Ricerca avanzata
Articolo

Bookcity Milano 2015 raccontato da WUZ

Vivian Lamarque, Chandra Livia Candiani, Mauro Covacich, Alberto Nessi, Francesco Recami, Aldo Cazzullo, Antonio Scurati, Anna Nogara.

Vivian Lamarque presenta Chandra Livia Candiani a un Invito a un tè con i morti

Il nostro Bookcity Milano 2015 si è aperto con un appuntamento con la poesia: presso la Sala della Balla del Castello Sforzesco di Milano abbiamo participato al dialogo di una coppia di poetesse italiane e al loro tè con i morti: Chandra Livia Candiani, poetessa italiana e traduttrice di testi buddhisti e Vivian Lamarque, poetessa e scrittrice di racconti.
La Candiani ha letto alcune poesie (quasi tutte citate a memoria) dalla nuova edizione di Bevendo il tè con i morti (Interlinea 2015) e ha risposto ad alcune domande della Lamarque.

lamarque+candiani

Vivian Lamarque
Ho conosciuto Chandra a una rassegna di “donne in poesia”; a un tratto ho sentito una vocina, come se venisse da un altro pianeta e, ascoltandola, ho pensato: ecco cos’è la poesia. Perché la poesia di Chandra è qualcosa di miracolosamente volatile e al contempo precisa.
Cita, da Un tè con i morti:

« [i morti, ndr] a braccia spiegate si gettano nella dimenticanza.»

Questa è precisione, volatilità e spiritualità dei versi. In queste sue dimensioni, in questo suo tempo, in questa sua voce, è lì che io immagino un poeta.
Ognuno di noi ha un modo diverso di sentire i morti. Giovanni Raboni, per esempio, scriveva:

«Ho sempre pensato che la vita non è qualcosa da cui si entra e da cui si esce, ma qualcosa in cui si sta indefinitamente.»

Semplicemente la vita è questa cosa, qualcosa in cui si sta anche quando teoricamente finisce. Chi sono per te, Chandra, i morti, c’è stato un momento particolare in cui sono entrati?

Chandra L. Candiani
Per me i morti ci sono sempre stati e un po' vengono da una cosa che avevo io da piccola, di vedere attraverso le parole.
Ho scritto Un tè con i morti quando dopo tanti anni sono tornata dall’India, in Italia, ed è stato un shock, soprattutto per le relazioni, perché ritornare è stato non ritrovare le cose che avevo lasciato. Quando le persone venivano a casa mia a bere il tè mi sembrava di essere nel regno dei morti perché si parlava sempre di qualcosa che era successo altrove, possibilmente migliore di quello che stava succedendo nel momento. Ho sentito molta solitudine e mi sembrava che i vivi stavano nel regno dei morti, anche se vivi. I morti che mi vengono a trovare sono compagni di sosta, di silenzi e di leggerezza

Quando la meditazione diventa poesia?
Dentro di noi c’è una specie di serbatoio pieno di silenzio vivo e quando si va lì è come mettere la spina nella corrente, è pieno di silenzio vivo e pieno di parole nuove, fresche, che vengono da molto lontano.
Quando frequentiamo il silenzio arriva la poesia, è uno sbocciare.
La poesia è una specie di autunno della trasformazione, come quando marcisce tutto e dopo nascerà di nuovo.

 boo



Scrivere racconti. Incontro con i tre finalisti del Premio Chiara 2015. Luca Crovi intervista: Mauro Covacich, Alberto Nessi, Francesco Recami  

Il secondo appuntamento del nostro Bookcity Milano prevede un incontro all'insegna della genesi del racconto. A parlarci di come nasce un racconto sono stati i tre finalisti del Premio Chiara 2015, il concorso letterario destinato a premiare le raccolte di racconti. Luca Crovi, conduttore radiofonico, redattore e scrittore, ha presentato il vincitore del Chiara, Francesco Recami, e i due finalisti: Mauro Covacich e Alberto Nessi.
 
 IMG 20151030 WA0014

Luca Crovi a Mauro Covacich
Ne La Sposa hai usato molti casi di cronaca nera. Come hai scelto i fatti di piccole e grandi cronache? Che tipo di voci hai inserito all’interno della tua raccolta?

Mauro Covacich
Volevo creare un libro in cui ci fossero tre materiali completamente diversi fusi insieme: la cronaca, la fiction e l’autobiografia, una sorta di concept album, un’idea guida intorno alla quale girano questi pezzi, questi brani, un flusso di pensieri. Io non ho fantasia, scrivo cose che mi capitano da vicino, i fatti di cronaca raccolti sono quelli in cui mi sono imbattuto per davvero, come il caso dell'artista (Pippa Bacca, ndr) che aveva fatto un viaggio performance attraversare l’Europa dei Balcani in autostop vestita da sposa. È stata uccisa nei pressi di Istanbul. Di solito succede che questi fatti mi vengono a visitare.

Luca Crovi ad Alberto Nessi
Milò. Storie della Resistenza e di resistenza: come hai costruito la tua raccolta di racconti legati alla resistenza? Non sono solo storie partigiane, resistere è un concetto che ritorna nel libro con tanti protagonisti che resistono a tante cose e reagiscono in maniera diversa...

Alberto Nessi
Sono racconti ambientati in Val d’Aosta e ho raccontato storie inquietanti. Sono storie al presente e dentro ci sono racconti anche di Resistenza perché è stata il fatto più importante del secolo scorso. Anch’io non ho fantasia; ho immaginazione però, perché senza immaginazione non si scrive. Ho raccolto delle briciole di racconti squallidi, non m’interessa il grande racconto, ma le storie piccole. Nei miei racconti c’è polivalenza di suoni. Io ho utilizzato storie orali e le ho raccontate.

Crovi a Francesco Recami
Nella tua raccolta, Piccola enciclopedia della ossessioni, quanto hai osservato gli altri per raccontare queste ossessioni e quanto c’è di tuo?

Francesco Recami
Sono tutte rigorosamente mie, sono storie quotidiane su cui si ironizza un po’. I miei racconti, a metà tra un racconto e una novella, sono molto brevi e non ho pensato a focalizzarmi sulla psicopatologia della vita quotidiana, mi sono venuti un po’ così perché nella misura breve io ho bisogno di avercela con qualcuno. Ce l’ho con mezzo mondo, ma ce l’ho sostanzialmente con me stesso.
 IMG 20151030 WA0013

Crovi
In passato Covacich ha redatto Sette non regole per scrivere racconti (per esempio la semplicità del testo, lasciare che sia il racconto a venire da te, non perdersi in digressioni e in commenti ecc.). Condividete anche voi le stesse regole per scrivere un racconto?

Francesco Recami
Sono d’accordo su quasi tutte queste "regole", in particolare quella della metafora che si usa sempre per il racconto, cioè che è come un dardo: quando arriva, e il racconto finisce, il lettore e l’autore rimangono un po’ destabilizzati.
Mentre nel romanzo si crea un materasso comodo dove stare, il racconto è secco e ti destabilizza.

Alberto Nessi
«Niente trucchi per favore» diceva Raymond Carver, niente preziosismi e ricami. Scrivere racconti è un po’ come scrivere poesia, è seguire appassionatamente la realtà. È vero che il racconto bisogna cercarlo, però c’è qualcosa che mi fa scrivere, ci vuole anche un’empatia con l’argomento.

Mauro Covacich
C’è nel racconto un'ineluttabilità che non c’è necessariamente nel romanzo; è la forma implosa più vicina alla poesia, ha quella densità e quella brevità simile alla poesia. Per questa ragione per me è più facile stare in attesa del racconto che andargli incontro, perché il racconto si nutre di un’idea e su quell’idea va sparato, non si concede digressione, preamboli, si mangia tutto. C’è un’idea forte e si trascina tutto il resto.
Il romanzo, che ha una forma e un respiro diverso, è fatto di tante isole, alcune le conosci, altre le ignori. Scrivere un racconto è estremamente più difficile, in un romanzo mediocre, qualche pagina bella la puoi trovare, il racconto ha una forma smagliante, è un po’ come le canzoni.
Dal mio punto di vista la scrittura permette la conoscenza, quando scrivi, ti scrivi anche quando non parli di te. La scrittura ha un processo rivelativo, viene fuori qualcosa di te, ma solo se ci sono delle idee che ti muovono riesci a metterti in moto.



L'Italia che resiste. Con Aldo Cazzullo e Antonio Scurati. Letture di Anna Nogara

Il terzo incontro di Bookcity Milano scelto da WUZ si è svolto intorno all' "Italia che resiste", affrontando storie di resistenza di ieri e di oggi. Aldo Cazzullo con il suo ultimo libro Possa il mio sangue servire ha raccontato la Resistenza degli ultimi e ha dialogato con Antonio Scurati che invece ha presentato Il tempo migliore della nostra vita in cui ha raccontato l’opposizione al fascismo di Leone Ginzburg e storie di resistenza italiana. Alcuni loro brani sono statai letti dall’attrice Anna Nogara.
 resiste

Antonio Scurati
Il terreno comune che unisce il mio libro a quello di Cazzullo è l’idea che i personaggi storici, quelli che da soli hanno dedicato una pagina alla Storia collettiva, fossero inimitabili. Oggi questi personaggi vanno compresi raccontandoli accanto alle persone più umili, non solo perché i personaggi storici sono anche persone comuni, ma perché la Resistenza di pochi dialoga con una resistenza di milioni di persone. Io cerco di rendere quest’idea raccontando, accanto alla vita illustre di Leone Ginzburg, la storia di persone e vite ordinarie nate sotto lo stesso cielo, la stessa dittatura, le stesse bombe. 

Aldo Cazzullo
Ultimamente il senso comune dice che gli italiani sono stati tutti fascisti; è vero che gli antifascisti militanti furono una piccola minoranza, ma questo non vuole dire che tutti gli altri italiani furono fascisti. La Resistenza non appartiene a una fazione, appartiene a una Nazione. Molte persone comuni fecero la resistenza perché ci furono molti modi per dire di no ai nazifascisti: gli operai torinesi, genovesi, milanesi che scioperarono per boicottare le produzioni belliche naziste, gli imprenditori che si batterono per evitare la deportazione dei loro operai in Germania, penso ai ferrovieri che rallentavano i treni per far saltare giù i deportati, i medici che emanavano certificati falsi pagando con la vita... Certo, fu fatta da partigiani comunisti, socialisti, monarchici, cattolici, anarchici, senza bandiera e anche dai civili, dagli ebrei, dalle donne, dai carabinieri, dai sacerdoti dalle suore, dai militari...

Antonio Scurati
La nostra generazione è orfana di “un noi”. C’è un piano antropologico in cui resistere è esistere ed è un luogo sconosciuto alla nostra generazione. Se penso alla resistenza dei miei nonni, a tutte quelle vite, esistere e resistere sono una cosa sola. A noi questa dimensione è sconosciuta.

Aldo Cazzullo
I ragazzi, nelle scuole, oggi non sanno cosa siano le fosse Ardeatine. Di chi è la colpa? Io l’ho sempre saputo, me lo raccontava mio nonno che non aveva studiato. È la trasmissione della memoria a essere saltata; va ripristinata e tocca a noi farlo. Ogni generazione ha la sua guerra da combattere. I nostri giovani combattono contro la rassegnazione, la sfiducia, il degrado morale del nostro Paese.
«Possa il mio sangue servire per ricostruire l’unità italiana e riportare la mia terra a essere onorata, stimata dal mondo intero.»
(Da una lettera del Capitano Franco Balbis, decorato a El Alamein e fucilato dai fascisti il 5 aprile 1944, ndr.)
I nostri giovani devono sapere che l’Italia è una cosa seria, un’ideale che valeva la vita.

di Jessica Chia

Commenti



Non sono presenti commenti su questo documento. Vuoi essere tu il primo a scriverne uno?
Già iscritto?
Iscriviti