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Intervista

Intervista a Jack Ketchum

e agli sceneggiatori Daniel Farrands e Philip Nutman.

Leggi la recensione a La ragazza della porta accanto


Una simpatica chiacchierata con Jack Ketchum e gli sceneggiatori Daniel Farrands e Philip Nutman riguardo la stesura della sceneggiatura del film La ragazza della porta accanto.
L’intervista è a cura di Quentin Dunne. Quentin Dunne è un critico cinematografico, teatrale e musicale. Collabora regolarmente con testate quali Penny Blood, Entertainment Today e After Dark. Laureato in psicologia, vive in California con sua moglie Ally, e per saperne di più sul suo conto potete visitare la sua pagina di MySpace.


Jack Ketchum non ha bisogno di presentazioni. Potete visitare il suo sito personale oppure la sua pagina di MySpace. Daniel Farrands è uno sceneggiatore e produttore che vive a Los Angeles. Ha lavorato a film quali Halloween VI: La maledizione di Michael Myers; The Tooth Fairy e alla serie televisiva di documentari History’s Mysteries.
Philip Nutman è uno scrittore, sceneggiatore e produttore che vive ad Atlanta. È autore del romanzo cult di zombie Wet Work. Potete visitare il suo sito o la sua pagina di MySpace.



QD: Jack, quando hai ceduto i diritti cinematografici de La ragazza della porta accanto, sapevi che, da contratto, i produttori avrebbero affidato la sceneggiatura a Daniel Farrands e Philip Nutman. Ora, siccome è noto che i produttori sono soliti tenere in scarsa considerazione le opinioni dell’autore del libro – anzi, spesso manipolano l’adattamento cinematografico dell’opera a loro piacimento – la domanda è: cos’è che ti ha spinto a lodare così apertamente la sceneggiatura del film, quando una volta intascati i soldi avresti potuto sollevare delle riserve, prendere delle distanze come fanno in molti, oppure semplicemente disinteressartene?

JK: So riconoscere un buon lavoro quando ne vedo uno, e quella sceneggiatura era solida come la scrivania sulla quale scrivo. Era coraggiosa, fiera e trasudava passione. Inoltre, cosa ancora più importante, era la sceneggiatura più fedele al mio libro che mi potessi augurare di ritrovarmi tra le mani.


QD: Dan, Phil, sembra proprio che sulla vostra sceneggiatura sia appena stato apposto il sigillo in ceralacca di approvazione definitiva da parte di Jack. Ma veniamo al sodo. Gli sceneggiatori sono famosi per essere sempre alla ricerca di quella storia da un milione di dollari con la quale fare il salto di qualità nell’olimpo di Hollywood. Eppure, sembra proprio che voi abbiate deciso di puntare su di un libro che è l’antitesi del commerciale. Perché avete investito il vostro tempo in una storia così particolare e complessa, quando invece avreste potuto buttarvi su un libro molto più convenzionale? La vostra corsa al milione di dollari sarebbe stata molto meno faticosa…

PN: Non mi permetto di parlare anche a nome di Dan, per cui ti rispondo che, per quanto mi riguarda, io non ho mai scritto sceneggiature con l’intento di vincere alla lotteria. Dal punto di vista dei guadagni, dollaro più dollaro meno, quando scrivi una cosa già sai quanto andrai a metterti in tasca. Ma con La ragazza della porta accanto non si è trattato di una questione di soldi. Sapevamo che era un libro speciale, ed eravamo certi che se ne sarebbe potuto ricavare un film scioccante, che avrebbe scosso le coscienze della gente dalle fondamenta. Il nostro intento era quello di fare un film che sollevasse nell’opinione pubblica un dibattito sugli abusi sui minori, specialmente su quelli consumati in ambito familiare. Un dibattito che portasse anche a una riflessione sulle attuali norme che disciplinano l’esercizio della responsabilità genitoriale. Prima di firmare per questo lavoro, abbiamo meditato a lungo e ci siamo entrambi seriamente interrogati circa le nostre motivazioni.

DF: La prima volta che mi sono ritrovato tra le mani una copia de La ragazza della porta accanto è stato due anni dopo che avevo finito di scrivere Halloween VI, uno di quei film horror commerciali per definizione, prodotto da una major. Le difficoltà che comporta lavorare a un film del genere sono indescrivibili. E così al tempo ho accolto con favore l’idea di affrontare un progetto che fosse tutto fuorché “commerciale”, essendo stato appena reduce dalla dolorosa esperienza di vedere messo su pellicola un prodotto talmente diverso da quello su cui avevo speso tante energie che mi ci ero a malapena riconosciuto. Presumo che sceneggiare La ragazza della porta accanto abbia rappresentato per me la rivincita metaforica contro la logica “blockbuster” di Hollywood. La consapevolezza che nessuna delle grandi major avrebbe mai investito in una storia simile è stato ciò che ha stimolato quello spirito creativo ribelle che c’è in me. La prima cosa che ho pensato è stata: Andate tutti affanculo! Volevate fare horror? Beccatevi questo! QUESTO È HORROR!


QD: Jack, c’è stato qualcosa in particolare nella sceneggiatura che ti ha positivamente sorpreso?

JK: Mi è piaciuta molto l’introduzione della scena in cui il David adulto aiuta il barbone in mezzo alla strada. Riflette alla perfezione il suo senso di colpa. E devo dire anche che l’interpretazione di William Atherton è superlativa.


QD: Il romanzo si apre con la frase: “Pensate di sapere cosa sia il dolore?” Mi arrogo il diritto di definirla la “Chiamatemi Ismaele”  della letteratura horror. È allo stesso tempo colloquiale e provocatoria, racchiude in sé una domanda e una sfida, rivolge un invito e un avvertimento. Ti ricordi come ti è venuta in mente una cosa di questo tipo? Questa frase d’attacco è una colata di napalm…

JK: Ma che figata! Grazie, Quentin! La verità è che ho scritto questo libro tutto d’un fiato, come sotto dettatura. Cosa che mi è successa solo con un altro dei miei romanzi, Red. Ho fatto lo stenografo: ascoltavo David parlarmi nell’orecchio, e nel frattempo scrivevo. Ehi, ora che ci penso, forse non ho scritto tutto! Forse David aveva altro da dirmi e… scherzo, come non detto. Ad ogni modo, salvo qualche modifica e taglio qua e là, ho lasciato la prima stesura praticamente immutata. E la mia risposta è molto meno articolata della tua domanda: avevo solo iniziato a scrivere, e quella frase non è nient’altro che la prima delle frasi che ho buttato giù.


QD: Dici di aver colto l’ispirazione iniziale per La ragazza della porta accanto dai crimini posti in essere da Gertrude Baniszeweski ai danni di Sylvia Likens. A spingerti a scrivere questo libro sono state in particolare la descrizione delle torture sulla vittima e la foto della carnefice, ambedue contenute nel manuale di criminologia Bloodletters and Bed Men. Ma Jack, è anche vero che hai scritto il libro nel periodo immediatamente successivo alla morte di tua madre… JK: Ho rimuginato su Gertrude e su Sylvia per anni, ma da tutti quei pensieri non ho mai cavato fuori nulla di decisivo per l’ispirazione. A un certo punto ho persino soppesato l’ipotesi di romanzare la loro vera storia, ma poi mi sono detto: Cristo, ma che ne so io di com’è la vita nell’Indiana! Poi, quando mia madre è morta, mi sono ritrasferito nella sua casa del New Jersey, la casa dove sono cresciuto. Lì ho cominciato a dare una rassettata a un sacco di vecchie cose – in parte sue e in parte mie – e ho ripreso a vedere gli amici e i conoscenti di un tempo. La strada della casa non era più un vicolo cieco come quand’ero bambino, ma siccome dalla prospettiva che offre la finestra del salone non si vede la differenza, guardare fuori non era diverso da allora. E a un certo punto, mentre stavo dando una ripulita al seminterrato, ecco che sono stato trafitto da una visione. Potevo immaginarmi tutto esattamente lì, solo traslato in quella cappa di autoisolamento che era tipica della fine degli anni ’50. Poi, una volta iniziato a scrivere, ho preso a ricordare talmente tante cose tutte insieme – in parte belle, in parte meno – che il romanzo ha presto assunto una tinta quasi elegiaca, caratteristica che credo costituisca uno dei suoi punti di forza. L’intero libro è permeato come di un alone di melanconia per aver perso qualcosa di caro. Suona piuttosto strano a dirsi, visto l’argomento di cui tratta la storia, ma ci ho messo veramente tanto amore.

QD: C’è amore, c’è tenerezza, ma in definitiva tutto ciò non fa che indurire il colpo, anziché ammorbidirlo. Giunti qui mi viene da domandarti: hai mai pensato di esplicitare meglio la psicologia dei personaggi? O di nasconderti dietro a un linguaggio più sofisticato, e quindi distaccato, giusto per rendere il boccone meno amaro per il lettore?

JK: Assolutamente no. Volevo che fosse tutto diretto, e soprattutto personale. Ho voluto calare il lettore giù in quel rifugio antiatomico, e renderlo compartecipe degli eventi. Per essere più precisi, parte della mia intenzione generale era proprio quella di far maturare nel lettore un crescente senso di colpa ogni volta che questo sarebbe stato costretto a voltare pagina per vedere che cosa accade. E la cosa che più sorprende è prendere atto che, anche nel film, il susseguirsi delle scene sviluppa lo stesso identico coinvolgimento colpevole dello spettatore. Non credevo fosse possibile!



QD:
Un’altra peculiarità del film che ha funzionato ben al di là delle aspettative è il modo in cui esso scardina uno dei pilastri fondamentali di infinite sceneggiature: affinché la tensione monti, il protagonista deve avere un ruolo attivo nella vicenda, e deve lottare con tutte le sue forze per o contro qualcosa. Qui, invece, il protagonista si caratterizza tanto per passività che per ambiguità. Questa circostanza ha rappresentato un problema per la sceneggiatura? E, se sì, come avete affrontato la questione?

PN: Ottima domanda, e rispondere non è facile. Uno dei paradossi de La ragazza della porta accanto  è appunto quello che, nel libro, il protagonista è un osservatore passivo, un voyeur che a modo suo si rende complice non solo delle torture perpetrate su Meg, ma anche della sua morte. Nel libro ci sono alcuni punti in cui ti viene voglia di urlargli addosso di fare una determinata cosa, di fare qualsiasi cosa. A me ha fatto venir voglia di entrare in quel seminterrato per prenderlo a calci! Ma come fa a rimanere a guardare in quel modo?, viene da chiedersi. Ma noi in quanto lettori abbiamo bisogno di David, lui è i nostri occhi e le nostre orecchie laggiù in quel seminterrato, e usarlo come veicolo per assistere a quanto avviene là sotto ci fa sentire altrettanto colpevoli per quello che Ruth e gli altri stanno facendo alla povera Meg. È proprio questa la vera forza del libro: stuzzica la nostra curiosità, il nostro istintivo desiderio di dare una sbirciata a una scena in cui si sta consumando una terribile atrocità. È come quando ci capita di assistere a un brutto incidente stradale: sappiamo benissimo che non dovremmo rallentare per fermarci a guardare, eppure non riusciamo a distogliere lo sguardo dalle lamiere. Sappiamo che dovremmo fare qualcosa, ma per qualche  ragione – la nostra debolezza, la nostra vulnerabilità o la nostra pura e semplice codardia – non lo facciamo. Come nel caso di David, solo un ragazzino, indifeso e intrappolato in una cella dove la sua voce echeggia senza essere udita da alcun orecchio dei presenti. Nel romanzo, David narra in prima persona, quindi inevitabilmente noi siamo portati ad osservare l’evolversi degli eventi attraverso il suo punto di vista. Ovviamente, in un film, una cosa del genere non è ipotizzabile (sebbene un tentativo di questo tipo sia stato fatto in La dama del lago, un film del 1947, tratto dall’omonimo libro di Raymond Chandler). E così, siccome in un film succede di conseguenza che gli occhi del pubblico siano la macchina da presa, nel nostro caso ci ritroviamo a guardare David che a sua volta guarda Ruth e gli altri torturare Meg. Cosa che finisce per rendere inevitabilmente il personaggio di David ancora più passivo di quanto non sia nel libro, esponendo il film al rischio di attirare il disprezzo degli spettatori sul suo protagonista principale. Abbiamo perciò dibattuto a lungo su due questioni: a) come sceneggiare la figura di David senza allontanarci dal testo originale – visto che non avevamo alcuna intenzione di cambiare né il suo ruolo né la personalità del suo personaggio solo per renderlo più interessante; e b), come fare a fare in modo che il pubblico provi compassione nei suoi confronti e si immedesimi in lui. In ogni caso, sapevamo bene entrambi che, indipendentemente dalle nostre scelte, la recitazione dell’attore che avrebbe interpretato David sarebbe stata fondamentale ai fini della riuscita del personaggio. DF: Vedi, Quentin, sebbene non avessimo avuto altra scelta che rinunciare alla narrazione in prima persona – con l’eccezione delle scene del David adulto ambientate al giorno d’oggi – ci siamo sforzati in tutti i modi di conservare nel David giovane quella tridimensionalità e quella conflittualità che lo caratterizzano nel romanzo. Purtroppo, quando affronti una sceneggiatura del genere, devi rinunciare a qualcosa: nel nostro caso, parte di quei turbamenti sessuali dettati dalla pubertà – che nel libro giocano un ruolo decisivo nella confusione mentale di David – inevitabilmente ce li siamo persi per strada. Inoltre, ovviamente, il risultato finale è quello che lo spettatore vede sullo schermo, e lì influiscono molto le scelte artistiche operate dal regista e dagli attori. Uno sceneggiatore su quello non può esercitare alcuna forma di controllo. In ogni caso, nel film, David è essenzialmente un bravo ragazzo che commette una serie di brutti errori che porteranno a una tragedia. Io penso che per comprendere la sua perplessità e la sua paura lo spettatore non abbia bisogno di entrargli nella testa col discorso della prima persona. Ed è altrettanto evidente che David va in tilt a causa degli “input” contrastanti che gli giungono alle orecchie dalle voci adulte – basti pensare al dialogo con suo padre al locale, che è emblematico in questo senso. Credo che parte della frustrazione e della rabbia provate da David nel libro, traspaia ugualmente anche nel film: accade tutto così di fretta che, quando lui prende finalmente la sua decisione, la situazione è degenerata al punto che è troppo tardi per salvare Meg. Ebbene, dopo aver visto e rivisto il film, mi sento di affermare che il personaggio di David è tutt’altro che passivo.


QD: Jack, il coinvolgimento emozionale che si prova guardando il film, ti ha fatto provare rabbia nei confronti di Meg?

JK: No. Guardando Meg sullo schermo, l’ho immediatamente capita e non mi sono sognato neanche per un attimo di biasimare il suo comportamento. Nella vita, ognuno di noi tenta di fare del proprio meglio, soprattutto considerate le carte che gli sono capitate in mano. La stessa cosa accade nei film. E ricordiamoci che qui abbiamo a che fare con un film basato su di un libro ispirato a una storia vera. Sylvia non è scappata dalle torture di Gertrude lasciandosi dietro sua sorella; e giammai mi aspetterei di vederlo fare a Meg, neanche in un film.


QD: Nel libro, più che tormento e sofferenza, a mio giudizio c’è tanta, tanta dignità…

JK: Io considero Meg eroica. Sopporta le torture che le vengono inflitte – torture che non si merita minimamente – con tutta la forza e la dignità di cui è capace. Arriva perfino ad accettarle, pur di non vederle consumate a danno di sua sorella. A primo acchito, quando si avvicina a Susan e le prende la mano, le sue parole – le sue ultime parole – possono suonare banali, addirittura un po’ deludenti. Credo che ce la farò… Starò bene…
Ma se le andiamo ad analizzare meglio, ci accorgiamo che sono cariche di significato. Un momento prima di morire, attraverso l’atto stesso di morire, Meg acquisisce consapevolezza di tre cose straordinarie. La prima è che è riuscita a scappare da quella trappola, e lo ha fatto senza mai mollare, senza mai arrendersi. In secondo luogo, subendo lei tutte le torture, ha salvato la vita di sua sorella minore, la quale non sarebbe mai sopravvissuta a tutte quelle violenze. Ed infine, siccome sa benissimo che per i Chandler sarebbe stato impossibile occultare la sua morte e farla franca, morendo si prende la sua rivincita. Stavolta è lei a menare il suo colpo, e sa che a loro farà molto male.


QD: Non voglio essere schematico e mettere etichette, ma si direbbe proprio che il personaggio di David incarni magistralmente il detto “Tutto ciò che è necessario per il trionfo del male, è che i buoni non facciano niente” . Dì, Jack, è stato questo il leitmotiv che hai voluto investigare nel corso di tutto il romanzo, oppure, più semplicemente, il “Come è possibile che succeda qualcosa del genere?”

JK: Il detto di Burke sicuramente calza a pennello. Ma la vita reale è più complessa di un aforisma. E io spero che il mio libro ne abbia fornito una spaccato attendibile. David non solo non agisce (almeno fin quando non è ormai troppo tardi), ma è anche sedotto da tutto quello a cui assiste. E, da bravo nazista mi verrebbe da dire, è ancora più tentato dal fatto che c’è il permesso. David non è un buono, almeno non in fino in fondo – chi lo è del resto? Io non di certo, non a quell’età. È solo un ragazzino con gli ormoni sconvolti che prova emozioni e sentimenti contrastanti. Ti confesso una cosa, Quentin: molti lettori mi hanno detto di aver odiato David tanto quanto Ruth, se non addirittura di più! Perché Ruth perlomeno ha l’attenuante di stare lentamente impazzendo e andando in paranoia. Considera questo: ti ricordi quando ti ho detto che volevo che il lettore si sentisse complice, che provasse un senso di colpa ogni qual volta avrebbe voltato pagina? Ecco, non è per caso che ho scritto il libro in prima persona. In una storia scritta in prima persona, la voce del narratore, prima o poi, finisce col diventare la tua voce. Chiamalo un trucco, se vuoi. Il lettore finisce per sentire la sua stessa voce che gli racconta gli eventi, e in questo caso, leggendo, David sei tu.


QD: Martin Scorsese ama parlare di “scena madre” di un film. Quella scena che ne racchiude in sé l’essenza, come quella di Incontri ravvicinati del terzo tipo in cui il ragazzo sta davanti alla porta aperta e viene avvolto dal fascio di luce. Qual è secondo te il “capitolo madre” de La ragazza della porta accanto?

JK: Il capitolo quarantadue. Recita: “Non vi racconterò ciò che successe dopo. Mi rifiuto. Preferireste morire piuttosto che raccontare certe cose. Preferireste morire piuttosto che assistervi. E io vi ho assistito, e ho visto”.
Si ricollega alla frase iniziale: “Pensate di sapere cosa sia il dolore?” Quel capitolo riflette il suo dolore da adulto, il suo bisogno di sfogarlo raccontandone i dettagli.

DF: Io credo che nel film ci siano due scene madri. Una è quando Meg, circondata dai suoi aguzzini, è appesa alle corde come Gesù Cristo: subisce le violenze e soffre senza emettere un fiato. L’altra è il suo primo incontro con David alla Grande Roccia. Quando penso a La ragazza della porta accanto, penso a Meg – il ritratto dell’innocenza e della purezza – con le mani nel ruscello; e all’espressione di speranza mista a eccitazione che le tinge il volto quando si accinge a tirar su il primo gambero in quella calda e soleggiata giornata estiva.

PN: Per me la scena madre è quella in cui David sgattaiola nella camera da letto dei suoi genitori. Questi dormono, e lui è palesemente sul punto di crollare: necessita disperatamente di parlare, di confessare loro tutto quanto, di togliersi quel peso dallo stomaco. Ma non ci riesce. Quella scena per me simboleggia l’assoluta impotenza che caratterizza l’essere bambino.


QD: Jack, ti capita mai di pensare che, data la crudezza e la brutalità delle tue storie, la gente finisca col non fare caso alla qualità di ciò che scrivi?

JK: No. Sono più di vent’anni che scrivo, e se le mie fossero considerate solamente delle storie snuff, avrei già cambiato mestiere da tempo. Quando scrivo, è perché mi sento di farlo, perché mi sento in grado di dare la mia performance migliore, sotto tutti i punti di vista. Sono uno di quei tanti scrittori che, quando terminano un lavoro, si fanno l’applauso da soli. Proprio lì, ancora a tavolino.

QD: In ciò che uno scrive c’è sempre del simbolismo, del linguaggio metaforico, e spesso anche un presagio.

JK: Certo, anche nelle mie storie. Ma i miei contenuti imprescindibili sono lo stile e il carattere, e la cosa che per me conta di più è che la trama scorra a dovere.


QD: In conclusione, cos’ha significato per te – e per i tuoi lettori – La ragazza della porta accanto?

JK: Per i miei lettori, nella loro generalità, non lo so. Dovrebbero rispondere uno per uno a questa domanda. Comunque, mi rallegra sapere, essendomi confrontato con molti di loro, che il libro è piaciuto, e che quindi probabilmente ha significato qualcosa per ciascuno di essi. Per quanto mi riguarda, quando penso a La ragazza della porta accanto, lo sai che faccio?

QD: Cosa?

JK: Mi dico: “Ehi, Jack, sei stato grande!”



27 novembre 2009  

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