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Intervista

Gianluca Morozzi, un "indipendente cerebrale" che ama gli Who, Paolo Nori e il Bologna

In libreria è arrivato il suo ultimo romanzo, Colui che gli dei vogliono distruggere, un romanzo bellissimo nella sua semplicità, come quasi tutti i lavori di Morozzi, un libro che aggiunge, alla già nutrita schiera, nuovi personaggi indimenticabili.
Ma chi è il bolognese Gianluca Morozzi, come scrive, a cosa si ispira, quali musiche o letture ama di più?
Qualche risposta sincera, ne siamo convinti, in questa intervista per Wuz.it.


Innanzitutto una domanda quasi seria: dal punto di vista della struttura, Colui che gli dei vogliono distruggere è il tuo romanzo più costruito. Tre mondi, tre pianeti narrativi, che porti in parallelo per tutta la durata del romanzo. Come mai questa scelta. Avevi bisogno di vivere un tuo romanzo da tre punti di vista differenti, da tre telecamere diverse, o è solo un modo per dare più ritmo e pathos al racconto?  
Perché mi piaceva moltissimo giocare con due storie parallele che sembrano non incontrarsi mai (come già avevo fatto con Il vangelo del coyote), incuriosire il lettore che finisce per chiedersi se ci saranno mai dei punti di contatto... e poi volevo proprio scrivere un romanzo sugli universi paralleli. I punti di contatto poi finisce per vederli soltanto il lettore... e Shatterthunder, naturalmente. Poi mi piaceva scrivere un romanzo metà al passato remoto in terza persona e metà in prima persona e al presente...


Altra domanda quasi seria: pur con punte di vero divertimento, pur con la solita ironia scanzonata che rende indimenticabili i tuoi personaggi, questo è forse il libro (Blackout a parte, ovviamente) in cui l’umorismo lascia più spazio ad una serena fantasia. Cosa ne pensi?
Beh, in questo romanzo c'è di tutto... il fumetto, il western, il pulp, l'umorismo, il sentimentale... certi dialoghi tra Kabra ed Elettra richiamano l'umorismo dell'Era del porco, indubbiamente, ma mi piaceva buttar lì anche qualche discorso serio come il rapporto tra creatività artistica e vita, o  sulla figura dell'eroe...


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Finite le domande serie, entriamo nel vivo. All’inizio poteva essere uno specchio quasi autobiografico, ma ormai è chiaro che tu, come scrittore, ti porti in giro una famiglia. Una famiglia meravigliosa, squinternata, sbilenca, alla quale siamo ormai affezionati. A sorpresa, ma forse no, anche in Colui che gli dei vogliono distruggere, riappare Kabra, riappare Elettra, riappaiono i Despero e Brucia. Come sono i rapporti tra te e loro? Visto dall’interno, sembra un rapporto di crescita. Si ha quasi la sensazione di veder crescere, maturare i personaggi, romanzo dopo romanzo, proprio come personaggi veri. Ma dall’interno com’è?  
Ci sono alcuni miei personaggi che crescono letteralmente con me. Kabra nel 2001 era un certo personaggio, nel 2009 è un po' cambiato, sotto il peso delle esperienze e delle delusioni. I
l gruppo Lajos/Orrido/Lobo/Betty rimane granitico e inscalfibile, invece... un po' come le persone vere, alcune cambiano fino a diventare irriconoscibili, alcune rimangono come cristallizzate nel tempo.


Delizioso, anzi strepitoso, il David Bowie impazzito che tenta di distruggere Johnny Gray. Con i suoi seguaci chiamati come i dischi. Come mai proprio Bowie?
L'idea è nata leggendo la storia di uno dei tanti Starman della Dc Comics, un alieno di pelle azzurra caduto sulla terra.
Sarà stata l'assonanza con la canzone Starman, sarà stato il collegamento con L'uomo che cadde sulla Terra, ma mi è venuto in mente Ziggy Stardust e il suo essere l'incarnazione di un perfetto supercriminale pazzoide e geniale.
E non ho resistito...


Ho sempre trovato nel tuo modo di scrivere, una grande potenza d’immagini. Quasi un’interdipendenza fra testo e immagine creata. Da un certo punto di vista, molto fumettistico, ma quasi al contrario. Il testo che crea immagini, non lo correda. So di una tua passione molto forte per i fumetti. Pensi che sia stata un’influenza naturale sul tuo modo di scrivere? E pensi che Colui che gli dei sia forse l’apice, al momento, di questa tecnica narrativa naturale?  
Concordo che Colui che gli dei sia l'apice di questa tecnica... che molto probabilmente deriva veramente dal fumetto, che conosco e leggo e amo da quando avevo sei anni.
Il ritmo e il dialogo dei miei romanzi in gran parte derivano da lì.


Una delle doti più importanti di uno scrittore è il creare un legame immediato e forte con il proprio lettore. Regalargli mondi nei quali possa tornare, sentirsi immerso e a volte protagonista. Da questo punto di vista, tu sei praticamente perfetto. Si diventa dipendenti dei tuoi libri, quasi compulsivi. Hai mai provato a chiederti, o a capire parlando con i tuoi lettori, cosa scateni nelle persone e quale tipo di reazione chimica si ingeneri?  
Un mio lettore ha detto: leggendo i tuoi libri si entra in un Morozverso che esclude tutto il resto del mondo fino alla fine della lettura.
E una cosa che mi fa molto piacere è sentire che un lettore non è riuscito a staccarsi dal libro fino a notte fonda...


Qualcuno ha provato, peraltro anche abbastanza spesso, a paragonarti a Hornby per interessi e per fluidità. Al di là del fatto che possa o non possa essere un complimento, ti ci ritrovi in un paragone di questo tipo?  
Hornby è stato fondamentale per i miei esordi, dato che prima di leggere Alta Fedeltà io mi limitavo a ricalcare miserabilmente Stephen King.
Dopo quel libro ho provato la scrittura autoironica e rock, per cui indubbiamente la sua influenza è stata forte all'inizio. Ma mi ha influenzato molto di più Paolo Nori, in realtà...
Comunque io e Nick Hornby pubblichiamo entrambi per Guanda, siamo entrambi tifosi di calcio, fan di Bruce Sprinsgteen e, purtroppo, scarsi di capelli...


Ad un certo punto, ti sei reso conto di essere diventato il collettore di almeno due generazioni (ma forse anche tre) di resistenti, legati ancora alle cose reali della vita, con il cuore pieno di musica, di libertà, di nostalgia per una libertà artistica che non era ancora così regolata dal marketing, e spesso infreddolita dalle domeniche passate a bordo di un campo di calcio? Insomma, di generazioni ancora immuni dalla videofonino dipendenza e dai format televisivi?  
Eh, siamo un po' dei superstiti, noi rocker e incalliti tifosi...
Il videofonino non ce l'ho, la tv la guardo poco e solo a notte fonda, oppure la guardo quel tanto che basta per poter intervenire nelle conversazioni tra amici.
Credo che questo non sia essere snob, ma mantenere un'indipendenza cerebrale, quella che Cuore chiamava Resistenza umana. Che si riflette anche nei miei libri.


Meglio un disco del Boss, l’uscita di un tuo nuovo libro o lo scudetto al Bologna?  
I dischi di Bruce escono uno all'anno, i miei libri anche... lo scudetto ci manda dal '64!


Il tuo blog è diventato, più che una “zona franca promozionale” un punto d’incontro e di riferimento per i tuoi fan ma anche per le persone che trovano, nei tuoi brevi racconti di vita quotidiana, o nei tuoi messaggi, una lettura rinfrancante. Che rapporto hai con la rete? che visione hai della rete e che rapporto sei riuscito a costruire con la gente che ti segue, ma che per ovvi motivi geografici, non hai potuto o non puoi conoscere?  
Io ho avuto un po' di resistenza all'inizio... ci ho messo molto ad aprire un MySpace e ancora di più a entrare in Facebook.
Dopotutto, pensavo, la mia mail è molto facile da trovare. Beh, avevo sbagliato: tanti miei lettori si sono radunati intorno al blog, ad esempio, molti mi scrivono su Facebook... e, a proposito, li ringrazio tutti quanti!


Colui che gli dei tra i dieci presenti alla Berlinale, Blackout già diventato film. Come ti trovi nelle vesti di “fonte cinematografica”? Pensi che renda giustizia e sia aderente al tuo stile e al tuo obiettivo narrativo?  
Oh, beh, se avessi visto il film di Blackout forse avrei un'idea un po' più precisa... non ho ancora visto praticamente niente!
Se Colui che gli dei diventerà un film, in ogni caso, mi candido per fare il casting. Per Sandra ed Elettra, in particolare.


Oltre ad averti fregato una chitarra recentemente, c’è qualche altro gesto estremo che i tuoi fans hanno compiuto per onorarti?  
Uno dei miei fan, oltre ad aver aperto un blog su di me, è venuto ad abitarmi di fronte. Proprio dall'altra parte del pianerottolo. Poi, crudelmente, io mi sono trasferito...


Uno scrittore ormai famoso in una città Bologna, immersa in un contesto regionale fieramente e fortunatamente provinciale. È una convivenza difficile o facile? Da tutti i tuoi romanzi emerge un amore molto forte per la tua città.  
Amore incrollabile e indiscutibile, nonostante riconosca tutti i difetti di Bologna e dei bolognesi. Che è una città strana, né davvero provinciale né metropoli...
Non capita spesso che la gente mi riconosca per le strade della mia città, in realtà. Quando capita mi fa molto piacere, quindi, lettori: non temete di importunarmi, se mi riconoscete per strada! Venite pure!


È una mia impressione o, soprattutto alla luce di Factory, la tua scrittura, quando affronta il fumetto, incide pagine molto più oscure e dure?  
Forse perché due fumetti su tre avevano un argomento molto cupo... in realtà le pagine più orrende le sto scrivendo su un romanzo che si chiama La tempesta. Poi, certo, su FactorY (specialmente nel volume 2) non mi sono risparmiato...


Sul tuo modo di scrivere ha influito di più la musica o il 4-4-2?  
Il buon vecchio rock'n'roll!


So che scrivere per te è naturale, e nel cassetto ci sono tantissimi lavori pronti o ormai in dirittura di arrivo. Riuscirai mai a convincere i tuoi editori a rischiare la pubblicazione di tre romanzi l’anno?  
Temo di no, anche se mi piacerebbe. Dovrei avere tre editori.


Tre dischi e tre libri per spiegare Gianluca Morozzi, come autore e come ragazzo. 
Tommy degli Who. Born to run di Bruce Springsteen. L'album bianco dei Beatles.
Bassotuba non c'è di Paolo Nori. La saga della Torre nera di Stephen King. Il teatro di Sabbath di Philip Roth.


Gianluca Morozzi sugli spalti a tifare Bologna, Gianluca Morozzi sul palco con la sua band, Gianluca Morozzi dietro la scrivania a scrivere. Se dovessi scegliere uno dei tre, quale sceglieresti?  
Dietro la scrivania, a scrivere. Anche se nessuno al mondo mi strapperà mai dalla curva Andrea Costa.


Biografia



02 febbraio 2009 Di Mario Ruggeri

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