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Intervista

Giulia Carcasi: mandare il manoscritto ed essere pubblicati

Giulia Carcasi ha esordito con Feltrinelli nel 2005 con Ma le stelle quante sono. Da allora il connubio è andato avanti nel corso degli anni e si è rivelato vincente per ambo le parti. Non è immediato trovare una casa editrice che rispecchi in toto le aspettative di chi scrive. Sentiamo cosa ci dice Giulia Carcasi a proposito della sua fortunata esperienza.

Come si diventa scrittori?


Come sei diventata scrittrice?

Ho cominciato a scrivere verso i sei anni e mezzo. Mi scrivevo le favole da sola. Poi la scrittura è diventata un modo di comunicare agli altri. Verso i tredici-quattordici anni seminavo biglietti per casa. Avevo in qualche modo sempre alcune carte accessibili, nascondevo quello che scrivevo in cassetti chiusi male. Era un mio modo di farmi trovare. La scrittura, per assurdo, è diventata proprio un’urgenza adesso. Dopo che ho scritto i primi due libri per tre anni non ho scritto nemmeno la lista della spesa. Se scrivevo qualcosa, scrivevo poesia, quindi una scrittura a pugno chiuso. Dopo tre anni infine sono riuscita ad aprire le mani, a mettermi sulla tastiera di un computer e scrivere un nuovo libro. Per me adesso la scrittura è accettazione.
Ho iniziato facendo concorsi rigorosamente non a pagamento, verso i quattordici anni. Invito tutti a non cadere nelle trappole dei concorsi a pagamento o delle case editrici che chiedono compensi per pubblicare. I manoscritti si inviano e vengono letti. Bisogna essere impertinenti, non badare agli avvertimenti che alcuni siti hanno di non inviare manoscritti, che non verranno accettati e letti. Forse è un modo per scoraggiare, ma forse è anche un modo per effettuare una prima selezione. C’è un racconto di Kafka che si intitola Davanti alla legge. C’è un contadino che parte da lontano, fa tutto un viaggio per arrivare alla porta della Legge. Davanti c’è un guardiano che lo avverte: se tu provi a entrare troverai altri dodici guardiani più grandi e più spaventosi di me. Il contadino passa tutta la sua vita lì davanti e non passa nessun altro. Alla fine il contadino chiede: tutti aspirano alla Legge, ma perché solo io ho passato tutta la vita qua davanti alla porta? E il guardiano risponde: perché solo a te era riservato l’ingresso, ma non hai fatto niente per entrare. Credo che devi farti trovare preparato per quando l’occasione passerà, ma devi anche creartela e essere impertinente.
Dopo un concorso non a pagamento mi fu proposta la pubblicazione di un racconto per una cifra di circa mille euro. Non credo che la scrittura sia qualcosa che assomigli a questo, non è il capriccio di essere pubblicati. Ho sempre pensato che o qualcuno credeva nella mia scrittura ed era pronto a scommetterci o niente. Scrivere non è un giochetto che fai da sola, non è autoreferenziale, mai.


Gli editor di Feltrinelli ti sono stati vicini? In che modo?

Da un punto di vista di editing sui miei libri, ne è sempre stato fatto poco, i titoli sono sempre stati tenuti, ho sempre scritto ciò che volevo scrivere. Non mi sono mai state date soluzioni alternative del tipo “cambia questa cosa così”. Non è stato questo il lavoro. Invece sicuramente mi hanno supportato molto e mi sono stati vicini. È stata una buonissima esperienza, al momento non cambierei editore per niente al mondo, è un ambiente perfetto per me.


Cosa pensi delle agenzie letterarie?

Non credo serva rivolgersi alle agenzie letterarie. Almeno nel mio caso, non ce n’è stato bisogno, ho fatto da sola. E non ce l’ho neanche adesso.


Cosa pensi degli under 40 italiani? Quali sono gli scrittori che stimi maggiormente?

Leggo poco gli under 40, soprattutto italiani. Mi piace Valeria Parrella, perché si sente che è una donna che ha l’esigenza di scrivere. Anche per lei non è un gioco, e ho rispetto per tutte le persone che fanno il proprio lavoro con serietà.


Come consideri il tuo passato di scrittrice? Cosa progetti per il futuro?

Non ho mai avuto progettualità e non ho mai firmato un contratto prima di aver scritto un libro. È sicuramente una cosa che non farò mai. Non sono né quello che ho fatto, né quello che farò. Sono semplicemente quello che faccio oggi. Non sono né compiaciuta per ciò che ho fatto, né ho rimpianti per ciò che avrei potuto fare. Ero una ragazzina che voleva progettare tutto, anche i sogni da fare prima di addormentarsi. Mi mettevo a progettare una cosa bella che volevo sognare, ma poi succedeva che facevo un sogno diverso. E ho capito che non si può programmare proprio niente. Scrivere per me è anche un modo di riciclare e creare un nuovo inizio da una fine, di smaltire qualcosa che ho dentro. Mi tengo alla larga da tutte le interpretazioni, recensioni, classifiche di vendita. Per me la parte migliore dello scrivere è scrivere. Poi c’è anche molta leggerezza nel leggere. Io so solo che il mio libro non poteva essere diverso da quello che è, vi ho messo tutto quello che potevo e dovevo, e questo mi fa stare bene e in pace.



12 gennaio 2011 Di Sandra Bardotti

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