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Intervista

L'incontro con la voce. Michela Murgia racconta il suo audiolibro in un'intervista esclusiva


Abbiamo giocato nella stessa strada. È così che si diventa davvero fratelli a Crabas, che venire dalla stessa madre non ha mai reso parenti neanche i gatti.


Dopo "Accabadora" è la volta de "L'incontro", racconto lungo (pubblicato in versione cartacea da Einaudi qualche mese fa) della brava scrittrice sarda che intensifica la sua collaborazione con Emons.
Nella storia di Crabas, paese immaginario ma non troppo, tutti gli ingredienti della poetica di Murgia sono espressi al massimo grado.
C'è l'età di frontiera fra infanzia e adolescenza - soglia verso una soglia - ci sono le meschinerie degli adulti, che vengono messe alla berlina dai comportamenti più conseguenti dei bambini, c'è la religione vissuta come fattore identitario di potenziale lacerazione fra le genti, e c'è una lingua capace di evocare efficacemente tutto questo.
Abbiamo chiesto a Michela Murgia di raccontarci cosa significa per lei leggere "in voce" i propri libri, e - già che se ne presentava l'occasione - abbiamo finito col parlare anche d'altro. Segno che parlare con lei ci è piaciuto, no?
  • Michela Murgia presenterà l'audiolibro de L'incontro presso la libreria IBS bookshop di Roma, giovedì 8 novembre alle 18.30. Un reading imperdibile!

Per Emons, lei aveva già letto il suo “Accabadora”. Cosa l’ha spinta a ripetere l’esperienza?

La scoperta della lettura per l’autore… è come trovarsi di fronte ad un’opera completamente diversa. Ti rendi conto di quel che funziona e quel che invece avrebbe potuto funzionare meglio.
Da quando ho fatto l’esperienza con “Accabadora” non ho più consegnato nulla in casa editrice senza prima leggere ad alta voce le cose che scrivo.


Immagina che il lettore e l’ascoltatore delle sue storie siano la stessa persona? oppure crede siano la stessa persona in momenti diversi?

Ma questo è un pregiudizio che mi ha tolto proprio il lavoro fatto con Emons! Io credevo che l’audiolibro fosse poco più di uno strumento per audiolesi e per rappresentanti… per tutte le persone che passano molto tempo in macchina, insomma, o hanno difficoltà a rapportarsi con un libro di carta.
E invece mi sono resa conto che c’è un mondo di lettori che ama sentire le storie a voce, ed è un mondo che coincide in gran parte con quello dei lettori forti.
Persone che si trovano in difficoltà a tenere in mano un libro voluminoso e hanno un iPod…
L’audiolibro mi ha riconciliato con mattoni poderosi che altrimenti non avrei avuto il coraggio di affrontare: Guerra e pace io non l’avrei mai letto, se non ci fosse stato l’audiolibro.


"L’incontro" è un racconto lungo ambientato a Crabas, che è l’anagramma del suo paese natale. Crabas è per lei una Macondo?

Per certi versi sì, perché funge da baricentro per molti percorsi simbolici che magari portano molto lontano, ma che io so in realtà partire da qui.


Maurizio, Franco e Giulio sono ragazzi. Lei mette l’accento sul fatto che a renderli fratelli sia l’aver giocato nella stessa strada. È così anche a Cabras, immaginiamo…

Io credo che sia così dappertutto, anche se poi da adulti ce lo dimentichiamo. Il gioco è fondativo di alcuni degli imprinting etici e comportamentali che ci portiamo dietro per tutta la vita.
È a quattro anni che tu impari cosa vuol dire essere leale o traditore, giocando col tuo amico. E impari a saper vincere o a saper perdere…


Leggi la recensione del libro

Senza voler anticipare troppo della trama, possiamo dire che il legame fra i ragazzi sarà in qualche modo risolutivo per intervenire sui conflitti dei grandi, che si giocano su tutt’altro livello…

Credo che questo dipenda moltissimo dal fatto che l’elemento centrale della storia è la loro transizione dall’infanzia alla prima adolescenza.
Gli adolescenti sono figure fluide per definizione, e sono  persone molto più disposte a confrontarsi con l’instabilità di quanto non lo siano gli adulti stessi. E forse è per questo che - almeno in quella vicenda - sono più capaci loro, rispetto ai grandi, di vedere nuovi punti di equilibrio.


A spaccare in due Crabas è la fondazione di una nuova parrocchia. La religione, quindi, come fattore di divisione e lacerazione?

La storia recente ci ha dimostrato che anche in un macrocosmo com’è quello italiano, questa affermazione è verissima, senza tema di smentita.
Quando la religione è usata come un marcatore identitario – cioè per dire chi è dentro e chi è fuori - è sempre un fattore di divisione, di frantumazione, anche se la sua funzione primaria è quella di compattare la parte cui si rivolge.
Credo che se identità c’è e può essere definita, è bene che non sia definita attraverso i simboli religiosi.


Dello stesso avviso, naturalmente, non sono i due parroci che guidano le rispettive fazioni...

Naturalmente no! perché si considerano capipopolo.
Anzi, è più giusto dire – utilizzando il linguaggio ecclesiale – che si considerano “pastori di pecore”. Chi detiene il vincastro, e quali confini si possano tracciare con la punta di quel vincastro... è un gioco di potere molto importante…


Ha accennato ai pastori e si potrebbero aggiungere pescatori, contadini, ogni figura gioca un ruolo in questo laicissimo presepe. Trova che narrare le vicende di un paese più piccolo sia più facile di quanto non lo sia narrare di una grande città, dove magari i ruoli sono più grigi, ambigui e sfumati?

Non so quanto sia effettivamente comprensibile con un solo sguardo, nel senso che se penso ad alcune persone che ho conosciuto, nella loro complessità e unicità non penso fossero comprensibili al primo sguardo…
Quando Joyce scrive "Gente di Dublino", che all’epoca è una piccola città, di nessuno spessore urbano, descrive elementi di umanità che ci riguardano da vicino ancora oggi, e ovunque ci troviamo. Chi legge "The dubliners" ancora oggi legge sé stesso. La cosa importante è andare a fondo del cuore dei personaggi di cui racconti la storia.



L'autrice


07 novembre 2012  

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