Ricerca avanzata
Intervista

Lo hanno definito il nuovo Nick Hornby

Intervista a Jonathan Tropper



Autore di numerosi romanzi di successo, in Italia finora inediti, che hanno avuto trasposizioni cinematografiche riuscite, Tropper utilizza l'ironia e il tocco leggero per presentare tematiche serie e complesse. Sentiamo dalle sue parole una chiave di lettura per il primo romanzo presentato al pubblico italiano.

La recensione a Dopo di lei


Non avviene ogni giorno che un ventinovenne resti vedovo. È un’esperienza difficile a qualunque età, lo è ancora di più per un ragazzo giovane: conosce qualcuno che è passato attraverso un momento così duro?

 No, non conosco nessuno dell’età di Doug che abbia vissuto questa esperienza. Conosco qualcuno che è anziano e che ha perso la moglie, ricordo mio nonno che è rimasto vedovo, ma nessuno dei miei coetanei ha provato questa perdita, e tuttavia tutti noi abbiamo un’esperienza del dolore e abbiamo subito delle perdite. Ho estrapolato da queste diverse esperienze, ho cercato di pensare a che cosa volesse dire: era importante non scavare dentro il dolore ma osservarne i risultati- come si vedono gli altri dopo un’esperienza del genere, come ci si avvicina a nuove conoscenze. Volevo creare un quadro più ampio per un uomo in quella situazione.

Quello che Lei esplora nel romanzo è il sentimento del dolore misto alla paura- paura di dimenticare se uno smette di piangere la morte della persona cara- e senso di colpa- colpa per continuare a vivere, colpa per sfruttare in qualche modo la sofferenza: il dolore è qualcosa di così complesso?
  


Provare dolore per la morte della moglie all’età di Doug è molto più difficile che quando si ha 80 anni, perché a 29 anni si ha tutta la vita davanti. A 80 anni è probabile che uno non si risposi ma si ha qualcosa dietro di sé da ricordare, anche nel caso che non si voglia stare da soli e si incontri un’altra persona. Ma un giovane ha la vita davanti a sé, è probabile che si trovi un’altra moglie e il futuro che gli si prospetta è più grande e più reale del breve tempo che ha alle spalle- sente come un pericolo la possibilità di dimenticare, l’impatto del matrimonio che ha avuto diventa minore. Il mio punto è: se resti vedovo dopo 40 anni di matrimonio, non corri il rischio di minimizzare l’amore che ti ha legato a tua moglie, ma Doug perde la moglie dopo due anni di matrimonio e ha paura che, se lascia andare Hailey, perderà quel piccolo pezzo di vita che ha avuto insieme a lei. E’ interessante non solo il dolore, ma anche la colpa e il dolore per l’inevitabile.
Doug, il narratore in prima persona, è più giovane di Lei: che cosa gli ha dato di suo?

Doug ha la mia voce e, in gran parte, pure la mia pigrizia. La pigrizia è il mio stato naturale: se non avessi delle pressioni sarei come Doug a 29 anni, non avrei concluso molto.

Come è riuscito a trovare il tono giusto per lui, in equilibrio tra umorismo e dolore? Non temeva di cadere in un eccesso di sentimentalismo?
Non ho trovato subito il tono giusto: quando ho iniziato a scrivere, il romanzo era del tutto diverso, era in terza persona e seguiva la storia di tre donne che partono e che muoiono nell’incidente aereo. Era un romanzo dalle tinte scure, tanto che ho deciso che non andava bene, che nessuno avrebbe avuto voglia di leggerlo. E, circa a pagina 180, ho deciso che l’unico personaggio da salvare era Doug e che era meglio spostare il tempo ad un anno dall’incidente, scrivere di lui che emerge dal dolore e non che vi sprofonda. Quindi avevo questo ventinovenne non particolarmente maturo, ed è stato facile trovare la sua voce perché a quel punto, un anno dopo la morte di Hailey, la gente inizia ad intromettersi nella sua vita, la sua famiglia, altre donne. Quanto al sentimentalismo, la linea di confine è sottile. Non uso la satira, ma anche il tono serio può scivolare nel sentimentalismo: è importante che ci sia un narratore sarcastico per evitare questo rischio, e poi, per fortuna, il mio agente ha una buona dose di sarcasmo che mi impedisce di cadere nel sentimentalismo.

Doug è circondato da una bella famiglia, con i litigi e i soprannomi e gli scherzi di tutte le famiglie: viene anche Lei da una famiglia numerosa?

Doug ha due sorelle, nella mia famiglia siamo in quattro tra fratelli e sorelle, siamo tutti molto diversi e litighiamo spesso, come in tutte le famiglie. La differenza è che ho sempre avvertito che i miei genitori non si sentivano a loro agio nell’esprimere le loro emozioni, non abbiamo mai discusso di sentimenti in famiglia. Si andava avanti. Volevo per Doug una famiglia diversa che estrinsecasse quello che provava, proprio perché la mia non lo faceva e ne sentivo la mancanza. Volevo una famiglia che avesse una buona dose di affetto anche nei litigi: noi eravamo repressi, felici ma repressi.

Il romanzo non è solo su un rapporto tra marito e moglie, ma anche su altri legami famigliari: padre e figlio, prima di tutto. Ci sono tre esempi del rapporto padre e figlio: quello totalmente negativo rappresentato da Russ e dal padre naturale; quello tra Doug e suo padre, che cambia inaspettatamente, e quello tra Doug e Russ che sta solo cercando di trovare la sua strada. Che cosa voleva comunicare con questi tre tipi di rapporto?

Ho tre figli e so che, come padre, ti trovi a lottare contro i tuoi istinti. Da bambino si pensa che si sarà diversi dai propri genitori quando lo diventeremo a nostra volta, poi ti trovi a non saper come affrontare le situazioni, a renderti conto di aver trattato male un figlio, di aver perso la pazienza, di aver permesso qualcosa che era meglio non permettere. Nel romanzo ci sono tre rapporti, nessuno di questi è perfetto e ognuno continua ad evolversi e a cambiare: un rapporto padre-figlio non è mai statico.

Non mi pare, però, che il rapporto tra Russ e suo padre Jim si stia evolvendo. Mi pare sia sempre fermo ad un punto negativo.

Secondo me Jim è un cattivo padre come conseguenza dell’essere stato un cattivo marito. Però si ha la sensazione che gli piacerebbe essere migliore, ma non ne è capace. Forse sarà meglio quando vivrà in Florida e vedrà il figlio una volta all’anno, perché adesso è schiavo dei suoi desideri, ma non è un uomo cattivo. A sua difesa si deve dire che Russ non è un figlio facile a cui fare da padre. Quanto al padre di Doug, prima era un uomo difficile da avvicinare, adesso è più affettuoso, il che piace a Doug, però non c’è tutto con la testa. Doug non può contare su di lui, che rimanga così, perché è come se suo padre stesse scivolando via.

Qualche altro legame famigliare sembra affondare nella psicanalisi: ad esempio Doug e sua madre. Ha qualcosa a che fare con il fatto che Doug ha poi sposato una donna più vecchia di lui?

No, non pensavo a quello quando ho scritto, mi è piaciuto scrivere della madre. Mi interessa un personaggio che può essere così vanitoso e pretenzioso e tuttavia anche capace di saggezza e di amore. E’ qualcosa che non ci si aspetta da parte di una persona che vive sopra le righe. La mia scena preferita è quella in cui la madre fa irruzione nello studio del medico dove si trova la figlia Claire, perché in questo momento sono i due suoi aspetti, di attrice e di madre, che collaborano insieme.

Che cosa pensa delle etichette e dei generi letterari? Scrivendo un romanzo di sentimenti, non aveva paura di essere etichettato come uno scrittore per donne?

È qualcosa con cui lotto dentro di me: non ci sono molti uomini adesso che scrivono libri del genere, per questo vengo spesso paragonato a Nick Hornby. Sì, mi preoccupo quando mettono una figura di donna sulla copertina dei miei libri, mi irrigidisco quando vedo critici che parlano di chick-lit, ma non si può cambiare la maniera in cui uno scrive. Certo, se scrivi un thriller finisci subito nella lista dei libri più venduti. Ma devi avere una visione più ampia, devi continuare a scrivere e alla fine emerge un corpo di opere e crescono i lettori e il rispetto dei lettori. Voglio che i libri che scrivo siano onesti; non sarei onesto, però, se dicessi che non mi importa essere etichettato come uno scrittore per donne. E tuttavia, se leggi i romanzi della chick-lit, vedi che sono ad un livello diverso, direi più superficiale: sono più incentrati sulla ricerca di un marito, su diete da seguire e sul perdere peso. Io voglio dipingere famiglie e crisi personali in maniera accessibile a un gran numero di lettori, e non in uno stile oscuro.

Anche Doug è uno scrittore: pensa che alcuni tipi di attività o di lavori- diciamo ad esempio fare il banchiere o lo scrittore- facciano differenza quando si tratta della capacità di prestare attenzione ai propri sentimenti?

Certamente gli scrittori e  gli artisti sono più introspettivi e più narcisisti: sarebbe strano leggere di un banchiere che parla dei suoi sentimenti. Dovrebbe forse essere fatto in un’altra maniera, alla maniera di Brett Easton Ellis. Inoltre non conosco banchieri e avrei problemi a creare un personaggio di cui non so molto.

03 ottobre 2007 Di Marilia Piccone

Commenti



Non sono presenti commenti su questo documento. Vuoi essere tu il primo a scriverne uno?
Già iscritto?
Iscriviti