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Intervista

È appena uscito l'ultimo album, Uno. Tracciamo la storia musicale e "letteraria" del gruppo piemontese con Cristiano Godano

I Marlene Kuntz ricominciano da Uno



"Esiste solo un nuomero vero: Uno. E l'amore, a quanto pare, è l'esponente migliore di questa unicità."
                                                                                                                                         Vladimir Nabokov


Un sito tra i più artistici e raffinati della scena musicale italiana, un nuovo disco che, pur cercando di attirare l'orecchio di tutto il pubblico, si rivolge principalmente a quello più attento, una sensibilità particolare per la letteratura del Novecento. 

Cristiano Godano ci racconta qualcosa di questa band, tra le migliori del rock italiano, ci parla di sé e di un loro segreto: il buen retiro di Cuneo in cui rigenerarsi.


Foto Annalisa Russo

Abbiamo letto che il tuo scrittore preferito è Nabokov (che viene citato anche in apertura del vostro sito). In qualche modo lui - o comunque questo genere di letteratura - ha influenzato i vostri testi in questi anni?


È possibile che in qualche brano particolare siano arrivate qua e là attitudini autoreferenziali che sono tipiche di quel tipo di letteratura della seconda metà del Novecento. 
Non solo Nabokov scriveva in modo autoreferenziale ma tutto l'ambito letterario internazionale andava in quella direzione. La letteratura era arrivata a parlarsi molto addosso. 
Credo che ci siano due o tre brani in cui rifletto su me stesso in quanto autore di testi che parla nel testo del testo che si sta facendo che riprendono un'evidente attitudine nabokoviana. 
In genere però la sua scrittura non credo mi abbia ispirato molto
Posso pensare che mi abbia più influenzato nella mia maniacalità nella ricerca del dettaglio: lui in questo senso per me è un maestro; posso dirlo perché conosco le sue opinioni in merito avendo letto le Lezioni di letteratura alla Cornwell University. 
A livello di immaginario, sono talmente deferente nei riguardi della qualità di quella fantasia che non credo di averne di analoga, poi il mio modo di scrivere è anche più lirico, lui era più algido, controbilanciava spessissimo tutta la componente lirica con altre attitudini, altri fini, altri scopi artistici, tant'è che credo che sia uno dei motivi per cui Nabokov non è così amato in Italia: il cuore e il sentimento in tutti i sensi, non solo quelli svenevoli ma anche le varie forme di emotività, sono sempre tenuti al di sotto di una patina che piace definire fredda ma non credo che sia fredda, credo che sia artistica in qualche modo.


Hai parlato di un certo tipo di letteratura che ormai è quella "classica" del Novecento. Leggi anche autori contemporanei italiani e stranieri?

Mi sforzo di farlo, anche se non sono un lettore onnivoro, sebbene mi faccia piacere che si pensi che io lo sia. 
Sono soprattutto attento alla qualità della lettura, questo sì, perché penso di essere un lettore consapevole e so cosa mi piace, ma sono anche molto lento nella lettura, vuoi perché nella vita faccio il musicista e la mia testa spesso è stanca e vuoi perché la lettura stessa per me è un esercizio anche faticoso. Non riesco a leggere diverse ore di fila, se riesco a leggere per un'ora è tanto... mi ci vuole dunque un certo tempo per finire un libro. Detto questo, certo sono interessato anche alla letteratura contemporanea.
Amo molto John Updike, Martin Amis, Alice Munro, John Banville, Sebald... invece sono un po' pigro culturalmente nei confronti della letteratura italiana ed è un peccato perché in fondo io leggo anche gli stranieri in traduzione...


È questione di predisposizione personale, credo.

Sì, è questione di mondi che ritrovo da altre parti. In questo senso mi sento poco italiano nelle letture. 
Benni di sicuro è un artista che mi intriga.


A proposito di Benni... uno degli aspetti forse più interessanti delle arti in questo momento storico è la loro interazione. La pittura che entra nella musica, ad esempio, nella letteratura, e tutti gli altri possibili intrecci. 
Mi sembra di capire che nel vostro nuovo album in parte questo avviene perché vede l'intervento di alcuni scrittori. Benni, appunto, Scarpa, Lucarelli, Lodoli e altri. Com'è nata questa collaborazione e come si è sviluppata?


Francamente è stata un'idea del curatore dell'aspetto grafico e di tutti gli aspetti complementari del disco. 
Abbiamo investito del ruolo di art director un amico, Marco, che si è occupato della copertina e del booklet interno e lui mi aveva suggerito un'idea interessante: regalare nel libretto, per ogni testo, un'estensione in prosa. 
Ciò che il testo racconta per immagini, attraverso la parola poetica, densa, precisa, ma limitata, si sarebbe potuto estendere con un intervento in prosa. La mia risposta iniziale è stata tra lo stupito e l'affranto perché io ero stato molto sollecitato creativamente. Dato che all'inizio la mia indole è un po' pigra o teme di avventurarsi in nuove cose, ho pensato "io non me la sento, ho scritto i testi, ho scritto i racconti per un libro mio che uscirà fra poco e non me la sentivo di fare altro". Però Marco è stato bravo a rilanciare perché mi ha detto "allora perché non invitiamo degli scrittori?" e questa mi è sembrata una cosa più fattibile: non richiedeva il mio impegno ed era stimolante. Era un buon modo per mescolare in maniera ancora più concreta le due esperienze artistiche che mi si confanno di più che suono musica e letteratura.


A questo punto vorrei aprire una parentesi su un tema che mi incuriosisce. Vedendo le vostre interviste rilasciate in questi anni mi sembra che in un ambito, quello dello spettacolo, ormai incentrato sulla parola urlata e sull'arroganza voi siate un'eccezione positiva: non alzate mai i toni, e mantenete un certo riserbo che definirei quasi modesto. 
Quanto la vostra cuneesità ha influito su questo aspetto del vostro carattere e quanto questa raffinata semplicità non prepotente ha influito sulla vostra carriera?


Veramente curioso ciò che mi dici... sono molto contento di sentire queste cose.
Io sono molto odiato, proprio perché si dice che "me la tiro". Odiato forse è un termine esagerato, ma i ragazzi che decidono per pregiudizio o per partito preso di detestare i Marlene Kuntz (e non sono pochi ma questo succede ai grandi progetti artistici, quelli che scatenano tanta energia nel bene o nel male e fanno parlare molto di sé, quindi va bene...) sottolineano l'altezzosità, il tirarsela, questa presunta aristocrazia che per me non vogliono essere esibizione di un bel nulla, ma sono il mio amore, e quindi... metto le mani avanti e dico "guardate, io non esibisco nulla, sono molto ignorante in un sacco di cose e anche nella letteratura però ciò che amo lo conosco bene e quindi perché non dovrei parlarne? Sgamatemi se il mio progetto artistico è fallimentare, ma fin che comunico e non sono attaccabile vuol dire che funziona"...

Ma torniamo a ciò che mi hai detto: può essere legato al luogo d'origine?
Beh la cuneesità coincide sostanzialmente con una sorta di strano e anche un po' ruspante riserbo. Il cuneese mediamente si pregia del fatto di essere un po' chiuso in se stesso, gli piace l'idea - secondo me - di non contaminarsi troppo con il resto dell'Italia, ma non credo sia un atteggiamento snobistico, credo sia per difesa dei propri orticelli, molto più semplicemente. 
I Marlene Kuntz non sono così anche perché hanno la fortuna di essere sempre in giro per l'Italia. Però è vero che poi tornano a Cuneo e ci vivono. Credo che lo facciano perché amano la caratteristica del buen retiro che offre Cuneo, secondo me: quando noi siamo qua ci riposiamo davvero dalle fatiche del tour.
E veramente la natura e le montagne intorno sono straordinarie. Il cuneese conosce molto bene le sue montagne, conosce i cammini più affascinanti... io non sono un buon camminatore ma mi piace un sacco. In realtà non mi organizzo per andare in giro in motagna, non lo faccio quasi mai, ma le volte che lo faccio, mi si creda, sento una specie di confusione panica con la natura. La natura da queste parti dà veramente un'ebbrezza mistica. Sembrano parole grosse ma sono convinto di quello che dico. In certi passaggi da queste parti la natura comunica con te, e questo aiuta a essere più poetici e sensibili.


Che genere di musica ami ascoltare? Mi sembra che nelle tue canzoni si rispecchi a volte qualche eco di progressive...?

È una tua semplice impressione, perché da giovane introno ai 15 anni ho ascoltato qualche disco della PFM ma il prog non è nelle mie corde, proprio il concetto di musica progressiva nel contesto rock non mi attrae, non sono mai stato un fan dei Genesis, degli Yes e affini. 
Io sono un amante della musica classica, una musica molto più progressiva del prog nel senso che si allarga molto di più: quando parte non la fermi più. Il prog quando parte parte ma è tutto molto tonale, molto intuibile. Nella classica no, nella classica c'è un'esplosione creativa ben diversa.


Quali musicisti in particolare? La musica classica può avere in qualche modo influenzato la vostra musica, che al di là di tutto è una musica complessa?

Mi sembra sproporzionato parlare di influenze perché noi siamo normali rocckettari che però cercano di fare qualcosa di interessante e credo che lo facciano.
Magari un po' più raffinati dei normali rocckettari...

Beh sì, quando l'ho detto ho pensato "ecco adesso son fin troppo modesto" [ride]. Volevo solo dire che bene o male il rock è sicuramente molto più modesto della musica classica, dal punto di vista della creatività. Ha delle altre valenze e di sicuro per me è importante tanto quanto la classica. 
Di sicuro la componente sensuale che poi agisce molto sull'espressività è qualcosa che un musicista classico si sogna, ma che in realtà è molto affascinante. Il palco rock è molto più "bello" di un palco di musica classica, anche se poi i musicisti di musica classica sono piacevoli da vedere quando ad esempio suonano all'unisono gli archi dei violini, c'è del fascino ma è più affascinante secondo me il musicista rock. Sono due linguaggi che in fondo vanno ognuno per conto proprio. Dal punto di vista creativo, invece, il rock è più "normale". In questo contesto di normalità i Marlene si sforzano chiaramente di essere più raffinati, ma non credo che si possa parlare di influenza perché sono due ambiti diversi. Sicuramente nel mood nelle pretese intellettuali, nelle atmosfere, qualcosa di certa musica classica può influire. Anche all'inzio certe nostre progressioni musicali potevano essere in connessione molto indiretta con alcuni musicisti. 
Ho ascoltato molta musica classica del Novecento Bela Bartok, Messiaen, Luciano Berio, Scelsi.


Quale momento dei Marlene rappresenta quest'album?

Il settimo disco credo sia più dirompente rispetto agli altri. 
Non che il sesto non rompesse un po' rispetto ai cinque prima, e così via, ma mi sembra che questo rappresenti una frattura significativamente evidente. Ed è bene così, sono contento, perché in fondo se c'era qualcosa di programmatico prima di iniziare il disco - o cumunque mentre lo facevamo - era che ci stavamo rendendo conto di stare andando in qualche direzione in maniera evidente ma ci siamo detti "facciamolo senza mezze misure, andiamo veramente dove crediamo di voler andare, fregiamocene completamente di quelle che potranno essere le critiche solite". Ormai siamo abituati da almeno quattro dischi a sentirci dire che non siamo più quelli di una volta, però siamo qua, questo è il settimo disco, stiamo facendo una cosa che nella storia del rock italiano alla fine ben pochi hanno fatto, resistere così ed essere sempre agli onori delle cronache... e questo è un disco che forse dimostra questa nostra volontà di andare veramente a fondo della questione. 
Non ci sono mezze misure in questo disco, c'è veramente il tentativo di liberarsi di alcune zavorre.


I Marlene Kuntz al Grinzane Festival
La recensione di "Uno"
La discografia dei Marlene Kuntz, su Wuz

Le fotografie utilizzate in questo servizio provengono dal sito ufficiale dei Marlene Kuntz



24 settembre 2007 Di Giulia Mozzato

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