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Un ricordo e un omaggio

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Anna Politkovskaja: coraggiosa martire della verità



“Mi rifiuto di nascondermi e di aspettare, chiusa nella mia cucina, dei giorni migliori come fanno gli altri”


L’avevamo conosciuta a Mantova un anno fa e precisamente l'11 settembre 2005: l’incontro a lei dedicato aveva riempito all’inverosimile l’ampio Teatro Sociale della città e la forza serena delle sue parole, in cui il coraggio appariva immenso ma mai esibito e la sua apparenza fragile e delicata avevano suscitato un’attenzione e un’ammirazione collettiva.

Anna aveva già subito un attentato, un tentativo di avvelenamento, quando era stata designata a trattare con i sequestratori della scuola di Beslan ed era stato per lei impossibile raggiungere il luogo del tragico sequestro.
Ora quella donna, che sperava di essere al riparo da attentati grazie all’attenzione di tutto il mondo intorno alle sue denunce, è stata uccisa.

Centinaia di moscoviti hanno reso omaggio alla coraggiosa giornalista della Novaja Gazeta colpita da numerosi colpi d’arma da fuoco mentre usciva dall’ascensore della sua abitazione.
È stata aperta un’inchiesta sulla sua morte (il silenzio di Putin durato tante ore è stato davvero assordante) ma bisogna tener presente che in Russia per nessuno degli omicidi di questi ultimi anni è stato trovato un colpevole.

La redazione del giornale in cui la Politkovskaja lavorava ha dichiarato di voler svolgere una propria indagine privata e una ricompensa di 930.000 dollari è stata promessa da uno dei maggiori azionisti, il deputato Alexandre Lebedev (l’altro azionista della Novaja Gazeta è l’ex presidente Michail Gorbaciov) a chi possa dare informazioni utili sul delitto. Bisogna anche sottolineare che il giornale per cui Anna lavorava è uno dei pochi che non si siano fatti intimidire e che non seguano la linea imposta dal Cremino.
Le minacce che riceveva da tempo l’avevano costretta per un certo periodo ad avere una guardia del corpo, e recentemente aveva parlato di pressioni del Cremino sulla direzione del suo giornale perché la estromettessero, ma il suo caporedattore non aveva voluto piegarsi a queste minacce. 

Unica giornalista russa a recarsi frequentemente in Cecenia dopo che nel 1999 era stata corrispondente di guerra in quelle regioni, in tutti i suoi articoli aveva sempre denunciato la deriva autoritaria del presidente russo, le torture inflitte e la corruzione dei funzionari.
Aveva recentemente detto di essere pronta a testimoniare contro Ramzan Kadyrov, primo ministro ceceno ed era in pubblicazione un reportage sugli abusi perpetrati dalle milizie di Kadyrov.


Due i libri di Anna Politkovskaja pubblicati in Italia:



Cecenia. Il disonore russo edito da Fandango, in cui la sua conoscenza del territorio (la Politkovskaja era stata più di 40 volte in Cecenia) e la condivisione di tutte le sofferenze di quella popolazione, nonostante le ripetute minacce, non le avevano impedito di raccontare gli abusi, gli stupri, le violenze e gli omicidi perpetrati dai militari russi.

Chiaramente tali azioni sono sempre state taciute e negate dal governo centrale e si preferisce guardare alla ribellione cecena come a terrorismo islamico da combattere: c’è bisogno di un nemico per far dimenticare i troppi problemi della Russia e per accreditarsi presso l'amministrazione Bush.




Proprio quest’ultimo tema è al centro del saggio edito da Adelphi, La Russia di Putin,
in cui  la giornalista svela il drammatico inganno a cui da tempo è sottoposta l’opinione pubblica occidentale che giudica Putin un “bravo ragazzo volonteroso”.

Tante le storie pubbliche e private che il volume racconta e che descrivono un regime democratico solo in apparenza.
Il presidente non è mai in primo piano, se non nel tagliente capitolo finale, ma la realtà russa, così come la si vive quotidianamente, dipende di certo dalla sua gestione del potere.
Ed ecco nell’ultimo capitolo la figura di Putin: modesto ex ufficiale del KGB, divorato da un’ambizione sfrenata, consente alle più spietate scelte (si pensi alle stragi del teatro Dubrovska di Mosca, e a quella di bambini a Beslan in Ossezia entrambe probabilmente evitabili) per la volontà di costruire o conservare un vero potere imperiale.  

Il suo è un pamphlet contro opportunismi, dimenticanze e complicità occidentali, cioè nostre”, scrisse Goffredo Fofi su Internazionale commentando l’uscita in libreria di questo libro.

Per questa ragione credo che tutti coloro che hanno lasciato sola nella sua battaglia Anna Politkovskaja si debbano sentire, almeno in parte, responsabili della sua morte.  



10 ottobre 2006 Di Grazia Casagrande

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