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Intervista

Intervista ad Aldo Giannuli. Un triennio di paura (2012-2015)

Un libro. Tre anni. Quattro chiacchiere. Parliamo con Aldo Giannuli di "2012: la grande crisi", un'inchiesta (pubblicata da Ponte alle Grazie) per capire cosa potrebbe succedere nel prossimo futuro, e cosa certamente sta già accadendo. Un mondo è al collasso: ma forse non è quel che avevano previsto i maya.


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Con Aldo Giannuli parliamo della sua inchiesta, pubblicata dalle edizioni Ponte alle Grazie. Il 2012 riecheggia sinistri presagi, fra scenari millenaristici e apocalissi maya…cosa dobbiamo aspettarci, Giannuli?
I maya non c’entrano nulla, e le profezie neppure. Sono timori molto più razionali e scenari più prevedibili, in effetti.



Infatti nel triennio che comincerà proprio col 2012, si annunciano una serie di date e scadenze che possono avere ripercussioni che tutti dovremmo valutare con attenzione.
Sì, ce ne sono sia di carattere economico e finanziario che di carattere politico, e ciò che rende la congiuntura particolarmente delicata è proprio la coincidenza fra tutte queste scadenze.



“Quella che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo la chiama farfalla”, recita un proverbio cinese. Lei sostiene che le crisi non sono solamente eventi distruttivi, ma anche occasioni di rinnovamento o cambiamento per le società. Forse noi occidentali, a differenza dei cinesi, facciamo fatica a far nostro un simile concetto.
Bè,  noi abbiamo una concezione del tempo e della storia molto diversa da quella dei cinesi. Però, per la verità, l’idea che la crisi sia anche un momento di rinascita non è un’idea estranea alla tradizione occidentale. Anzi: è un’idea che ricorre, almeno a partire dal medioevo. Anche la riforma protestante, in fondo, fu una crisi.



Parliamo di Cina. Lei la definisce “un attore da capire”, ma noi ne siamo spaventati. Ci spaventano la sua capacità produttiva, di esportazione, la sua liquidità, il fatto che detenga una quota enorme del debito pubblico americano. Eppure il suo libro spiega come la cina concepisca la propria potenza come parte di un sistema di forze armonioso…
Chiariamo questo punto: i cinesi sono la parte di mondo che non è stata raggiunta dalla colonizzazione europea (unico caso, assieme al Giappone). Questo comporta un’irriducibile diversità culturale con cui dobbiamo misurarci. Per esempio la parola “armonia” cui noi diamo un significato molto pacifico, per i cinesi non esclude affatto il conflitto. È la coesistenza della diversità, che può anche essere conflittuale. La regola del “tutto sotto il cielo”, come dicono loro, implica anche l’idea del conflitto La differenza fondamentale è che mentre noi, che proveniamo da una religione missionaria come il cristianesimo, tendiamo ad esportare il nostro modello politico, sociale e culturale, i cinesi non hanno nessun interesse ad esportare il proprio. Intendono però ottenere un’egemonia, un peso nella formazione delle politiche economiche mondiali che è il peso di una grande potenza – e probabilmente della più grande potenza mondiale, poiché questa è l’ambizione – ma questo non significa imporre il proprio modello.



Altra incognita è quella americana. Gli Stati Uniti hanno rinunciato alla propria vocazione imperialista oppure l’hanno semplicemente “spostata” in ambiti nuovi?
Gli Stati Uniti, in realtà, non hanno per nulla smesso la propria vocazione imperialista, anzi l’hanno espansa già a partire dal 1944 (quando era economico/finanziaria) e del controllo complessivo di una serie di dinamiche a livello mondiale.
La vera crisi americana è determinata dal fatto che gli Stati Uniti non hanno più la forza per sostenere questo modello imperiale. Non hanno la forza economica, ma soprattutto non hanno la forza demografica, per farlo. Un paese che ha il cinque per cento della popolazione mondiale, difficilmente può reggere un simile impegno. Si pensi ad esempio al fatto che gli Stati Uniti da soli rappresentano la metà delle spese militari a livello mondiale potendo contare solo su di un ventesimo della popolazione mondiale.



Le elezioni di Midterm hanno puntato molto chiaramente un indice di accusa sull’operato di Barack Obama. In cosa sta sbagliando, il Presidente americano?  
Obama ha suscitato molte aspettative e anche molte illusioni. Dopo i disastri combinati da Bush, Obama era atteso come colui che avrebbe di colpo risolto la situazione, rimesso in piedi l’economia, tratto gli Stati Uniti dall’isolamento politico e diplomatico in cui si erano cacciati. In parte queste aspettative erano eccessive, in parte, però, Obama non è stato quel che prometteva di essere. Più che uscire dalla crisi, Obama ha cercato di restaurare, di rimettere in  moto un modello basato sull’egemonia della finanza. Con la sua politica di liquidità facile, è riuscito a riattivare la borsa, ma gli indici occupazionali sono rimasti quello che sono.  Le insolvenze dei mutui non sono cambiate, e gli indici dei consumi sono crollati. Gli americani hanno risposto così, dunque: punendolo alle elezioni di metà mandato. Ma va anche detto che gli americani si illudono, se pensano che la ricetta dei Tea Party repubblicani possa essere la soluzione. Probabilmente, anzi, questa ricetta peggiorerà la situazione.



Le grandi corporations: agiscono in deroga allo spirito americano contemporaneo, oppure lo fanno come naturale emanazione di quello?
Lo spirito americano contemporaneo non è lo spirito americano della fondazione. Dal 1944 gli Stati Uniti svolgono un ruolo di natura imperiale, che contraddice la loro storia e anche la loro vocazione. Gli Stati Uniti hanno sempre parlato di un destino manifesto,  rivendicando un proprio “eccezionalismo” che si sostanzia nel ruolo di punto di riferimento nelle battaglie di libertà. Ma dal quarantacinque in poi hanno svolto ben altro ruolo, e a partire dagli anni ottanta hanno addirittura iniziato a rivendicare l’idea di impero che prima respingevano. In questo senso ciò che sta accadendo è la proiezione di una degenerazione dello spirito americano.



Nel 2012 avremo nuove elezioni in America, ma non solo: il Partito Comunista Cinese dovrà cambiare la sua classe dirigente, Francia e Russia eleggeranno nuovi presidenti, la BCE sceglierà un nuovo governatore…
Sono tutti appuntamenti che avverranno in concomitanza con scadenze economiche. Questo è il punto fondamentale. Questi appuntamenti non avverranno in un momento relativamente tranquillo, ma giungeranno in un momento in cui le scadenze – e soprattutto quelle dei debiti sovrani - saranno il grande problema del sistema economico a livello mondiale. Da questo punto di vista il mio libro corre il rischio di essere già in ritardo, rispetto alle dinamiche in atto.



Per non farci prendere la testa dalla paura, che ci paralizzerebbe: a parte il diritto/dovere di informarci per sapere esattamente cosa ci aspetta, cosa possiamo fare?
Io penso questo: le eventualità negative vanno esaminate razionalmente, senza farsi prendere dalla paura. Certo, c’è da guadagnare tempo, in modo da non veder franare tutto sotto i nostri piedi. Però dobbiamo capire una cosa: un ordine mondiale è crollato. L’idea di un’economia basata sulla finanza; di un ordine economico basato sul dollaro e sul ruolo imperiale degli Stati Uniti; un modello aziendale basato sul ruolo salvifico dei manager (che percepisono stipendi sproporzionati)…tutto questo è finito. Non regge più.  Noi non usciremo dalla crisi se – sia pure con la dovutà gradualità - non metteremo in discussione un modello che di per sé non è in grado di funzionare.
Basti vedere quello che sta accadendo fra i mercati delle monete - cioè le parità monetarie - i mercati delle materie prime e il mercato finanziario, dove ogni spostamento di ciascuno di questi mercati provoca disastri negli altri. È quella che viene definita “la tempesta perfetta”.



In mezzo a tutte queste spaventose faglie che smottano e vanno allo scontro, l’Europa – che spesso viene definita un gigante economico ma un nano politico – potrebbe rappresentare se non l’ago della bilancia, almeno un ammortizzatore?
Sì, un ammortizzatore potrebbe esserlo. Il problema dell’Europa è innanzitutto la sua inesistenza politica. Questa è dovuta in parte allo scarso livello politico dei suoi rappresentanti, dei suoi vari governi. Noi in Italia – è vero - facciamo gli straordinari, ma anche gli altri non scherzano.
In parte, invece, a pochezza politica europea è dovuta al meccanismo istituzionale farraginoso, complicato, contradditorio che abbiamo messo in piedi con l’Europa: l’idea di costruire un soggetto che è prima di tutto una moneta, e solo dopo si pone problemi politici…ecco, questo è uno degli aspetti che sta franando: l’Europa della moneta è un’Europa che non esiste politicamente, e a lungo andare, questo distrugge anche la moneta.


25 novembre 2010 Di Matteo Baldi

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