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Intervista

Intervista a Fabio Geda e Enaiatollah Akbari. Nel mare ci sono i coccodrilli?


Fabio Geda fotografato nel corso dell'incontro allo Spazio IBS del Salone del Libro di Torino 2010 © Daniela Ravanetti
Un viaggio epico, l'odissea di un bambino afghano. Dagli altipiani dove è nato, Enaiatollah è costretto a fuggire verso ovest, via dalla violenza e da un destino di schiavitù. Passo dopo passo, paese dopo paese, Ena opporrà alle durezze di un mondo ingiusto la forza del suo ottimismo e un coraggio ammirevole, gigantesco. Nel mare ci sono i coccodrilli è un libro che andrebbe letto a tutte le età, per capire come gira questo mondo, e come la fratellanza fra le persone possa essere l'unico antidoto efficace alle iniquità. In questa breve intervista parliamo con Enaiatollah e con Fabio Geda, scrittore, che si è incaricato del delicatissimo compito di raccogliere la testimonianza di Ena e tradurre quel racconto in libro. E ha vinto la scommessa.


Come vi siete conosciuti?

Fabio Geda: ci siamo conosciuti ad una mia presentazione, tre anni fa. Io presentavo il mio primo romanzo, ed Enaiatollah era stato invitato dal centro interculturale per raccontare la propria storia. Quella sera è nata innanzitutto un’amicizia, ed è nato anche il progetto di raccontare la storia di Ena, il suo viaggio dall’Afghanistan fino in Italia. Ma il progetto ci ha preso tre anni… innanzitutto per colpa mia: io volevo sentirmi sufficentemente forte, prima di ficcarmi in un’avventura del genere, perché quando lavori con i ricordi delle persone tocchi qualcosa di necessariamente molto fragile, e io non volevo fare danni.

Enaiatollah, da quanto tempo sei a Torino, e come ti trovi?

Enaiatollah Akbari: Sono a Torino da cinque anni, da quando sono arrivato in Italia. Mi trovo bene, sto facendo molte cose. Mi sento fortunato rispetto ai miei compaesani che, per esempio, non hanno un posto adatto allo studio. Io vivo in famiglia, posso fare tanti progetti: studio e lavoro.

La cosa che mi è piaciuta di più del libro è che avete trovato una lingua comune, e in qualche modo nuova, per raccontare la storia. Quanto senti di aver dovuto forzare la mano, Fabio?

FG: No, “forzare la mano” nemmeno un po’. Io ho fatto l’educatore per molti anni, e quando mi chiedono cosa ci sia in comune fra l’educare e lo scrivere io rispondo: l’arte dell’ascolto.
È quello che ho cercato di fare con Enaiatollah: ascoltare. Ascoltare vuol dire anche fare la domanda, leggera, sottile, nel momento giusto, in modo da far affiorare i ricordi più profondi. Bisogna accompagnare. Mai forzare la mano.


Com’è stato per te, Enaiatollah, raccontarti a Fabio?

EA: Non so come dovrei definire Fabio: un educatore, uno scrittore o addirittura uno psicologo. Lui è molto capace, come nelle teorie di Freud, di tirar fuori i ricordi rimossi. Riusciva senza fare danno, con simpatia e col sorriso, a fare delle domande, e io ho potuto esprimermi e rispondere. È stato un ottimo lavoro, per me.

In Afghanistan, quand’eri bambino,  la frutta ti “nasceva davanti agli occhi”. Cosa ti manca di più, della tua infanzia? Cosa vorresti trovare anche qui?

EA: Forse la semplicità, e l’amicizia nel modo in cui la intendiamo noi, perché anche qui faccio amicizia con i miei connazionali, ma durante il mio viaggio l’amico ti faceva anche da fratello, da padre, anche da madre. Si prendeva cura di te, quanto più possibile. La stessa cosa facevamo noi, ci davamo una mano. Siccome eravamo soli, ciascuno si prendeva cura dell’altro.

Enaiatollah, nel libro racconti che per anni hai avuto paura ad addormentarti, perché un mattino, svegliandoti, hai scoperto che la mamma era andata via. Oggi riesci a dormire sonni tranquilli?

EA: Sì, riesco a dormire… a volte però vedo i ragazzi che dormono per strada, o al Valentino (uno dei parchi di Torino - ndr) , nonostante sono in Italia… Sono minorenni, e devono dormire per strada. Quando li vedo mi si spezza il cuore, perché io devo avere una stanza personale e loro dormono per strada? È giustizia? Non è per tutti quanti.

Da dove nasce la frase che dà il titolo al libro?

FG: È un episodio raccontato nel libro. Quando devono andare dalla Turchia a Lesbo, che è l’isola greca più vicina, più facilmente raggiungibile, Enaiatollah è il più grande, e il più piccolo ha paura a salire sul gommone perché crede che i coccodrilli morderanno il gommone e lo faranno affondare. Questo per dare l’idea delle esperienze che questi ragazzi sono stati costretti ad affrontare.

Leggi la recensione del libro "Nel mare ci sono i coccodrilli" su Wuz.


La biografia di Fabio Geda


13 gennaio 2011  

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