose verso il caos. Proiettata nell’essere umano, questa idea di entropia fa sì che i sentimenti e i comportamenti degenerino anch’essi verso il caos. Questa involuzione, nel romanzo si esprime nella parte in cui i sentimenti si confondono in questo percorso verso il negativo, quando saltano i confini fra i sentimenti. In questa confusione l’essere umano apparentemente “normale”, si trasforma, mostrando tutta la sua deformità. Si tratta di un concetto che non riesco ad esprimere facilmente con parole diverse da ciò che ho scritto nel libro.


Il “casale” rappresenta per te una sorta di microcosmo?

Sì, grazie, hai detto la parola giusta. Io sono cresciuto in un paese della Ciociaria di duemila abitanti, arroccato sulla collina, ci sono quattro cinque chilometri di curve per raggiungerlo, e l’isolamento è la sua caratteristica principale. Mi sono reso conto che questa componente dell’isolamento mi è necessaria per costruire le mie storie. Nelle grandi città tutto è più confuso e non sai quale direzione stanno prendendo gli eventi e le persone, mentre in questi microcosmi puoi capire e vedere in che modo si evolve l’uomo e indagarne meglio i sentimenti.


Io sono cresciuto in un paese della Ciociaria di duemila abitanti, arroccato sulla collina, ci sono quattro cinque chilometri di curve per raggiungerlo, e l’isolamento è la sua caratteristica principale.


Che cosa puoi dire delle immagini piuttosto forti di cui sono protagonisti gli animali – la pecora, le galline?


Non è sadismo, non il mio, almeno. Questa crudeltà ha origine nella diversità, nell’opposizione, fra uomo e animale. Quando accade che l’uomo si disumanizza, per un motivo o per un altro, arriva al livello degli animali e in questo caso c’è una crudeltà cieca che si esprime anche verso gli animali.


Che cosa ti aspetti dal futuro?

Mi aspetto che le cose vadano in modo da poter scrivere tranquillamente. Ora sono concentrato sul secondo romanzo e, in futuro, ho in progetto una raccolta di racconti.


A cura di Lidia Gualdoni

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