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Una vita all'insegna della fantasia e del gioco

Emanuele Luzzati



Emanuele Luzzati non c'è più. Ha lasciato però una grande e meravigliosa testimonianza del suo lavoro, un'eredità che arricchirà ancora a lungo le nostre vite.
Per ricordarlo con la giusta intensità, riportiamo il testo pubblicato sul sito del Teatro della Tosse di Genova, che fondò nel 1975 con Aldo Trionfo e Tonino Conte.
Vi ricordiamo anche che potete rileggere l'intervista che ci rilasciò nel 2004, raccontandoci i suoi gusti di lettore.


LELE LEZ LEZIM MELIZ

Non ne scriverò con critico sussiego chiamandolo Emanuele Luzzati. E neppure elencherò i pregi delle sue scenografie, la pertinenza dei suoi costumi, l’intelligenza delle sue illustrazioni, il fascino delle sue ceramiche, lo spirito dei suoi cartoni animati, gli sberleffi dei suoi Pulcinella, la malizia delle sue Rosaure, la felicità dei suoi Papageni. Scriverò di lui semplicemente come di Lele. Di Lele, versione per nulla canora di quella specie di pulcinellesco Papageno che la tradizione ebraica chiama Lez. Ma che cos’è un Lez?
Il Lez è il buffone classico del teatro ebraico. Colui che scherzando dice la verità, e nelle feste che precedono i matrimoni ha il compito di svelare le verità più imbarazzanti sulle due coppie dei futuri suoceri, per mettere in guardia i promessi sposi. Ciò naturalmente senza insinuare neppure alla lontana che Lele sia una specie di pagliaccio. Il Lez fa ridere specchiando il candore dei bambini, dei loro giochi, del talento che li porta a estrarre personaggi dagli esseri reali, cogliendo nel segno la peculiarità altrui, ma con tutta l’aria di girarci intorno. Ciò è detto, ovviamente, senza neppure per gioco insinuare che Lele sia infantile. Semmai, a sua insaputa, Lele echeggia una tradizione di antichi saggi, questi sì consapevoli di trovarsi sempre, in ogni epoca e a ogni età, a testimoniare dell’infanzia propria del mondo, perché frequentando con l’anima ciò che è eterno, non hanno l’audacia di reputarsi adulti. E se qualcuno obiettasse che quegli antichi saggi, Maestri in Israele, parlavano e scrivevano mentre Lele disegna, risponderò che, parlando e scrivendo, quei saggi trasportavano i personaggi della Bibbia in atmosfera da fiaba, mentre i fiabeschi personaggi di Lele spesso tracciavano sui muri scarabocchi che potrebbero essere letti come ideogrammi.
Gli ideogrammi di un Lez.
Il Lez è l’ilare anima, il cuore giocondo, la seria coscienza della festa di Purim: Purim come “sorti”. Celebrando quanto narrato nel libro di Ester, questa festa insegna con canti, balli e recite, mascherate rivelatrici e scorpacciate da ultimo giorno, che non solo l’anima, anche il corpo deve avere il suo giorno di libertà totale. Ciò in ricordo di quando un re, che si credeva onnipotente, consentì a un ministro cattivo mascherato da buono, di tirare a sorte il giorno in cui tutti gli ebrei avrebbero dovuto essere sterminati.
La storia di quel re, del suo cattivo ministro e della sua bella sposa, è una storia in cui il nome di Dio non compare mai. Una storia che Israele ben conosce, tipica di un mondo in cui la presenza divina sembra celarsi dietro fantocci incoronati, trame di ministri e lacrime di coraggiose regine.
Un mondo in cui Lele si muove da Lez fra re ieratici, possenti, e in ogni senso intronati, ministri truci come satanassi e regali spose cui la corona sembra pesare, per rivelarne la reale consistenza con un tocco di colore, una positura burattinesca.
Di proposito neppure adesso scriverò di questi stessi personaggi rispetto ai contesti teatrali, illustrativi o di animazione cinematografica che hanno reso Emanuele Luzzati noto e caro al grande pubblico e non scriverò neppure delle Hagadot che Lele ha illustrato, delle Ketubbot che ha ornato.
Voglio scrivere di questi personaggi così come per anni sono arrivati nelle case di noi amici, sugli innumerevoli biglietti di auguri che un caro amico ebreo ha disegnato per le feste ebraiche. Re e regine e ministri e possenti da favola, degni di adornare le favole che i grandi rabbini del passato estraevano dal testo biblico, per meglio farle entrare nel cuore di Israele. E cortigiani e profeti, e pagliacci ed eroi in pose improbabili e burattinesche, ma tutti, con grandi occhi attoniti e sgranati sul mondo come sulla propria anima. L’ebraica anima che ha bisogno di ridere e di giocare, perché troppo spesso il mondo non è serio bensì crudele. Crudele come nessun Lez sarà mai.
Così Lele si fa Lez per partecipare alla vita di questo mondo che ha bisogno di tanti lezim.
Lezim, plurale di Lez e anagrammabile in meliz:  parlatore eccelso, rivelatore di verità supreme, divulgatore di discorsi che placano l’anima… e chi dice che non si possano fare discorsi disegnando? Certo, l’imperativo biblico vieta di farsi immagini, di adorare i fissi stereotipi dell’idolatria, ma un serio gioco li infrange gli idoli, mentre uno sguardo attonito e sgranato ne rivela l’interno vuoto.
Lo sguardo dei personaggi del Lez Lele= Luzzati Emanuele. Emanuele= Immanu El = Dio è con noi.

Di Giacoma Limentani
da Lo scenografo della porta accanto ovvero 10 modi di dire Luzzati, edizioni S. Marco dei Giustiniani 2001


Questo il ricordo di un’amica, che ne sottolinea maggiormente il legame con il mondo ebraico.
Ma Luzzati non fu solo l’autore di queste illustrazioni religiose o della sigla della trasmissione televisiva Sorgente di Vita, sulla vita e la cultura ebraica in Italia e nel mondo, ma soprattutto un artista senza confini, autore di opere d’arte poliedriche e multidisciplinari: installazioni (come il divertente Presepe che rallegra le piazze di Torino da alcuni anni nel periodo delle feste di fine anno), costruzioni da giardino (basta visitare La Mortella a Ischia con il suo Teatrino, o  le strutture per bambini del giardino pubblico di Villa Durazzo a Santa Margherita, diventato il parco del Flauto Magico), scenografie, e qui gli esempi sono davvero moltissimi in particolare sfogliando i cartelloni di anni e anni del suo teatro genovese, i titoli di testa dei film di Monicelli L'Armata Brancaleone e Brancaleone alle Crociate, infiniti corti e mediometraggi a disegni animati come La Gazza ladra (1964) e Pulcinella (1973) con i quali fu anche candidato all’Oscar, e poi libri, tavole, quadri, disegni, disegni, disegni… Genova gli ha dedicato un museo, a Porta Siberia, nell'Area del Porto Antico.

E tutto questo resterà per sempre a migliorare la qualità estetica della nostra vita.
Come continuano a fare i racconti di Italo Calvino o quelli di Rodari e le opere di Bruno Munari.



30 gennaio 2007 Di Giulia Mozzato

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