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Intervista

Intervista a Marcela Serrano: adoro le bugie della letteratura

Claudia Caramaschi incontra per Wuz una delle voci più importanti della narrativa sudamericana, Marcela Serrano, in occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo Dieci Donne, edito da Feltrinelli. Leggere e parlare con la scrittrice cilena è come scrutare “negli occhi” di tutte le donne del mondo e coglierne la finezza.

Le protagoniste del  tuo nuovo romanzo sono definite “matte, ma non matte da legare”, curioso come attributo…
Ho voluto definire le nove donne – pazienti di Natasha, la loro psicoterapeuta, delle “matte” per ironizzare sulla situazione in cui si ritrovano. È una situazione delicata, introspettiva, dolorosa, in cui ognuna racconta la propria storia e le ragioni per le quali hanno deciso di seguire un percorso “terapeutico” non facile. Credo che occorra saper sdrammatizzare anche momenti così nella vita, occorre saper ridere anche di se stesse.

Terapia e scrittura cosa hanno in comune?
Sono due discipline che hanno molto in comune. La terapeuta riceve la storia che le viene raccontata, la scrittrice la consegna invece. Entrambe però riescono a vedere la “storia” con l’inconscio, entrambe vanno alla ricerca della quinta essenza. Credo che la letteratura sia “il braccio estetico” dell’inconscio e della natura umana.


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Verità e immaginazione possono essere diametralmente opposte?
Dipende... Io preferisco l’immaginazione. Adoro le bugie della letteratura. Il romanzo è una lunga storia di menzogna ed io voglio credere alla verità di questa menzogna.

Ascoltare le proprie emozioni per molti è “un esercizio” inutile…
Un esercizio inutile lo è per molti uomini, perché ne hanno paura in realtà. Le donne sono nate con un lacciulo naturale con le emozioni, riescono a gestire molti ambiti differenti della vita eppure riescono anche a vivere con le emozioni e di emozioni. Più duttili, più flessibili, più empatici dovrebbero diventarlo anche gli uomini…

Un elemento caratterizzante delle “donne” è la solitudine…
La solitudine, percepita in ogni suo aspetto, è un elemento che connota l’essere donna. Una donna quando nasce avverte subito che non è un mondo a sua misura, adatto a lei e questa sensazione provoca una solitudine declinata al femminile. Tutte le donne conoscono la solitudine eppure riescono a viverla ed a interagire con essa. Riescono persino ad intercambiare queste solitudini, ad associarle anche quando sono insieme, tra loro, come accade nel mio nuovo romanzo. E questa solitudine diviene una fonte di forza che le definisce.

Perché le donne dovrebbero ritrovarsi specchiate nelle pagine di “Dieci Donne”?
Quando scrivo non ho uno scopo, un’intenzione premeditata. Il mio unico obiettivo è la scrittura, se poi le mie lettrici riescono ad identificarsi nelle storie narrate, che sono fonte della mia immaginazione, ne sono contenta. Credo anche che il mio pubblico sia prettamente femminile perché gli uomini non sembrano, anche nel quotidiano, interessati a quanto realmente accade alle donne e quindi come potrebbero esserlo a pagine in cui si scrive di donne, si scrive l’essere donna.


16 settembre 2011 Di Claudia Caramaschi

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