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Intervista

La legge che salva il libro e i librai: l'opinione di André Schiffrin

André Schiffrin

André Schiffrin, figlio dell'editore francese Jacques Schiffrin (fondatore della Bibliothèque de la Pléiade), è una delle voci più informate e autorevoli sullo stato dell'editoria contemporanea. Arrivato a New York bambino, a 27 anni ha iniziato a lavorare alla Pantheon Books, dove è rimasto per trenta anni, pubblicando, tra gli altri, Michel Foucault, Jean-Paul Sartre, Noam Chomsky, Roy Medvedev. Nel 1990 fonda una casa editrice indipendente, The New Press.
Tra i suoi libri più importanti, lungimiranti e significativi, ricordiamo: Editoria senza editori (Bollati Boringhieri, 2000), Il controllo della parola (Bollati Boringhieri, 2006), Libri in fuga. Un itinerario politico fra Parigi e New York (Voland, 2009), Il denaro e le parole (Voland, 2010).


Il titolo del suo ultimo saggio pubblicato in Italia da Voland è Il denaro e le parole. L'editoria, quando era ancora mestiere, faceva del profitto un aspetto del tutto secondario. Nel corso del Novecento, con l'affermazione del modello capitalista, le cose sono decisamente cambiate. L'editoria è diventata un business, un settore in cui investire capitali. Gli editori indipendenti sono stati progressivamente acquisiti da parte dei colossi mediatici, con la protezione dei governi, interessati al controllo dell'informazione. L'argomento è delicato, e lei lo ha già analizzato nei suoi saggi precedenti, in particolare ne Il controllo della parola. Che rapporto c’è tra editoria, media e democrazia?

Il mio editore tedesco Wagenbach sostiene che senza editoria non esiste democrazia. È importante per avere una discussione, per creare un dibattito su quello che accade. In Italia la situazione è particolarmente critica in questo senso.

La situazione italiana vede l’accentramento del controllo mediatico nelle mani di grandi gruppi editoriali, uno dei quali è di proprietà del Presidente del Consiglio.

Credo che quello italiano sia proprio il perfetto esempio del peggior modello realizzabile. Berlusconi, peggio di Putin, è riuscito ad avere la sua stampa. Però la storia di Murdoch, e quello che è avvenuto in Inghilterra, ci ha fatto capire che in altri paesi ci sono situazioni molto più simili a questo modello di quanto si pensasse.

Qual è il pericolo reale di questa situazione?

Il pericolo è enorme. In Italia si è visto attraverso l’informazione che è passata sulle elezioni, ad esempio. Negli Stati Uniti al tempo della guerra in Iraq nessuna casa editrice ha pubblicato libri su quello che avveniva. L’importanza dell’editoria indipendente è dimostrata proprio da questo: pochi mesi dopo l’11 settembre una piccola casa editrice ha pubblicato un libro di Chomsky e ne ha vendute 300000 copie. C’era, dunque, un pubblico che cercava questo punto di vista, ma nessuna grande casa editrice lo aveva proposto.

In che modo la crisi ha colpito il settore editoriale? Nel suo saggio quale soluzione prospetta per uscirne?


La cosa principale che è emersa con la crisi è che le banche guadagnavano molto di più giocando le case editrici minori in borsa come a un casinò. Oggi nessuna banca investirebbe nell’editoria o in un giornale perché non renderebbe abbastanza al momento della sua vendita. Comprare e vendere case editrici, insomma, è più redditizio che pubblicare libri.
Il modello capitalistico classico, quello in cui alcune famiglie fondavano case editrici con guadagno limitato, è ormai superato. Si chiede all'editoria utili sconsiderati: la preoccupazione degli editori è quella di fare libri che vendono, e non certo libri belli ma "difficili". E allora cosa si può fare? Qual è la soluzione? Forse sarebbe decisivo un aiuto pubblico o strutture non profit. Nella stampa si è visto che il modello di molti giornali non profit, in Inghilterra o Australia per esempio, permette un’indipendenza totale. Proprio in Inghilterra il Guardian segue questo modello, e per questo ha potuto tirar fuori tutti gli scandali di Murdoch. Per altri giornali sarebbe stato impossibile farlo.


La concentrazione editoriale è un grave danno per le case editrici indipendenti. Come lo Stato può aiutare la piccola editoria per far sì che essa non scompaia o venga fagocitata dai gruppi maggiori?

Il primo problema è che lo Stato non ha controllato il monopolio che si creava, perché l’influenza dei media è tale sulla politica che è stato fondamentale avere il controllo dell’informazione. Lo Stato può intervenire in molti modi. In Norvegia, ad esempio, lo Stato sovvenziona i giornali, tutte le testate che ci sono nel Paese. In Francia il cinema è completamente sovvenzionato dallo Stato con una tassa sui biglietti. Sarebbe un modo di sovvenzionare i giornali mettere una tassa sulla pubblicità, anche quella su internet. In Francia c’è una tassa sulla pubblicità televisiva. Il problema di internet è che non ha inviati nei luoghi o giornalisti che possono verificare ciò che accade nel mondo; semplicemente prende le notizie che già ci sono, e così arreca un danno alla stampa cartacea.

Negli ultimi anni il giornalismo sui blog e sulle testate online, soprattutto tra i giovani, è stato fondamentale anche per il risveglio di un grande movimento indipendente e libertario in Nord Africa.

I blog sono certo stati importanti nella Primavera Araba o per il movimento degli indignados in Spagna, ma sulla loro affidabilità bisognerebbe riflettere più a fondo. Innanzitutto non si sa chi scrive, non ci si può fidare acriticamente di quello che vi è scritto. Se il 25 % degli americani pensa che Obama non è nato negli Usa ed è musulmano è perché c’è una campagna fatta su internet che tenta di portare avanti questa informazione. In Cina ci sono migliaia di impiegati che rispondono a tutto quello che viene messo nei blog contro il governo. Uno dei ruoli più importanti del giornalismo è dire chi è affidabile, e questo il web non può farlo.

Tutti i libri di André Schiffrin


Penso però che il web avrà un ruolo decisivo anche nello sviluppo della nuova editoria. Come cambierà il ruolo dell’editore con l’editoria digitale?


C’è un effetto negativo perché si legge molto poco online. Il Guardian ha fatto una ricerca sulla lettura degli ebook e non è emerso niente di nuovo. Il libro elettronico rappresenta una seria minaccia per autori ed editori, dal momento che il monopolio di questa distribuzione è nelle mani di Amazon, Google e grandi catene di distribuzione. Il problema è che Google, ad esempio, non commissionerà mai un libro; prenderà sempre quello che trova già fatto. I librai probabilmente accuseranno un grave colpo. Ugualmente i tascabili smetteranno di avere il loro valore, non saranno più stampati, e questo per un editore è un danno terribile, visto che costituiscono la base del catalogo.

Contro grandi gruppi editoriali si stanno sviluppando anche piccole case editrici indipendenti che pubblicano davvero bei libri. È il segno di una possibile ripresa?

In Italia il mondo dei piccoli editori indipendenti funziona meglio che altrove. Negli Stati Uniti l’editoria indipendente rappresenta solo l’1 % del mercato librario. Il problema è nella distribuzione e nel fatto che le concentrazioni sono avvenute nello stesso tempo sia nell’editoria che nella libreria. Negli Stati Uniti le grandi catene hanno cominciato a chiudere. Barnes & Nobles tra poco sarà in bancarotta, ma prima ha mangiato le librerie indipendenti, che ora non ci sono più. A New York quando ero ragazzo c’erano 330 librerie. Oggi ne sono rimaste solo 30. È difficile ricostruire quello che è stato distrutto.

La legge sul prezzo del libro è arrivata anche in Italia. Cosa cambierà?

La legge sul prezzo del libro sarà un bene per l'Italia. La maggior parte dei paesi europei, comunque, ha leggi molto più severe. In Francia il limite di sconto è del 5 %, in Germania lo sconto non è proprio possibile, e questo mantiene in vita i librai indipendenti. Quando ho chiesto a Michael Naumann, Ministro della Cultura tedesco, cosa sarebbe avvenuto se in Germania avessero tolto la legge sul prezzo unico del libro, lui ha risposto che un terzo dei librai sarebbe scomparso dall'oggi al domani.
Per quanto riguarda il prezzo del libro, bisogna considerare che è sempre pompato dagli editori per permettere il successivo sconto che attrae il pubblico all’acquisto. Il vero prezzo del libro non cambierà perché finalmente sarà il prezzo reale!
Ci è stato riferito che molti giovani hanno protestato contro la legge sul prezzo, ma sono davvero i giovani e i lettori o è stato qualcun altro a scrivere queste lettere?



19 settembre 2011 Di Sandra Bardotti

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