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Intervista

Eric-Emmanuel Schmitt: la scrittura per la tolleranza


Abbiamo incontrato Eric-Emmanuel Schmitt durante il festival Pordenonelegge 2010 e abbiamo parlato del suo nuovo libro Concerto in memoria di un angelo, edito da e/o, della sua scrittura e dell'idea di tolleranza e curiosità per le diversità che caratterizza ogni suo lavoro.
Con questo libro Schmitt ha vinto il Premio Goncourt pour la nouvelle .


La scrittura del racconto differisce sostanzialmente da quella del romanzo – lei stesso ne ha parlato più volte. Si ritiene maggiormente uno scrittore di racconti o un romanziere?

A mio parere, il racconto è la sintesi perfetta di due generi che ho praticato a lungo: il teatro e il romanzo. Direi che riesco a scrivere racconti proprio perché ho avuto modo di esercitarmi prima con il teatro e poi con il romanzo. Nel racconto sono fusi alla perfezione gli elementi che caratterizzano i due generi. Infatti, nel racconto c’è tutta l’economia del teatro, ed è come se prendessi il lettore per mano e lo conducessi all’interno della storia, così come a teatro catturo lo spettatore e lo coinvolgo nella vicenda rappresentata. Inoltre, c’è tutto lo spessore della realtà e la suggestione del romanzo.


Leggi la recensione di Concerto in memoria di un angelo
Cosa significa il titolo, Concerto in memoria di un angelo?

Concerto in memoria di un angelo è un’opera per violino di Alban Berg, scritta in occasione della morte della figlia di suoi amici. Ho voluto fortemente questo titolo per mostrare il bene e il male, e che in ognuno di noi può albergare un angelo, qualora si facciano le scelte giuste. In questo libro tutti i personaggi hanno la possibilità di diventare migliori: sta a loro scegliere se abbracciare la possibilità di diventarlo, se fare l’esatto contrario, o se far finta di niente.


Con questo libro si è aggiudicato il Premio Goncourt. Vorrei per un attimo pensare alla situazione italiana, alle polemiche che accompagnano i più importanti festival letterari, alle classifiche che vedono esplodere un titolo in seguito alla vittoria di un premio. In Francia accade la stessa cosa?

Anche in Francia funziona così, ma nel mio caso il libro era già famoso prima di vincere il Premio. I premi letterari hanno lo scopo di scoprire nuovi scrittori e puntare i riflettori sui loro libri. Nel mio caso, è andata diversamente: sono già uno scrittore conosciuto e il Premio mi è stato dato perché il mio libro era il migliore in concorso. In Francia, di solito, accade che se uno scrittore è già conosciuto non gli vengono dati premi. Per questo è stata una bella sorpresa per me.


Un premio di questo tipo responsabilizza maggiormente l’autore?

Mi sento responsabile nei confronti dei miei lettori fin da quando ho iniziato la mia carriera. Il successo potrebbe anche rappresentare una prigione per l’autore, perché potrebbe spingere a scrivere sempre le stesse cose, sull’onda dell’apprezzamento popolare. Io, invece, cerco sempre di creare storie diverse per il pubblico che mi ama. In Francia questo è noto, non si sa mai quale sarà il prossimo libro di Schmitt, se sarà un romanzo, una raccolta di racconti, una pièce teatrale. Nonostante ciò, la paura di deludere i lettori è sempre tanta. Dunque, è vero che ho le ali ma anche tanta paura di volare.
A questo proposito vorrei raccontare un aneddoto. La mia pièce Il visitatore è stata portata in Italia con Kim Rossi Stuart e a Natale andai a vederla a teatro. La gente mi ha riconosciuto, perché ormai la mia faccia è nota, e tra tutti una coppia di una certa età mi ha detto che avevano risparmiato per mesi per potersi permettere di regalarsi il biglietto. Lì ho capito davvero quale era la mia responsabilità.


Cosa l’ha spinta a scrivere di fedi e religioni diverse?

Sono nato nel 1960, in una Francia che sembrava omogenea e prevalentemente cristiana. Crescendo, ho capito che il mondo stava cambiando e che nel paese stava avvenendo la mescolanza di molte religioni. Così è nato il mio interesse per le culture “altre”. A 29 anni, in virtù di questa curiosità, sono andato nel deserto e lì ho avuto una forte esperienza mistica: l’esperienza di un Dio indipendente da ogni religione. Insomma, vi sono entrato ateo e ne sono uscito credente. Tornato in Francia, ho iniziato a leggere tutti i mistici e i grandi libri dell’Islam, dell’ebraismo, della religione indiana e di quella cattolica. Da questa esperienza di fede mi sono aperto alle religioni, perché la fede è una porta piccola piccola dalla quale puoi arrivare a scoprire tantissime cose.


Quello che caratterizza il suo ultimo libro, così come i precedenti, è la grazia e la semplicità con cui posa lo sguardo e analizza la società contemporanea e i suoi mali. Crede che la semplicità sia la chiave per risolvere gli scontri di civiltà a cui assistiamo quotidianamente?

Credo che i libri possano servire moltissimo a vivere meglio tutti insieme perché la forza della fantasia crea un’intimità con l’altro, con il diverso. A differenza di un saggio, il romanzo conquista il lettore, che grazie alla simpatia provata verso i personaggi troverà la voglia di capirli. Così è successo, ad esempio, con Monsieur Ibrahim e i fiori del corano. Lo scopo della scrittura è abolire le distanze tra gli esseri umani, creare tolleranza, accentuare quello che è il primo passo verso il suo raggiungimento, cioè la curiosità, e sopprimere la paura per le cose sconosciute. Credo che la fantasia riesca a fare questo, ma affinché ciò avvenga bisogna che la cosa assuma un aspetto “leggero” e “semplice”. Proprio Calvino ha espresso magistralmente questo punto nelle Lezioni americane .


Perchè ha scelto questo tema?

I quesiti che mi hanno guidato nella scelta del tema sono stati molti. Siamo liberi di cambiare e migliorare, o siamo solo macchine incapaci di reagire alla società? Il soggetto del libro è proprio questo: la libertà. Volevo mostrare quali reazioni può avere un essere umano davanti alla possibilità di fare del bene. Io sono essenzialmente ottimista e convinto che si possa cambiare e migliorare. Per questo mi piace la frase di Gide: “È bene seguire la propria inclinazione purchè sia in salita”.


Cosa pensa degli ultimi sviluppi della politica di Sarkozy?

La politica di Sarkozy è ispirata solo all’elettoralismo e si rivolge agli elettori di destra che vuole rassicurare. Per me questo non è un atteggiamento degno di una persona che sta a questo livello. Per questo quando si dice “la Francia” per intendere la politica di Sarkozy vi confesso che mi sento male.


Leggi la recensione del libro
Leggi la precedente intervista di Wuz a Eric-Emmanuel Schmitt


22 settembre 2010 Di Sandra Bardotti

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