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Intervista

Marco Malvaldi si racconta: da Milioni di milioni ai Delitti del BarLume, un'intervista a tutto campo.


"È difficile essere un grande sciatore, se sei nato in Senegal"

Per la fotografia di Marco Malvaldi © Nicola Ughi
A parlare con Marco Malvaldi - sia pure se attraverso le eco metalliche e le cadute di linea di un telefono poco collaborativo - ci si sente sempre come ad incontrarsi in un bar sotto casa, davanti a un caffé, mentre ci si raccontano le ultime novità su quel matto di nonno Ampelio, o di quanto sia diventata bella la figliola del Rimediotti.
Insomma, c'è un'aria da chiacchiera informale che non può che far piacere; e ci si sente subito in provincia, in uno di quei paesi di cui Malvaldi è diventato cantore privilegiato, nell'ambito della narrativa italiana, in un tempo straordinariamente breve.

Nei cinque anni passati dalla pubblicazione de La briscola in cinque, primo formidabile exploit della banda dei 4+1 (i quattro vecchietti del BarLume di Pineta e il gestore dello stesso, Massimo il "barrista") questo chimico prestato alla scrittura forse in via definitiva si è costruito una reputazione solidissima di cantastorie brioso e intelligente.

Siamo a Roccapendente? A Montesodi Marittimo? A Pineta?
Oppure basta immaginare di sedersi attorno a un tavolo - ovunque esso si trovi - e lasciare che il nostro dia fondo a quella vena conviviale e narrativa che sembra sgorgare naturalmente, come acqua fresca, dalla sua penna? propenderemmo per la seconda ipotesi, e anche l'ultimo parto malvaldiano (che - scopriremo nell'intervista - come ogni parto degno di tale nome è frutto di una gestazione condivisa fra due persone... ) conferma la bontà di un estro sicuro, sul quale ci sentiamo di scommettere indipendentemente sulle strade - o meglio, dei viottoli - che deciderà di far prendere ai protagonisti delle sue storie.


Leggi la recensione di Milioni di milioni.


L'intervista


Montesodi Marittimo si aggiunge, nella personalissima topografia malvaldiana, a Pineta e a Roccapendente. I luoghi, nei suoi romanzi, non sono mai la semplice cornice di una storia, ma paiono piuttosto espressione di un genius loci un po’ cinico e scanzonato che li rende protagonisti attivi della storia. È così?

Malvaldi: È esattamente così. Io, tra l’altro, mi diverto abbastanza coi nomi dei luoghi. Montesodi, in questo caso, è il nome di un Chianti che a me piace molto.  E Montesodi Marittimo si chiama così, nonostante sia così in alto, perché da lì si vede il mare, e in Toscana i paesi dai quali si vede il mare si chiamano “marittimo” anche se sono in collina e nell’entroterra.
I luoghi sono importanti perché, per dirla in parole povere, è difficile essere un grande sciatore se nasci in Senegal.
Il luogo in cui vivi ti condiziona, necessariamente. E capendolo, si capisce tutto meglio.
Il regista Capuccio durante le riprese di un episodio all'Isola d'Elba - foto © Antonello Montesi


Al suo precedente “Odore di chiuso”, il romanzo presente si collega per più di una via: dalla citazione in apertura, a firma di quel Pascoli (... che incontrammo in quel libro mentre era  intento a liberarsi la vescica... ), fino alla struttura stessa del romanzo, diviso in capitoli intitolati al giorno della settimana in cui si svolgono. È affezionato a questa struttura a calendario, per così dire?

Malvaldi: Io sono una persona che divide quel che gli succede in giorni della settimana. Ci sono giorni bellissimi e giorni inutili. Io farei un referendum per abolire la domenica, perché per me le cose di domenica finiscono, mentre raddoppierei il sabato, e sono uno dei sette esseri viventi non parrucchieri che adorano il lunedì, e quindi mi viene naturale scandire un oggetto finito com’è un libro in giorni della settimana.
Specialmente se la presenza dei personaggi che sono protagonisti del libro è una presenza a tempo, com’è il caso di quest’ultimo libro o anche di Odore di chiuso.


A tratti, leggendo il saporitissimo vernacolo nel quale si esprimono molti dei suoi personaggi, si ha come l’impressione che lei abbia scritto dialoghi e battute avendo nelle orecchie l’interpretazione che – facciamo un nome a caso – Alessandro Benvenuti ne avrebbe potuto dare…

Malvaldi: Sì, io le battute le sento. Ma non è tanto l’interpretazione di Benvenuti, che è un grande e ha fatto l’audiolibro di Odore di chiuso splendidamente (… tanto che quando Emons mi ha chiesto di leggere La briscola in cinque io, dopo aver sentito Benvenuti, ho detto ‘ma voi siete pazzi!’).
Poche delle mie battute sono inventate, in realtà: le ho sentite davvero, oppure ho sentito davvero persone che sarebbero in grado di fare battute del genere.
Io sento le loro voci mentre dicono quelle cose, e quindi sarebbe impossibile riportarle in italiano perfetto, pulito e grammaticalmente ineccepibile.
Quale dei quattro sarà nonno Ampelio? - foto © Antonello Montesi


A proposito di accenti e campanilismo: a capodanno leggeremo un suo racconto fra altri sei, scritti da Camilleri, Aykol, Costa, Manzini e Recami… in mezzo a tanti siciliani, turchi, milanesi, lei è l’unico pisano. Si sente schiacciato dalla responsabilità?

Malvaldi: Un po’ no, perché c’è il mio conterraneo Recami (… che è fiorentino, non esattamente pisano, e quindi bisogna fare attenzione). Devo rappresentare una provincia che sta svanendo, e devo fare del mio meglio.
Insomma, Palermo resterà, Milano resterà e credo che anche Istanbul non verrà cancellata da questa riforma, mentre Pisa è destinata a svanire, e quindi tento di perpetuare il suo ricordo fintanto che questo è possibile.


Tornerà a raccontarci le avventure dell’Artusi? Oppure dobbiamo considerare chiuso anche quel ricettario, oltre al BarLume di Pineta?

Malvaldi:
No, perché quando si scrive un ciclo di ambientazione storica – la buona Margaret Doody insegna – si sparano le migliori cartucce nel primo romanzo. Poi si frigge e si rifrigge aria. Si pesta nello stesso mortaio, insomma.
Prendiamo l’Artusi: magari è sconosciuto a chi prende in mano il libro per la prima volta, poi – quando uno dovesse leggere una seconda avventura - saprebbe già molto di lui, e quindi per incuriosire il lettore, bisogna raschiare il fondo del barile, e questo è un rischio che non mi sento di correre

Timi nei panni di Massimo il barrista - foto © Antonello Montesi



D’altra parte lei non rischia di restare a corto d’ispirazione, visto che sua moglie Samantha – cito dai ringraziamenti – è in gran parte artefice della storia qui raccontata: chi va con lo scrittore impara a raccontare? O quello di sua moglie è un talento innato?

Malvaldi: No! No! No! La realtà è che io sono la punta di un iceberg… Mia moglie è una persona dalla cultura umanistica sconfinata e ha una fantasia malata, pari solo alla sua cultura.
Anche nei libri precedenti c’era lo zampino di Samantha, come nel caso dell’episodio del Carducci di cui si parlò poc’anzi e che avevo messo in Odore di chiuso dietro suggerimento di Samantha.
In questo caso, il nome “Malvaldi” è quasi uno pseudonimo di due autori: la trama da una parte, e la scrittura dall’altra.


Di professione, lei è chimico. Le cito uno dei versi che Fabrizio De André ha dedicato a un suo collega nel suo bellissimo disco “Non all’amore”:

Da chimico un giorno avevo il potere
di sposare gli elementi e di farli reagire,
ma gli uomini mai mi riuscì di capire
perché si combinassero attraverso l'amore.
Affidando ad un gioco la gioia e il dolore.


... dica la verità: ha cominciato a scrivere per smentire Faber?


Malvaldi: (ridendo) Non mi permetterei mai di smentire De André… però ho cominciato a scrivere proprio sulla falsariga di una canzone di De André, “La città vecchia”: “quattro pensionati mezzo avvelenati al tavolino”.
Sono partito da lì, in realtà.
Sono due cose da capire: chi ha solo una visione scientifica non riesce a capire come mai gli uomini si affidino a un gioco.
Nemmeno io, eh? per carità! … però sto facendo dei piccoli passi, via… la parola chiave, però, è proprio quella: il gioco.
E giocando, cerco di imparare qualcosa.


A proposito: come va con provette e becchi bunsen? Quando scende in cantina fra alambicchi e ossidoriduzioni in casa incrociano le dita?

Malvaldi: No, perché mia moglie è chimica come me! Nel caso in cui esploda qualcosa siamo corresponsabili, e poi ultimamente le provette hanno preso un po’ di polvere perché io ho rinunciato ormai ufficialmente alla professione. Continuo a fare un po’ di ricerca per conto mio e lontano dall’Università, perché era impossibile seguire le due cose.


È annunciato uno sceneggiato televisivo ispirato al ciclo del BarLume di Pineta, con Filippo Timi nei panni di Massimo il barrista. E massimo è anche il rispetto per Timi, attore versatile e appassionato: ma è la scelta giusta, secondo lei?

Malvaldi: Beh, è la scelta giusta nel senso che fisicamente Timi è molto vicino al Massimo che io avevo in testa. E dopo aver visto Timi recitare, devo davvero dire che oggettivamente è un mostro di attore.
Ho imparato più cose sul mio personaggio vedendolo recitare di quante ne abbia probabilmente capite lui leggendo i miei libri… è riuscito addirittura a completare il mio personaggio!
Non avrei potuto sperare in nulla di meglio.


Infine, la nostra rituale domanda sulle letture. Che libri ha letto, recentemente, che l’hanno tenuta sveglia la notte?

Malvaldi: Ho appena finito “Stoner” di John Williams, che è probabilmente il libro migliore che ho letto quest’anno. Anzi, non 'probabilmente': è il migliore senza ombra di dubbio.



L'autore


16 novembre 2012 Di Matteo Baldi

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