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Intervista

Toni Morrison: che ruolo ha la negritudine nella letteratura americana?

Ci viene in mente la parola ‘maestosa’, quando vediamo entrare la scrittrice Toni Morrison, premio Nobel 1993 per la Letteratura, al braccio di Umberto Eco nella sala Buzzati del Corriere della Sera.
È un personaggio che suscita rispetto e ammirazione - perché sprigiona un’aura di autorevolezza, di combattività e insieme di pacatezza.  


Toni Morrison è a Milano per la pubblicazione del suo ultimo romanzo, Il dono, e ne parla con Umberto Eco e con l’anglista Luigi Sampietro.
Una conversazione colta, che ci riporta al tempo dell’America coloniale, epoca in cui è ambientato il romanzo. Ma, prima di riportare il soggetto della discussione, un cenno ad un altro intervento, fatto alla fine da una persona del pubblico, un americano originario di Lorain, nell’Ohio, la stessa città da cui proviene Toni Morrison. Il viso della scrittrice si è aperto in un sorriso, quando il suo concittadino ha preso la parola.
Poi ha ricordato un episodio della sua infanzia che sarebbe diventato il tema del libro L’occhio più azzurro: una bambina, sua compagna di scuola, le aveva confidato di avere le prove che Dio non esiste. Perché lo aveva pregato tutti i giorni, e a lungo, perché le cambiasse il colore degli occhi, facendoglieli diventare blu. E Dio non l’aveva esaudita, perciò non esisteva. E lei, Toni Morrison, era rimasta colpita, invece, da quanto fosse bella questa bambina sua coetanea. Bella, bellissima, molto nera di pelle, con gli occhi nerissimi.
Era così che la bambina che desiderava avere gli occhi azzurri dei bambini bianchi e biondi era entrata nel suo famoso romanzo...


Perché ha scelto il periodo coloniale per questo romanzo?

Il tempo che ho scelto per il romanzo è prima che le colonie si costituissero negli Stati Uniti d’America: era un periodo non molto trattato in letteratura e io potevo beneficiare dal guardare a quel territorio vergine, dove c’è la vera origine del paese. E ho scelto personaggi che venivano dall’Inghilterra per diversi motivi: perché scappavano da qualcosa di pericoloso, da un luogo dove la vita non era più possibile per loro. Scappavano dalla persecuzione, dalla prigione - i bambini orfani venivano anche loro cacciati sulle navi…
Ogni nazione è obbligata a costruirsi una narrativa nazionale, ad essere nobile e interessante per quello che riguarda la storia delle origini: sono i testi di storia che educano i giovani ad essere buoni cittadini. Non credo che nessuno nasca razzista, si viene educati anche al razzismo. Perché la schiavitù è una cosa comune a quasi tutti i luoghi - c’erano i servi, i peoni, gli schiavi… L’esotismo nell’origine dell’America non era la schiavitù, ma l’istituzione del razzismo. E io dovevo risalire indietro al tempo in cui non c’era ancora il razzismo.


L’ambientazione del romanzo è dunque in un’epoca non ancora strutturata: quanto si riflette questo nella tecnica narrativa, con capitoli che impongono una certa complessità?

Volevo riflettere il caos, il disordine, senza però confondere il lettore. Volevo aprire la narrazione con una voce attraente senza però che si sapesse chi fosse la persona che parla, e poi seguisse un’altra voce. Volevo un inizio con un autore che non controlla la narrazione - sono democratica…

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Quale pubblico di lettori aveva in mente, scrivendo? Cioè: questa struttura caotica era pensata per lettori neri oppure, siccome risente di tante tecniche narrative, sarebbe stata intesa anche dai bianchi?


Leggendo altri libri di scrittori afro-americani, oppure Harriet Beecher-Stowe, avvertivo che erano libri scritti per dei lettori bianchi. In quanto nera, mentre leggevo, non mi sembrava parlassero a me, ma ad altri.
Pensiamo a L’uomo invisibile di Ralph Ellison. Invisibile a chi? Non certo a me. Ellison scrive e spiega e descrive a qualcuno al di fuori della comunità. Ma, cercando di scrivere per un lettore perfetto - e quel lettore sono io, nera e donna - voglio parlare al lettore delle questioni che io stessa posso testimoniare. Non lo trovo limitante.
Se sei James Joyce e scrivi dell’Irlanda, non escludi gli altri lettori. Se ti concentri su quello che è l’anima e la mente, diventa di interesse universale. Tolstoj non scrive di certo di un nero ma, per il suo genio, scrive per me. Doctorow ha detto una cosa molto bella al proposito: ‘non penso a Toni Morrison come a una scrittrice nera, penso a lei come a uno scrittore bianco’.


Lo scrittore Tom Wolfe ha detto che gli scrittori americani non scrivono più sul presente e quindi non sono socialmente impegnati. Eppure nei romanzi storici, come il suo, non ci sono riferimenti a personaggi dell’epoca, ci sono dei personaggi inventati che tuttavia aiutano a capire l’epoca…

Per me i libri ambientati in un passato lontano sono molto importanti e hanno un grosso impatto sul presente.
Ne Il dono c’è una caratteristica tutta americana, il senso di non avere un passato, l’esistenza dei pionieri, l’individualismo…
C’è gente coraggiosa, ci sono gli schiavi che costruiscono qualcosa insieme al padrone - quando l’uomo muore, le schiave rimaste lottano a fianco della donna bianca per tenere la fattoria in quell’area selvaggia. Penso che, esaminando questi tempi, si chiarisca qualcosa di caratteristico in America, qualcosa che ha un significato anche per l’ora, per i nostri tempi, adesso.


Nella raccolta dei saggi Giochi al Buio lei ribalta la lettura dei classici americani, mostra come l’ossessione per la presenza nera abiti la letteratura americana, manifestandosi nel fantasma del colore bianco - come quello che ossessiona Melville in Moby Dick. Ad esempio, Huckleberry Finn è un grande romanzo o cade a pezzi nell’ultima parte, quando è impossibile liberare Jim?

Era ovvio che qualunque europeo venisse in America perdesse la sua nazionalità all’arrivo, diventando genericamente un uomo bianco.
Nei censimenti la distinzione era fra uomo e donna, bianco e nero. Il paese organizzava la gente secondo linee razziali. E la bianchezza della pelle è una filosofia di superiorità razziale.
Gli scrittori sensibili, sintonizzati su ogni cambiamento, riescono a filtrare questo nelle loro opere.
E che ruolo ha la negritudine nella letteratura americana? Perché è impossibile che Jim venga liberato in Huckleberry Finn? perché diventerebbe una commedia stupida, perché senza Jim non c’è Huck. In Hemingway troviamo una frase in cui il protagonista dice, ‘vidi venire due uomini verso di me, uno cubano e l’altro nero.’ Questo già dice tutto, perché di uno si dice a che paese appartenga, dell’altro solo il colore della pelle.
A me importa vedere quanto la letteratura dipenda dalla presenza dei neri. Poe era ossessionato dai neri e dalla schiavitù. È dalla fine degli anni ‘50 che questa ossessione incomincia a scemare.


Sembra impossibile, eppure il grande Voltaire investiva denaro nel commercio degli schiavi. Lo schiavismo fa parte sostanziale dell’illuminismo?

Sì, perché l’illuminismo fiorì insieme alle ricerche scientifiche: era l’epoca in cui si iniziava a misurare i crani e a fare prove su quanto riesca a sopportare il corpo nero- quante frustate… si parlava dei neri come di esseri non umani. L’illuminismo aiutò a far affiorare la degenerazione del razzismo.


29 maggio 2009 Di Marilia Piccone

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