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Intervista

Intervista a Oliver Pötzsch: uno scrittore e la sua dinastia di boia

Arriva in Italia dopo il successo ottenuto in patria e negli Stati Uniti La figlia del boia. Oliver Pötzsch apre uno spaccato sulla società del Seicento, sulle sue superstizioni, sui suoi pregiudizi e sulla caccia alle streghe.
E ci fa notare come niente poi cambia così radicalmente...



Lei è primo discendente di un boia che incontro di persona: devo prendere qualche precauzione?!


In effetti devo dire che mi è capitato spesso, durante le conferenze o gli incontri per la presentazione del mio libro, di vedere che, guarda caso, le prime file sono vuote, e sospetto che sia proprio perché sono il discendente di questa famiglia! Ma lei non deve avere assolutamente paura di me: sono passati duecento anni da quando è morto l’ultimo mio progenitore che faceva il boia e quindi c’è stato sicuramente un riciclo di sangue notevole…

Il suo è anche il primo romanzo – almeno per quanto riguarda la mia esperienza – che vede come protagonista non un boia qualunque, ma un uomo illuminato, bibliofilo e, soprattutto, investigatore.

Anch’io sono rimasto sorpreso del fatto che nessuno scrittore avesse – o abbia – ancora mai pensato di scrivere un romanzo con protagonista un boia, per mia fortuna. Il boia, infatti, rappresenta una figura estremamente interessante: dà la morte, ma contemporaneamente, può guarire, dare la vita. Ciò che mi ha sorpreso – e che è documentato dai testi che ho consultato – è che i boia non erano assolutamente persone senza nessun tipo di istruzione, erano invece molto colti e sapevano leggere, a differenza della maggior parte dei loro concittadini. Per questo è un personaggio molto affascinante per un romanzo. Probabilmente, finora, gli altri scrittori sono rimasti un po’ impauriti dall’idea di scrivere di un boia, per la sua carica emotiva negativa, ma occorre pensare che queste persone, in realtà, non avevano scelta. Il loro era un lavoro che non potevano non fare: esercitavano semplicemente una professione.

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Infatti, ad un certo punto, Jakob Kuisl, a chi gli chiede perché sia tornato a Schongau dopo tanti anni, risponde: “Perché un boia è necessario. Altrimenti finisce tutto a rotoli. Se bisogna ammazzare, allora è meglio farlo nel modo giusto, secondo la legge”. Oltre a riabilitare la figura del boia, si può leggere anche il tentativo di riscattare tutta la sua famiglia?


Mi fa piacere che lei abbia notato questo passaggio, perché ho pensato molto a questa frase. È vero: mi capita spesso, durante le presentazioni del mio romanzo di raccontare al pubblico che ho scritto questo romanzo per salvare, per riscattare l’onore della mia famiglia. Jakob Kuisl è veramente esistito, è un personaggio reale, ma di lui si sa pochissimo. Si sa però che ha assunto questa veste di boia solo tardi nella sua vita: si legge, nei documenti che ho studiato, che è diventato boia dopo un certo periodo e per circa quindici/vent’anni, non si sa bene il perché, a Schongau nessuno ha svolto questo mestiere. Per questo ho aggiunto il prologo, nel quale il piccolo Jakob che vede il padre perpetrare quello che sta perpetrando, ritiene che tutto questo sia terribile e conclude affermando di non volere fare assolutamente il suo stesso mestiere.
La trama riprende trent’anni dopo, quando Jakob, invece, è diventato il boia del paese. Come è potuto succedere? La motivazione si chiarisce nei libri successivi, ma posso anticipare – perché lo si accenna anche in questo primo romanzo – che durante la Guerra dei Trent’anni, alla quale ha partecipato come soldato, ha visto con i suoi occhi così tanto orrore da rendersi conto dell’effettiva presenza della morte nel mondo che lo circonda. Tanto che a un certo punto si è detto che se uno deve morire per un reato commesso, che muoia almeno secondo la legge. Così ha deciso di diventare boia.


C’è quindi un seguito a questa vicenda?

Due settimane fa in Germania è stato pubblicato il quarto romanzo della saga e il quinto verrà pubblicato presto. Nel corso di questi cinque romanzi il lettore imparerà a conoscere bene la famiglia del boia, in particolare crescerà come personaggio la figura della figlia, Magdalena. Si riuscirà inoltre a scoprire di più sul passato di Jakob, soprattutto sulla sua vita precedente, quando partecipò alla Guerra dei Trent’anni.

La strega di Mallaghem, Brueghel il Vecchio


Nel suo romanzo ambientato nel 1659 i pregiudizi, le maldicenze, le dicerie hanno un ruolo importante nella caccia alle streghe che si scatena in seguito al ritrovamento del corpo senza vita di un bambino con uno strano segno sulla spalla. Non le sembra che, nonostante sia passato del tempo, anche oggi esiste questa “alterazione” della verità ad opera di internet e dei mezzi di comunicazione?


Sì, non ci dobbiamo assolutamente sorprendere per quello che succedeva allora, perché sono molte le analogie con il periodo attuale. Del resto sono passate dieci, dodici generazioni e non siamo cambiati geneticamente in maniera profonda: semplicemente la superstizione si è solo spostata, interessa altri argomenti, ma continua ad esistere, così come la caccia alle streghe, anche se ha assunto altre forme. Il concetto è lo stesso, solo i mezzi sono cambiati. Un caso clamoroso, a tal proposito, si è verificato in Germania poco tempo fa: un uomo accusato di aver ucciso dei bambini, a causa del tam-tam di internet, si è trovato quaranta, cinquanta persone davanti alla porta. Solo dopo si è scoperto che era innocente.

Il periodo storico da lei descritto è caratterizzato anche dall’affermarsi di una medicina meno teorica ed accademica…

Sì, ho scelto questo periodo anche perché è stato particolarmente interessante per il passaggio da una medicina tipicamente medievale a quella più moderna. Simon Fronwieser, il figlio del medico cittadino pericolosamente innamorato di Magdalena, rappresenta la nuova tendenza, mentre il padre Bonifaz rappresenta la vecchia scuola: pratica il salasso e somministra qualche pillola, ma finisce tutto lì.


Uno dei temi centrali del romanzo è sicuramente la pena di morte: qual è la sua posizione a riguardo?


Sono assolutamente contrario alla pena di morte. Durante un tour di presentazione del mio libro negli USA spesso mi è stata posta questa domanda. Per me rimane incomprensibile come in uno paese civilizzato possa ancora esistere un tipo di pena simile. L’incontro con molti oppositori mi ha tranquillizzato – se così si può dire –. Prima di intraprendere questo viaggio promozionale, ero già stato intervistato alla radio. Una delle prime domande riguardava proprio la pena di morte: mi ha colto impreparato e non sapendo che cosa rispondere, ho brancolato nel buio. Così, in vista della partenza per gli Stati Uniti, mi sono documentato, cercando su internet tutte le possibili argomentazioni contro la pena di morte. Sono stato bloccato da una giornalista di Boston, di orientamento liberale, che ha bocciato tutti i miei ragionamenti perché, giustamente, è sufficiente dire che è una pratica disumana. E se pensiamo che nel XVII secolo, il periodo nel quale è ambientato il mio romanzo, la pena di morte veniva inflitta per determinati reati, la figura di Jakob Kuisl non può che essere positiva, visto che cercava di rendere questo processo il più veloce e meno doloroso possibile.

Salvo poi essere costretto a rianimare la vittima designata dopo le torture per farla confessare: una pratica del tutto naturale ai quei tempi, ma piuttosto contraddittoria per noi…

Anch’io sono d’accordo con lei: per noi è illogico e inconcepibile, ma allora vigeva la regola secondo cui la condanna poteva essere pronunciata solo nel momento in cui c’era una confessione. E se non veniva rilasciata volontariamente, doveva essere estorta tramite la tortura, anche dopo aver rianimato le vittime. È qualcosa che non comprendiamo, ma era una pratica diffusa.

Per concludere, una provocazione: se fosse vissuto in quel periodo storico, avrebbe fatto il boia?

Potrei semplicemente cavarmela dicendo che non lo avrei mai fatto perché non sopporto la vista del sangue, ma in quelle circostanze, non sarebbe stato facile dire di no. Se mio padre fosse stato il boia del paese, non avrei avuto scelta: altrimenti cosa avrei potuto fare? Vivere nascosto nei boschi e diventare un fuorilegge, forse, ma mio fratello avrebbe preso il mio posto!

Leggi la recensione del libro di Oliver Pötzsch La figlia del boia


02 luglio 2012 Di Lidia Gualdoni

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