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Intervista

Un'isola come metafora del mondo. Andrea De Carlo parla del suo nuovo romanzo, Villa Metaphora


Trent'anni: quanta strada ha percorso il "Treno di panna" lanciato da Andrea De Carlo nella narrativa italiana agli inizi degli anni ottanta!

Ma i temi, i personaggi e le ossessioni dello scrittore milanese non hanno perso un grammo della loro attualità, come sta a dimostrare con le sue quasi mille pagine "Villa Metaphora".

Il romanzo monstre arriva sugli scaffali delle librerie giusto in tempo per celebrare gli ottant'anni di Bompiani, editore che nell'autore ha sempre creduto (a brevissimo - per inciso - l'opera omnia verrà ristampata in edizione economica e con una veste grafica completamente rinnovata).

Nell'occasione abbiamo pensato di fare quattro chiacchiere con De Carlo per farci raccontare da lui dove si trovi esattamente Villa Metaphora, e di cosa sia la rappresentazione in forma di romanzo.


Mercoledì prossimo 14 novembre Andrea De Carlo presenterà il suo romanzo Villa Metaphora presso la libreria Ibs bookshop di Ferrara.

Un'immagine dello scrittore (dal sito di De Carlo)

Wuz: Novecento pagine sono un bell’exploit. Lei ha parlato di “rivendicazione delle possibilità di un romanzo”. In tempi di tweet, microblogging e sms, il suo diventa quasi un manifesto politico. Crede che funzionerà con le generazioni più giovani di lettori?

De Carlo: È proprio quel che voglio vedere!
È una curiosità che ho, perché sono del tutto convinto che non abbia alcun senso cercare di inseguire la mancanza di attenzione riducendo le proprie aspirazioni.
Al contrario, mi viene voglia di rivendicare la capacità che ha un romanzo di raccontare il mondo, i sentimenti, i dubbi delle persone, di indagare nella psicologia.
Ho molta fiducia nel romanzo come forma di comunicazione, di espressione, e sono sicuro che anche le persone giovani – perlomeno quelle intelligenti – leggeranno.


Wuz: "Nessun uomo è un’isola", diceva John Donne. Ma su un'isola si possono condurre i più diversi esperimenti romanzeschi (da Robinson Crusoe a Il signore delle mosche, da Stevenson fino a Michel Tournier e tantissimi altri). Perché gli scrittori sono così affascinati da uno scoglio in mezzo al mare, sia pur se dotato di ogni confort?

De Carlo: Perché è come una riproduzione in scala ridotta – a volte molto ridotta - del mondo.
Ovvero: il nostro pianeta, sospeso nell’immenso universo, è riprodotto in scala minore da questo scoglio.
Lì, però, c’è lo stesso tipo di interazione che c’è fra le persone nel mondo, lo stesso tipo di conflitti, di caratteri, di ragioni, e quindi è un laboratorio di caratteri fantastico, per uno scrittore.
Un posto sul quale lo scrittore può affacciarsi, nel quale può entrare, può immedesimarsi e giocare - a volte in modo un po’ sadico o voyeuristico - ma anche un po’ come uno scienziato che cerchi di studiare e capire.


Wuz: Quattordici punti di vista, quanti sono i personaggi del romanzo. Un campione sufficientemente rappresentativo del mondo o un modo per esprimere altrettante declinazioni dell’autore?

De Carlo: Per me è un campione rappresentativo di varie categorie che vanno dal banchiere tedesco all’attrice americana, superstar squilibratissima, fino allo chef spagnolo che smaterializza i cibi che presenta a tavola… la mescolanza sociale è abbastanza varia, nel senso che ci sono gli squisiti ospiti, famosi e potenti, ma c’è anche il factotum isolano che se ne occupa; c’è la manager che è nata sull’isola ma vuole andarsene e conoscere il mondo…
Credo che quando uno scrittore tira in ballo così tanti caratteri finisce per ritrovare delle parti di sé in ognuno di loro, anche quando i personaggi sono detestabili o comunque molto lontani da colui che scrive. 


Wuz: E dunque: un banchiere tedesco, una giornalista francese, un cuoco spagnolo e un architetto milanese. Ciascuno ha una sua lingua, ma quella che sembra lei si sia divertito di più a mimare è la lingua di Lynn Lou Show, attrice americana dal nome quanto mai rivelatore. È così?

De Carlo: Sì, mi sono molto divertito, con lei.
Lynn ha cominciato a fare l’attrice quando aveva cinque anni, è fra quelli che cominciano da piccoli, spinti da genitori avidi e ambiziosi, e che non hanno una vita reale fuori dal set… mangiano, vanno a dormire, e per il resto, poveracci, recitano parti.
Mi è capitato di conoscere persone di questo tipo.
Benché lei sia sguaiata e volgare – usa una parolaccia ogni cinque parole – mi era profondamente simpatica. Ecco un caso di personaggio molto diverso dal suo autore che però finisce per toccare delle corde, dentro di lui.


Alcuni degli oggetti che hanno un ruolo nel racconto...

Wuz: Si festeggiano gli ottant’anni di Bompiani, sua casa editrice da sempre, e trent’anni  sono passati dalla prima pubblicazione di “Treno di panna”: cos’è cambiato, a suo avviso, in tre decenni, nel rapporto fra un autore e il suo editore?
 
De Carlo: Io devo dire che ho un rapporto molto personale col mio editore. Non mi piacciono le macchine editoriali, non mi piacciono i contesti in cui ti senti parte di un’industria, come autore.
Io continuo a pensare al mio lavoro come ad un lavoro artistico, che si basa sull’invenzione e sull’immaginazione, e la cosa che mi piace del mio editore è che ci sono delle persone con cui lavoro bene, e con le quali c’è un’intesa istintiva.
Tra l’altro ci troviamo in un momento particolare della storia dei libri, c'è scetticismo, a proposito del futuro… molti dicono che i libri di carta scompariranno, e ci sarà spazio solo per il digitale.
Io non ci credo. Credo che sicuramente ci troviamo in un momento di grandi trasformazioni, che ci aspettino delle grandi sfide.
E in quanto tali, credo che queste siano stimolanti e interessanti.


Wuz: Ultimi libri letti? Quali sono i titoli che l’hanno maggiormente impressionata, fra quelli usciti di recente?

De Carlo: Devo confessare che quando scrivo non riesco a leggere romanzi, e tantomeno romanzi contemporanei perché mi influenzerebbero e squilibrerebbero il lavoro che sto cercando di fare.
Nel caso poi di Villa Metaphora avevo bisogno di tanti linguaggi che corrispondessero ai vari personaggi e quindi dovevo stare molto attento, da quel punto di vista. Mi sono riletto i racconti di Cechov, che sono bellissimi e molto diversi fra loro. È uno dei più grandi scrittori di storie brevi.
Poi ho letto tanti saggi che avevano a che fare con il retroterra di Villa Metaphora, a cominciare da un bellissimo saggio di Migliorini sulla storia della lingua italiana, e siccome nella mia storia ci sono varie lingue e varie manipolazioni della lingua, questo libro mi è servito molto per avere una base più solida sulla quale muovermi.



L'autore


09 novembre 2012  

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