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Intervista

Anne-Laure Bondoux: il mio protagonista è Blaise Cendrars


Abbiamo partecipato all’incontro con Anne-Laure Bondoux. La scrittrice francese, in Italia per presentare il suo ultimo libro, Figlio della fortuna, ha risposto alle domande di pubblico e giornalisti. Presente anche Francesca Capelli – traduttrice per l’Italia dei suoi romanzi – interprete e moderatrice del dibattito. Il romanzo, già pluripremiato in Francia, arriva, edito da San Paolo, dopo Le lacrime dell’assassino, lavoro con cui, nel 2009, ha vinto il premio Andersen e il Superpremio Andersen.

Come è nata l’idea di questo romanzo?

La scrittura, per me, è un po’come il giardinaggio, all’inizio c’è solo un piccolo seme, a cui bisogna lasciare il tempo di maturare spontaneamente, senza pressioni... come nell’agricoltura biologica... è un lavoro lungo, pian piano che la prima idea è maturata altre idee si aggiungono una all’altra. A queste si uniscono successivamente tutta una serie di ulteriori pensieri... che come delle erbacce, a mano a mano ricoprono quella iniziale, come sterpaglia, fino quasi a far perdere visione dell’idea iniziale, ormai completamente ricoperta.
Nel caso di questo romanzo l’idea principale, il seme, è scaturito da una mia volontà precisa, quella di scrivere un romanzo su Blaise Cendrars, poeta delle svizzera francofona, grande viaggiatore, autore di Prosa della Transiberiana e della piccola Jeanne de France. È stato proprio questo il punto di partenza. Alla piccola idea centrale si sono poi aggiunti molti altri dettagli, che mi hanno fatto in parte allontanare dal concetto iniziale, senza però mai abbandonarlo completamente. Ho cercato, infatti, di mantenere alcuni elementi: il nome del protagonista, Blaise appunto; il treno - soggetto del suo lavoro - che volevo fortemente fosse l’elemento di innesco della storia e la costruzione della famiglia di Galya che nel romanzo ha cinque fratelli, mentre il poeta ne aveva sette.
Devo aggiungere, poi, che il tema di fondo del racconto, quello dei clandestini che cercano di entrare in Europa, è un argomento estremamente delicato, in Francia come altrove. Tutti questi fattori sono stati per me come semi, che, inizialmente distinti, si sono poi uniti e combinati tra loro, intrecciandosi sempre di più nel corso della narrazione.
Durante la stesura del romanzo c’è stata, inoltre, una vicenda legata alla mia famiglia, sono venuta a conoscenza di un fatto che i miei genitori mi avevano tenuto nascosto, e ho voluto che un po’ di questo evento personale trovasse posto nel testo stesso, l’elemento autobiografico è una presenza fondamentale in tutti i miei romanzi.


Nello scrivere un romanzo per ragazzi ha qualche tecnica e accorgimento particolare che usa?

No, non ho un metodo, il mio lavoro si evolve continuamente. Quando inizio un romanzo, non so mai dove arriverò, quello che mi interessa è trovare una certa verità umana, e riuscire ad esprimerla nel modo migliore. Quello che in fondo cerco di fare è di lavorare senza pensare troppo a chi leggerà il romanzo. Allo stesso tempo so che la drammaturgia, l’intreccio, la trama devono essere appassionanti abbastanza per legare il giovane lettore, per convincerlo a entrare in un libro bisogna un po’ sedurlo. In Francia quando incontro i miei lettori mi dicono che sono sempre un po’ sorpresi dai miei romanzi, perché, una volta giunti alla conclusione, si rendono conto di essersi facilmente lasciati portare e trascinare attraverso situazioni spesso molto complesse. Per esempio, ne Le lacrime dell’assassino, il lettore è spinto a provare amore e compassione per un uomo che ha ucciso il genitore di un bambino, ed è una cosa che indubbiamente turba, perché a un certo punto il lettore non capisce se può o meno sentirsi autorizzato ad amarlo.
La stessa cosa accade nel Figlio della fortuna, la protagonista fa qualcosa, non voglio svelare cosa, e alla fine il lettore non sa se giudicarla positivamente o negativamente, questo fattore rientra in un aspetto che io amo molto dell’animo umano, la complessità, la sua ambiguità, la presenza di molteplici e contrastanti lati...


Malgrado questa ambiguità che vuole descrivere e indagare, il bene e il male sono sempre molto chiari e definiti...

In effetti è questo ciò che più amo dei miei personaggi: so che hanno delle debolezze, fanno delle cose discutibili, c’è un assassino, una donna che abbandona dopo poco suo figlio, una donna che fa delle cose per amore... Mi rendo conto di mettere il lettore nella condizione di dover giudicare. Cerco allo stesso tempo di condurlo nel cuore di questi personaggi, dando loro una dimensione umana che in qualche modo cambia il punto di vista. Non riusciamo a condannare i protagonisti completamente, pur accorgendoci degli errori che compiono, in qualche modo li salviamo, perché in fondo anche loro amano, e questo credo sia il preciso motivo che ci spinge a salvarli: l’amore, tema principale delle nostre vite, ciò che fa la differenza.


Quant’è difficile per il protagonista affacciarsi alla realtà dei fatti dopo aver scoperto la verità?


Io ho provato a trasferire nel mio personaggio la medesima sensazione che ho provato quando sono venuta a conoscenza del segreto di famiglia di cui parlavo prima. Come è accaduto a me, Blaise non sa se sentirsi sollevato, perché in qualche modo finalmente conosce la realtà, o in collera, perché gli è stata tenuta nascosta così a lungo. Il personaggio fino alla fine si trova in questa dimensione di instabilità, condizione in cui io stessa mi sento, non avendo ancora deciso se essere contenta o meno di quello che mi è stato rivelato.

C’è un film francese che tratta più o meno lo stesso tema Welcome, del 2009, diretto da Philippe Lloret

Il film è uscito subito dopo il libro, credo che siano tematicamente molto vicini. In Francia, come immagino anche qui, la questione del flusso dei migranti è aperta, ci si chiede se e come accoglierli, il mio intento era quello di esaminare il problema dal punto di vista ingenuo, innocente, naïf di un bambino. Agli occhi di un bambino siamo tutti esseri umani, per lui non esistono politica né flussi migratori, secondo la  sua logica bisognerebbe solamente aiutare chi sta male. Il ragazzo si chiede infatti la ragione delle frontiere, non capacitandosi del fatto che un semplice tratto punteggiato su una mappa possa impedirgli di vivere meglio, in un paese libero.
La costruzione di questo romanzo è stata la mia personale maniera di affrontare questo delicato tema e, per quanto riguarda la Francia, la risposta da parte dei lettori è stata positiva, si sono immedesimati nei personaggi, vivendone le emozioni e senza porsi troppe domande. Sono convinta che questa sia la migliore risposta che si possa dare ai politici.


Da ciò che fino ad ora ha detto sulla costruzione dei suoi personaggi, sembra che lei non solo provi le loro stesse sensazioni, non si mette solo nei loro panni, ma attacca loro qualcosa di suo, è sempre così? Perché un personaggio sia vero, bisogna aver provato le sue stesse emozioni?

Sì, è il cuore del mio lavoro, ho bisogno di creare dei personaggi che siano veri, non solo credibili ma in qualche modo portatori delle mie emozioni, sono tutti me, nei loro aspetti positivi e nelle loro debolezze, anche l’assassino sono io, lui stesso ha il mio cuore.
Credo che sia po’ l’obiettivo di tutti gli scrittori, quello che io faccio è tuffarmi nelle parti più profonde di me, per risalire con dei pezzetti, dei frammenti. A volte è difficile capire se tutto ciò è arrivato o meno al lettore, e presuppone una grande onestà da parte mia, se non riesco a mettermi in contatto con queste mie parti interne, non inizio neanche a scrivere. Detto ciò riconosco la presenza di momenti della scrittura necessariamente più tecnici, però questa parte di autenticità è, secondo me necessaria, spero veramente, invecchiando e crescendo, di riuscire a migliorarmi sotto questo aspetto.



I protagonisti dei suoi libri sono sempre in chiaro-scuro, anzi, a volte più scuri che chiari, nonostante ci sia sempre un ottimismo a fare da filo conduttore, non c’è mai un lieto fine eclatante, anzi, direi che c’è sempre una nota piuttosto drammatica di fondo...


È vero, il lettore spesso si ritrova a piangere... per me quello che davvero conta, più ancora dell’ottimismo, è la speranza, che in effetti non lascia mai il protagonista. Non credo che la vita sia semplice, ma può esserlo, e, siccome mi rivolgo a dei giovani, è fondamentale per me dar loro energia e voglia di andare avanti, di guardare oltre.
All’inizio il bambino, appena arrivato in Francia, non riesce a parlare, non può raccontare la sua storia e dice di sentirsi soffocato, alla fine, invece, possiede il linguaggio e le parole per dire, e questo accade anche ad altri miei personaggi, come ad esempio nell’assassino, anche lui alla fine ha le parole per dire, e può finalmente aprirsi, dunque nel finale c’è aria, c’è luce...


Ha mai scritto racconti brevi, fiabe per bambini?

Ho scritto qualche racconto per bambini, pubblicati da poco in Francia, non credo però siano stati tradotti in Italia. Per me è più difficile scrivere per bambini così piccoli perché non posso dire tanto, preferisco il passo della saga, del romanzo...

Da lettrice, le è arrivato qualcosa di significativo della letteratura italiana?

Di letteratura italiana, ai tempi della scuola, ho letto Calvino, Svevo, Pavese, mentre recentemente invece Come Dio comanda di Niccolò Ammaniti... non conosco molto del panorama attuale italiano.
Quando i ragazzi mi chiedono consigli di lettura mi piace consigliare libri che a me sono piaciuti, non libri per ragazzi, ad esempio La strada di Cormac McCarthy, o The Miracle life of Edgar Mint, di Brady Udall, o anche Misery di Stephen King, romanzo che possiede un intreccio e una trama molto solida, una drammaturgia molto forte...


La storia rientra in quella tipologia di racconti che hanno per protagonisti dei clandestini, storie spesso veicolate da bambini che lasciano i loro paesi a causa di situazioni di guerra. Ciò significa che esiste attualmente una tendenza letteraria, ma non solo, di sviluppo di una sensibilità verso questa realtà, nell’editoria italiana si sta creando un terreno simile...

Attualmente la politica in Francia va nella direzione opposta, sempre più persone vengono espulse, si accoglie sempre meno e sempre peggio, le leggi sono sempre più dure, c’è anche una forte attenzione mediatica. Da un lato c’è la durezza della politica mentre dall’altro l’attività delle associazioni che si battono contro questi provvedimenti. Tutto questo, ovviamente si traduce in film e libri che vengono prodotti, incentrati principalmente su questo tema. Spesso, soprattutto i giovani, hanno un’opinione politica pittosto chiusa, che si sono fatti senza conoscere la realtà.
Il tentativo di mettere queste persone in contatto con chi ha vissuto situazioni di un certo tipo, potrebbe facilitare la compresione di alcune dinamiche, creando se non altro un’occasione di dialogo, di scambio di esperienze...



13 luglio 2010 Di Angela Contigiani

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