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Intervista

Vent'anni di Fiera del Libro di Torino. È tempo di consuntivi e chi potrebbe parlarne meglio del direttore

Ernesto Ferrero



Un traguardo importante per l'appuntamento del libro più importante d'Italia. Ne parliamo con il direttore, Ernesto Ferrero, che vive intensamente e in prima persona questo evento da diversi anni.

Gli appuntamenti con IBS e WUZ
Cosa significa la Fiera del Libro di Torino per scrittori e giornalisti?
Il sito della Fiera del Libro di Torino


Vent'anni di Fiera. Come li ha vissuti? Quando iniziò, in un contesto più ridotto e in un luogo molto più piccolo, avrebbe immaginato questo successivo ampliamento e un tale successo?

Quando Angelo Pezzana, “storico” libraio torinese, e Guido Accornero, imprenditore e finanziere, portarono a Torino il modello che era del Salon du livre di Parigi ci credevano in pochi, io per primo. Ma i piemontesi sono gente tosta, hanno il passo dei montanari. Il Salone è cresciuto bene, sino a diventare una realtà importante non solo in un contesto italiano, ma addirittura europeo. Oggi Torino batte Parigi 300.000 a 200.000 visitatori. Chi l’avrebbe detto? C’è un bel clima di festa, di amici che si ritrovano. Il Lingotto è diventato la casa comune di editori, autori, librai, bibliotecari, traduttori. E naturalmente dei lettori, i veri e grandi protagonisti, gli onnivori che comperano tutto e partecipano con vera passione a eventi grandi e piccoli, “difficili” e popolari.

Quali sono stati i cambiamenti di rotta che ha voluto apportare in questi anni di direzione?

Si è fatto più stretto il dialogo con gli editori, anche perché, per vicende biografiche, sono stato uno di loro. È molto cresciuto il festival degli eventi che accompagnano la Fiera, che oggi è in grado di offrire un programma impressionante per la ricchezza della proposte. Il progetto “Lingua Madre”, cioè l’attenzione alle culture extra-europee, è diventato uno dei caratteri identitari della Fiera. Ogni anno c’è un Paese ospite d’onore, quest’anno la Lituania. Abbiamo investito molto sugli spazi dedicati a bambini e ragazzi, in specie quest’anno. Si sono aperti degli spazi professionali per editori e agenti stranieri, dove si trattano anche diritti cinematografici e televisivi. Insomma la Fiera è un ibrido con molte frecce al proprio arco.

Il passaggio da "Salone" a "Fiera" cosa ha comportato?

Ha comportato una maggior robustezza organizzativa e un nuovo impulso, grazie anche all’impegno profuso da Comune, Provincia e Regione e dalle grandi e benemerite fondazioni bancarie, la Compagnia di San Paolo e la CRT. Inoltre la parte commerciale è stata curata da una società specializzata, Biella intraprendere, guidata da Maurizio Poma, che ha portato un know-how non indifferente.

Perché proprio questa edizione ha come tema conduttore "i confini"?

Intendiamo il confine come qualcosa che definisce la nostra identità e poi la mette in relazione con altre. Come la porta dell’incontro e del confronto, che non chiude ma apre, mettendo in contatto polarità differenti ma chiamate a dialogare. E poi abbiamo bisogno di ridefinire continuamente il confine che corre fra tante cose: bene e male, Occidente e Oriente, reale e virtuale, micro e macro, noi e gli altri…Viviamo un momento di confusione e incertezza, che richiede riflessioni ponderate. Devo dire che gli editori hanno risposto con grande vivacità alle provocazioni di un tema come questo.

Del punto di vista fieristico, il numero degli espositori è cambiato? A suo parere visitare la Fiera vuol dire vedere una panoramica significativa dell'editoria italiana?

Il numero degli editori è in costante crescita. Possiamo dire che il panorama dell’editoria italiana è più che significativo, praticamente completo, almeno nelle sue realtà portanti. Poi ci sono le Regioni che documentano bene le piccole realtà locali, piene di sorprese e curiosità.


07 maggio 2007 Di Giulia Mozzato

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