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Intervista

La ragazza che voleva conoscere Fabrizio De André


Elena Valdini è cresciuta insieme a Fabrizio De André. Quand'era piccola sua madre le cantava La canzone di Marinella e suo padre La guerra di Piero. Da grande ha inziato a lavorare per la Fondazione Fabrizio De Andrè, curando alcuni progetti editoriali. In questa intervista Elena Valdini ci racconta il suo rapporto con il cantautore genovese e il nuovo libro fotografico edito da Chiarelettere, Tourbook. Fabrizio De André 1975-98

Da sei anni svuoti scatole, sacchetti e sacchettini esplorando l'universo De André. Sei cambiata? Com'eri prima di quest'avventura e come sei adesso?
Quand’ero piccola mia madre mi cantava La canzone di Marinella e mio padre La guerra di Piero… Penso che siano state le prime canzoni che ho ascoltato e mai avrei pensato di ritrovarmi a svuotare quelle “scatole sacchetti e sacchettini” con gli autografi di Fabrizio De André, la rassegna stampa ritagliata, conservata e chiosata da sua madre Luisa, i biglietti dei concerti, le agende su cui lui appuntava non solo la genesi dei tour ma i versi dei brani e le sue riflessioni. Mai più avrei pensato di conoscere Dori (Ghezzi) e di vivere accanto a lei una parte della mia vita, che è la nostra vita, qui in Fondazione. Insomma, mi ritenevo già molto fortunata ad aver incontrato un autore (De André) che, con lucidità e tenerezza, è stato il principale punto di riferimento quando adolescente ho aperto gli occhi, come si dice, sul mondo. Un incontro che però non si è mai concretizzato “dal vivo”: non ho mai visto un suo concerto, anche per ragioni anagrafiche (sono nata nel 1981), ma la generosità di Dori e della Fondazione ha saputo trasformare questo mio limite in un’occasione.

Come è nato Tourbook?
Tourbook è nato anche da tante domande, moltiplicatesi negli anni, sul come fosse in concerto, ma anche prima e dopo il concerto, e ancora tra un concerto e l’altro. Insomma: come Fabrizio fosse nella vita. Chiedevo e chiedevo e se da un lato molte risposte le ho trovate svuotando scatole, sacchetti e sacchettini (spesso insieme a Dori, che sa condividere e raccontare con affetto e ironia), dall’altro in Tourbook ho avuto un compagno di viaggio eccellente: Pepi Morgia. Pepi è stato il regista di tutti gli spettacoli di Fabrizio De André dal 1975 al 1998 e non solo mi ha sapientemente guidata palco per palco alla scoperta delle regie, degli allestimenti e di che cosa significa una messa in scena, ma ha saputo condividere i ricordi di un’intima amicizia, che da sempre lo lega a Fabrizio De André. Nasce così in Tourbook il diario di bordo di quasi venticinque anni di tour (grazie ai ricordi – spesso anche molto divertenti – di chi ha partecipato e collaborato ai suoi spettacoli, dai tecnici ai produttori, dai musicisti a personaggi della cultura italiana che hanno assistito a uno o più spettacoli) e anche il ritratto di un Fabrizio De André molto più “a colori” di quanto immaginassi.

Cioé? Che ritratto esce di Fabrizio De André?
Era un uomo molto divertente e divertito dalla vita da tour, dagli scherzi in scena alla scelta di ogni momento che si desiderava far accadere su quei palchi. Da questo viaggio mi sembra di aver capito che autenticità e partecipazione sono state il collante di tutti gli spettacoli, vissuti con emozione sia da chi vi ha collaborato che dal pubblico, e mi sembra di aver scoperto più che un modo di fare, uno modo per fare: quella preparazione (attenta, meticolosa) e quella sincerità (anche in scena) che lasciano intravedere quasi “uno spettacolo senza lo spettacolo”. Scoprire questo, anche a ventotto anni, cioè la mia età, aiuta a far crescere.

Immagina di regalare a un ragazzo/a di 14 anni Tourbook. Cosa scriveresti nel bliglietto? Come lo inviteresti alla lettura?
Gli augurerei di potersi divertire almeno la metà di quanto mi sono divertita io raccogliendo aneddoti e riscoprendo gag inedite. E poi gli consiglierei di avvicinarsi a Tourbook quasi fosse un film, un rullone di emozioni, perché così lo abbiamo concepito insieme a Pietro Palladino che ha curato il progetto grafico. Sia il formato che la scelta della carta corrispondono al desiderio che avevamo di realizzare un libro da usare, perché ciascuno può chiosare le pagine con i suoi personalissimi appunti di viaggio.

La tecnica di De André. Perché possiamo chiamarlo poeta?
Di questo parla un bellissimo libro curato magistralmente dal Centro Studi Fabrizio De André (dove ha sede il fondo) e che s’intitola Il suono e l'inchiostro, dove cantautori, poeti e saggisti si confrontano sul rapporto tra poesia e canzone.



07 gennaio 2010 Di Francesco Marchetti

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