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Intervista

Ecco come sono riuscito a pubblicare il mio primo libro saltando il self-publishing: i Tanti modi di Stefano Casacca

Un inno alla libertà, un racconto unico che si smembra in tanti racconti e si ricompone nella visione del mondo un po' tragica e un po' cinica del suo autore.
La ricerca di un "altrove" diverso e la consapevolezza che questo altrove non esiste se non dentro se stessi.
Questo è Tanti modi di fuggire da una città, libro d'esordio di uno scrittore milanese che pubblica con una piccola casa editrice romana: Gorilla Sapiens (leggete l'intervista alla sua fondatrice Valentina Presti Danisi per saperne di più).



Un libro d’esordio: come hai trovato il tuo editore? Come avete lavorato per arrivare alla versione definitiva? Quanto è stato importante avere un referente esterno con cui confrontarti per il risultato finale?


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Ispirandomi ad Auster, non poteva essere che il caso a guidarmi... o comunque si chiami.
Era lo scorso marzo, e Gorilla Sapiens avrebbe iniziato l’attività di lì a poco, con l’idea di pubblicare una raccolta di racconti. Si chiedeva l’invio di un brano in prosa: tema, i rumori della città. Io avevo quel testo!
L’ho tirato fuori da una cartella del pc dove languiva da un po’, e l’ho inviato, sicuro che fosse il pezzo giusto.
Mi hanno scritto solo cinque giorni dopo.
E così è stato pubblicato il testo Ogni città è un’invenzione del cuore, inserito in un’antologia dal titolo Urban Noise. Il libro è uscito a giugno, con il contributo di 17 autori. In occasione della presentazione a Roma, l’editrice mi ha chiesto di pubblicare Tanti modi.
Abbiamo lavorato per blocchi di racconti, scambiandoci moltissime mail.
L'editrice/editor mi inviava le sue correzioni e i suggerimenti per migliorare il testo, stava poi a me sviluppare le idee, correggere gli errori o, al contrario, insistere a favore della mia versione. Questo mi ha convinto sempre più della necessità di una lettura terza, da parte di chi lo faccia per professione e non abbia remore a togliere o tagliare. In particolare, mi ha stupito come vi siano anacronismi che sfuggono alla mia ventesima lettura del racconto ma non a una brava editor.
Il mio lavoro, qualunque giudizio se ne possa dare, sarebbe stato peggiore se non l’avesse letto lei.  


Hai disegnato tu anche la copertina. Mi racconti com'è nata e perché l’editore ha accettato la tua proposta?

La storia di come è nata la copertina e di come è stata accettata è sorprendentemente semplice. L’ho disegnata a matita e china mentre scrivevo il libro, per dare sfogo alle immagini nella mia testa: i racconti della raccolta, per me, sono un susseguirsi di immagini precise e chiare, che vedo ancora adesso. La copertina ne riproduce una. E di fronte a un caffè, quanto Valentina mi ha chiesto di poter pubblicare il libro, non ho indugiato molto sugli articoli del contratto: ho soltanto chiesto di dare una possibilità al mio disegno. Lei mi ha detto che ci aveva già pensato.

Racconti: si sa che la strada del racconto in Italia è tutta in salita. La forma del racconto è perfetta per narrare attimi e sensazioni, ma è anche quella più difficile, dove non è possibile barare. Una delle difficoltà maggiori è creare una raccolta ben congeniata e strutturata. Il libro dà la sensazione di avere questo lavoro alle spalle. Quanto tempo hai impiegato a scrivere questi testi? E sono nati per essere uniti in una raccolta o erano singole idee e solo in seguito ti sei accorto che avevano un fil rouge che le univa?

Di sicuro la stesura dei testi ha coperto svariati anni.
Questo per due motivi: primo, perché di solito lavoro a vari generi contemporaneamente. Poi perché Tanti modi di fuggire da una città non è un testo nato a tavolino, ma l’aggregazione naturale di storie nate sorelle senza saperlo. Quando ho scoperto questa comunità d’idee ho scoperto anche qualcosa di me: c’erano idee che mi appartenevano così tanto da farvi ritorno spesso non per progetto, ma per avventura. Unire i racconti, migliorarli e scriverne altri che riempissero ipotetici vuoti è stato consequenziale. Anche il titolo, che ho scelto io, lo è stato: mentre i singoli racconti hanno cambiato titolo varie volte, la raccolta si è sempre chiamata così.


C’è un alter-ego nei tuoi racconti. Quanto c’è di te nei tuoi personaggi?


Non saprei rispondere alla domanda, perché per quanto le storie mi siano care, nessun personaggio è sovrapponibile a me, neppure lo stesso Liber, che è un giornalista di cronaca locale e ha viaggiato poco. Di lui, però, condivido l’ironia e lo sguardo amaro sulla realtà.
Non sarò originale, ma penso che il noir – come tono prima ancora che genere letterario – spieghi assai bene la realtà di oggi.
Una curiosità: nelle mie storie compaiono molti mendicanti. Mi sono accorto di questa ricorrenza solo a libro stampato, quando l’ho riletto. Questo, per tornare a quanto dicevamo in tema di fil rouge, mi ha spinto a credere che vi sono convergenze che sfuggono allo stesso autore, che dimorano in uno scrigno riposto la cui chiave non ci appartiene (ancora). Come la lettura, anche la scrittura è strumento di conoscenza di sé.


Gli autori di riferimento per i racconti: le tue ispirazioni e i tuoi debiti letterari...

Leggo molto, ma i miei autori di riferimento sono Italo Calvino, Franz Kafka, Paul Auster.
Amo il Calvino di Marcovaldo e delle Città invisibili, la sua ironia e il preciso studio di cosa significhi, per un individuo, vivere (in) una città.
Di Kafka ho letto e riletto quella storia terribile che è il Processo, uno dei più incredibili sguardi verso l’abisso della letteratura del Novecento.
Di Auster, beh, la Trilogia di New York (in particolare Città di vetro) mi ha stregato subito, è un testo che ho letto varie volte, in italiano e in inglese. È la stella polare del mio libro e ne definisce il gusto.



31 gennaio 2013 Di Giulia Mozzato

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