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Intervista

Intervista a Nadine Gordimer


Nadine Gordimer dal sito Harvard University Gazette
Un’ospite d’eccezione all’edizione 2008 del festival Dedica di Pordenone: il premio Nobel 1991 per la letteratura Nadine Gordimer, la scrittrice sudafricana di cui la casa editrice Feltrinelli ha appena pubblicato l’ultimo libro, la collezione di racconti Beethoven era per un sedicesimo nero. E, sempre a Pordenone, un altro grande personaggio sarà accanto a lei per la presentazione del libro - Kofi Annan, premio Nobel per la pace. 
Noi abbiamo incontrato la grande scrittrice durante la sua breve sosta milanese per parlare con lei del suo libro e del Sud Africa di oggi.


Beethoven era per un sedicesimo nero è una raccolta di racconti: come si trova nel passaggio dal telaio grande del romanzo a quello più ristretto del racconto?

Per me non si tratta di scendere dal romanzo al racconto: ho una storia in mente ed è quella che conta. 
Il racconto è come un uovo: è completo, c’è un guscio e dentro c’è il bianco e c’è il rosso che contiene l’embrione del pulcino, ha la vita dentro di sé. 
Quando incomincio a scrivere, so l’inizio e so la fine della storia e anche come arrivarci: so i limiti di quello che il racconto contiene. In ogni modo per me è importante conoscere l’inizio e la fine, poi tocca a me trovare lo sviluppo della storia.


Nelle sue parole di accettazione dell’invito alla manifestazione “Dedica” di Pordenone, lei parla dell’Italia come di un centro culturale: è un’affermazione che risale a qualche tempo fa? Oppure riesce ancora a vedere un centro culturale in un paese in piena recessione come è l’Italia oggi?

Quando ho detto quelle parole mi riferivo allo splendido passato dell’Italia e non al presente: certo, molto del passato è ancora qui e fa parte del presente, soltanto che ora viene pressato, per così dire, sul fondo.

Uno dei racconti è dedicato a Edward Said e a Susan Sontag: che cosa vuol dire ai lettori scegliendo questi due personaggi? Che cosa hanno rappresentato per lei?

Sono partita dal presupposto che la fama di questi personaggi era tale che li rendeva noti a tutti: erano due leader intellettuali che abbiamo perso e che hanno contato molto per il mondo; rappresentano la cultura e le arti ovunque. 
Si trattava di una storia insolita per me, io non scrivo mai di cose personali e questa era qualcosa di personale. 
Li ammiravo moltissimo, da loro ho ricevuto così tanta conoscenza e comprensione del mistero della vita, affetto, amicizia, e tra di noi c’era grande stima reciproca. 
La mia storia è un omaggio nella maniera in cui io potevo farlo, come scrittrice. Non un omaggio pomposo, a volte anzi irriverente. Ero molto amica anche di Anthony Sampson, un inglese che è venuto a vivere in Sud Africa e ha fatto parte della vita del Sud Africa. Mi divertiva rappresentarlo come un oste, il gestore di una taverna: a lui piacevano i posti diversi, scovava queste taverne frequentate dai neri. In questo racconto ci sono osservazioni personali: l’ho scritto per me, è un divertissement letterario.


In questo racconto ad un certo punto si dice che la Sontag aveva una insaziabile sete di ricerca della verità, che non si lasciava accecare dall’informazione. È possibile trovare la verità oggi, che siamo bombardati da informazioni?


È vero che siamo bombardati dalle informazioni e le informazioni non sono la conoscenza, sono una collezione superficiale di fatti e dobbiamo guardare alla letteratura, agli scrittori per avere un’interpretazione dei fatti, per capire ciò che ha preceduto e seguito i fatti. Certo, ci sono dei commentatori che analizzano gli eventi, ma come ci influenzano questi eventi? Questo viene dagli scrittori. Per esempio, pensiamo ad una manifestazione che poi degenera in violenza. Che cosa ha portato Tizio o Caio ad unirsi alla manifestazione? Che cosa è successo a casa sua quel giorno? Ci sono delle circostanze dietro i motivi della manifestazione, magari c’è una madre che ha detto, ‘fai attenzione, ti metti nei guai’. Poi succede qualcosa, magari si spara, ci sono dei morti e dei feriti. E che cosa succede dopo? Come si affrontano le conseguenze? Qui interviene lo scrittore, solo uno scrittore crea le persone, prende in mano la cosa, si avvale della Storia grande e foggia qualcosa che fa diventare una storia una serie di eventi.

Gli ultimi tre racconti seguono il filone dei sensi: prima di tutto vorremmo sapere se ne seguiranno altri due, con i sensi mancanti, e poi vorremmo chiederle perché in queste coppie c’è una mancanza di attivismo. È questa la sua visione della coppia?

Spero di sì, che ci saranno altre due storie con gli altri due sensi. Sono storie di rapporti un po’ stantii, le persone cambiano individualmente, ma non necessariamente insieme e nella stessa direzione: è importante però che le persone si rendano conto dei cambiamenti dell’altro. Senza contare il fattore malattia che può spostare il valore del rapporto. 
Nessuno sembra notare che c’è una ripresa della vita sessuale in una delle coppie, però: lui ha imparato dal tradimento e ha riproposto nel suo matrimonio quello che ha imparato. Perciò lei ha tratto vantaggio dall’essere tradita. È una storia molto morale, a mio parere.


La prima storia, quella che dà il titolo al libro, può essere letta come una metafora per l’integrazione e la fine della segregazione. Fa supporre un futuro diverso: si sono realizzate queste speranze? Qual è la situazione attuale del Sud Africa?

Naidine Gordimer festivaldelleletterature.it
Prima di tutto dobbiamo tenere a mente che abbiamo avuto solo 14 anni di libertà, neppure il tempo di una generazione, dunque, che si calcola nell’arco di 25 anni.. L’Europa e l’America hanno avuto secoli di libertà, eppure non si può dire che abbiano raggiunto una perfetta democrazia o che abbiano sconfitto la povertà. 
E allora, che cosa ci si aspetta da noi in 14 anni?
Dietro di noi non c’è solo l’apartheid - quando nel 1652 Jan van Riebeeck arrivò al Capo, la prima cosa che fece fu di erigere una palizzata a circondare la sua proprietà, per tenere fuori gli indigeni. 
Quella di tenere i neri in schiavitù è una lunga storia. 
Quando i nazisti furono sconfitti, il Sud Africa ereditò molte delle loro leggi - la supremazia bianca, il divieto dei matrimoni misti, la proibizioni di avere rapporti sessuali con persone di altre razze, la sottomissione delle razze giudicate inferiori, la segregazione nelle scuole…Abbiamo fatto molti cambiamenti e, senza Nelson Mandela, saremmo precipitati nella guerra civile. È già un miracolo che, nonostante ci siano stati incidenti, non ci sia stata nessuna guerra, ma un’incredibile transizione pacifica. E tuttavia abbiamo ereditato molti problemi dall’epoca precedente. 
Quello degli alloggi: come possiamo dare una casa decente a tutti in meno di una generazione? 
Come possiamo portare acqua e luce a chi non l’ha, come fornire di scuole tutti i villaggi? 
Il peggio è che sembra ci siano sempre soldi per gli armamenti, e i soldi della difesa - da chi poi dovremmo difenderci?- potrebbero essere diretti a risolvere i problemi sociali. 
Chi mai avrebbe pensato al peso tremendo dell’Aids, che in Sud Africa è endemico? Molti non sono d’accordo con me, ma penso che Mbecki sia stato un bravo presidente, ma ha fallito riguardo alla prevenzione e alla cura dell’Aids: avrebbe dovuto stanziare più soldi nelle medicine gratuite per gli ammalati bisognosi. Un altro problema ora è dato dalla tragedia dello Zimbabwe da cui arrivano moltissimi rifugiati: noi siamo 48 milioni e sono arrivati 4 milioni di rifugiati. 
Come facciamo a dare un alloggio a tutti? Inoltre questi si presentano come dei rivali nell’offerta del lavoro non qualificato. Sono problemi a cui non avevamo pensato. Mi piace pensare a me stessa come un’ottimista realista: abbiamo risorse naturali, abbiamo la capacità e la volontà di risolvere i problemi, e però ci vuole tempo.


Leggi la recensione di Beethoven era per un sedicesimo nero

07 aprile 2008 Di Marilia Piccone

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