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L'etica con o senza religioni



Le religioni sono etiche? L’etica è insita nella religione? Quale religione? Esiste un’etica senza religione? I protagonisti di questo incontro, Tahar Ben Jelloun, Giovanni Reale, Alain Elkann e Giovanni Puglisi, hanno provato a rispondere a questi quesiti, ognuno dal proprio punto di vista o secondo i precetti del proprio credo.

Per approfondire questa tematica, consigliamo la lettura di due libri che si trovano in posizioni completamente opposte riguardo l'importanza della religione nella vita quotidiana dell'uomo comune:

La grande storia di Gesù di Mayer e Orlandini
Vivere senza Dio di Ronald Aronson
Chi osa dirsi cristiano? di Félix Moser



TAHAR BEN JELLOUN

Tahar Ben Jelloun è uno scrittore marocchino di religione islamica. In Italia ha pubblicato molti volumi tra saggi, opere di narrativa e poemi.
In questo intervento difende la sua religione, spesso tacciata di estremismo e fondamentalismo. Racconta degli aneddoti che hanno segnato la sua vita da un punto di vista religioso e spiega perchè, secondo lui, la religione sia un fatto del tutto personale e interiore, che poco o niente deve avere a che fare con tutto ciò che di essa si dice.

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Quando si parla di religione, generalmente lo si fa in occasione di eventi drammatici o di tragedie. Le religioni sono sicuramente necessarie per l’essere umano, però spesso sono sviate dal loro significato primo.
Prendiamo l’Islam. L’Islam è sulla scena politica da circa trent’anni, grosso modo, dall’avvento di Khomeyni. Islam, letteralmente significa “sottomissione alla pace”. L’immagine che si ha oggi dell’Islam nel mondo occidentale è quella di un’assenza di etica, assenza di morale, violenza, razzismo e fanatismo. Questo a causa dell’intrusione della politica e dell’ideologia nella religione. E perché nel 1979 Khomeyni pronunciò una frase estremamente importante, disse: “l’Islam è politico, o altrimenti non esiste”. E questo è contraddittorio con lo spirito stesso dell’Islam.


Mi permetto di raccontare un aneddoto personale, perché appartengo alla cultura musulmana. Quand’ero ragazzino, avevo cinque o sei anni, dovevo recitare le preghiere cinque volte al giorno, però per poter pregare si devono fare le abluzioni. Ci sono le piccole e le grandi abluzioni: le piccole significano gomito, piede, volto. Abitavamo nell’antica città di Fés, che non è variata dal nono secolo in poi. A casa non avevamo riscaldamento né acqua calda, quindi potete immaginare che un ragazzino di sei anni, soprattutto d’inverno, avesse poca voglia di fare le abluzioni il mattino presto con l’acqua ghiacciata. Mio padre notò che non dicevo le preghiere, e un bel giorno mi prese insieme a mio fratello e mi disse: “Capisco che non abbiate voglia di dire le abluzioni, e quindi di pregare, siamo poveri, l’acqua è ghiacciata, non abbiamo il riscaldamento. Comunque, siete dei buoni musulmani, è questa la cosa principale. Dovete rispettare alcuni valori, per esempio non dovete mentire, non dovete rubare, non dovete tradire, dovete rispettare i genitori e i professori che vi insegnano le cose e bisogna anche credere nell’esistenza di Dio, perchè è questo Dio che giudica le nostre azioni, e sono le azioni che contano”. Da allora sono trascorsi oltre cinquant’anni, ora ho capito che la preghiera è un fatto interiore, e ho capito che mio padre molti anni fa ci ha liberati.

Ruhollah Khomeyni

Quindi la religione, da allora, non l’ho mai percepita come un obbligo. Io pratico le mie preghiere, sono preghiere interiori che riguardano solo me. Tutto il rumore esterno, tutto quello che ci circonda non è Islam, è agitazione folcloristica. E questo me l’ha insegnato mio padre cinquant’anni fa: mi ha insegnato che l’Islam non è violenza fanatica, bensì sottomissione alla pace.


Non bisogna neanche dimenticare le crociate e Isabella la cattolica, non bisogna dimenticare che cosa questa persona ha fatto, quanti danni, quante disgrazie ha portato in nome di Dio ovunque nel mondo, così come musulmani ed ebrei. Tutto questo è successo nel quindicesimo secolo, ma gli effetti continuano a manifestarsi oggi, infatti si continua a vedere con la politica e l’ideologia questa opposizione tra le religioni.

Io sono laico, nel senso che per me la religione deve appartenere all’ambito del cuore, e non a quello della spada o delle armi, la religione deve appartenere all’ambito privato, non a quello pubblico. Se uno si reca in un luogo, una chiesa, una sinagoga, una moschea, per pregare, deve essere libero interiormente, e sentirsi libero anche nei confronti di tutti gli altri. La religione ha senso se non è un obbligo, se non è una forzatura, se ci si acconsente liberamente e questa è l’unica etica che io riconosco alle religioni, ovvero la scelta personale. Ognuno di noi ha sicuramente delle angosce, alcuni si curano prendendo gli antidepressivi, altri vanno nelle chiese o nelle moschee. Ricordo mia madre, in vita sua non vide mai uno psicanalista, e anche quando era molto ammalata, grazie all'essere credente, riuscì ad affrontare la morte con serenità. Il problema non è sapere se Dio esiste o non esiste, la questione è un’altra: come noi ci rapportiamo agli altri, indipendentemente da quello che sono. Il giorno in cui incontrerò qualcuno che non mi chiederà più di quale religione sono, sicuramente avremo fatto un progresso. Perché dobbiamo chiederci come posso aiutare, che cosa posso dare agli altri: questo è per me essere religiosi.

GIOVANNI REALE

Giovanni Reale è uno dei massimi studiosi del pensiero antico e autore di fondamentali contributi sui presocratici, Socrate, Platone, Aristotele, Seneca, Plotino, Proclo.
Ci dà qui la sua interpretazione di etica delle religioni, cita personaggi come Camus e Kuhn per dimostrare come la fede sia la base della vita di ogni uomo che, senza accorgersi, agisce ogni giorno secondo dei valori che provengono dalla religione e non dalla scienza.

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La religione non è etica di per sè, è il fondamento di un’etica. Io ho imparato questo molto bene da Camus, il quale diceva di non essere credente, ma diceva alcune cose che se uno non ha una fede non può capire. Dava questa spiegazione: molti dicono che basta credere in certi valori, ma i valori sono una piramide e questa piramide ha un gancio che è Dio. Se viene meno questo gancio, i valori si disperdono completamente e nella storia è capitato esattamente questo. Per introdurre un’etica bisogna fare i conti con il gancio, con Dio; ora, certe etiche non possono sussistere se c’è Dio, e allora si capisce perfettamente la negazione di Dio.


Ma vorrei porre una domanda: il cristianesimo può, come molti credono, essere ridotto solo a etica? Io credo che ridurre il cristianesimo a regole di vita sia un grandissimo errore, un errore che si è fatto e si continua a fare. Sono profondamente d’accordo con quello che ha detto un grande massimalista, don Gomez Nogales: “Non è tanto importante ciò che il cristianesimo dice, ma il fatto che chi l’ha detto, cioè Cristo, era figlio di Dio”. Allora il cristianesimo è solo questo: o credi, o non credi che Cristo sia figlio di Dio.

Sto traducendo un libro gigantesco, ci vorrà ancora un anno e poi avrò finito, è il commentario di Agostino al Vangelo di Giovanni e alla Lettera sull’amore. Ecco, in Agostino c’è questa idea fondamentale: sai se sei cristiano o no non se fai questo, quello o quell’altro, ma se credi che Cristo era vero uomo e vero Dio, questa è la fede.

Ma qui entriamo in un altro punto essenziale che oggi viene recuperato: quando si parla di religione, Heidegger l’aveva detto in maniera perfetta, se non c'è un briciolo di fede è inutile parlarne, perchè per chi non crede è il non essere, sarebbe come chiedere a un cieco di parlare della luce, o a un sordo di parlare della musica. E allora ecco il punto, dice Agostino "non bisogna dire prima voglio capire e poi credere, è il contrario, prima credi, poi capisci": credere per capire, capire per credere.

Thomas Kuhn

Mi ha molto colpito il pensiero del grande epistemologo ateo Thomas Kuhn, il quale ha spiegato in maniera perfetta che la scienza procede non in modo lineare, ma per rivoluzioni, cioè un paradigma dice il contrario del precedente, appunto, ri-voluzionando. Ci sono stati casi in cui, quando è cambiato il paradigma scientifico, qualche scienziato del vecchio paradigma si è suicidato, perchè non lo accettava. Pensate per esempio il cambiamento dal geocentrismo all’eliocentrismo, pensate le guerre che fanno ancora i geometri che dicono che c’è solo la geometria euclidea contro quelli che sostengono le geometrie non euclidee. Ebbene, ecco che cosa dice Kuhn: il cambiamento di paradigma avviene solo con un cambiamento di fede, di fiducia,  di con-versione. E allora si capisce perché la religione è una struttura fondamentale dell’essere umano.


C'è un'altra scoperta di Agostino che mi ha colpito: se io ti chiedo, nella vita di ogni giorno, in quale percentuale tu agisci per ragioni scientifiche, e cioè sulla base dell’esperienza e della matematica, mi rispondi che sono il 5%. Il 95% di volte agisci per fede. Quando prendi una medicina, non ne fai prima l’esame scientifico. Lo stesso ragionamento quando chiedi la strada per andare alla stazione. La fede ha un valore epistemologico conoscitivo fondamentale, e quindi la religione è un fenomeno estremamente più complesso e l’errore che molti giornalisti fanno oggi parlando di religione è quello di ridurla a categorie politiche, mentre invece è un discorso metapolitico.

C’è un motivo per cui è più semplice esprimere la propria opinione da un punto di vista politico che non da quello religioso: due che esprimono opinioni politiche diverse si muovono in senso orizzontale e sono in qualche modo mediabili. In religione, invece, si va alle fondamenta, e quelle fondamenta non sono facilmente mediabili. Faccio un esempio: nel corso di un dibattito pubblico mi sono trovato a parlare con un giovane islamico, molto intelligente, devo dire, che mi ha fatto questa obiezione: “io a casa tua posso fare quello che voglio perchè c’è democrazia, tu a casa mia no, perchè c’è teocrazia”. Voi capite che qui non c’è mediazione. Dall’orizzontale siamo arrivati ai fondamenti, e i fondamenti sono assoluti.

ALAIN ELKANN

Alain Elkann è uno scrittore e una figura molto nota per le sue interviste, ma soprattutto per i libri sulle religioni che ha scritto. Collabora con La Stampa, Lo Specchio, Nuovi Argomenti e Panta.
È ebreo, ma ha tastato il polso un po’ a tutte le religioni. Ci spiega l'importanza che hanno per la religione ebraica i Dieci Comandamenti, "facili da capire ma difficili da interpretare". Racconta due aneddoti che l'hanno significativamente portato a capire che i Dieci Comandamenti sono le esatte istruzioni per poter condurre una vita felice.

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L’unica cosa che mi viene in mente, pensando a che cosa può essere l’etica che un ebreo ha, sono i dieci comandamenti. Io penso che siano fondamentali e straordinari.

Noi usiamo sempre la parola “moderno”, ci fa comodo perché siamo qui adesso, o la parola “tolleranza”. Io abomino la parola “tolleranza”. Il tollerare ha già di per se qualcosa di violento e di insopportabile, e se non può essere sostituita dalla parola amore o amicizia, userei almeno la parola rispetto. Non è facile nemmeno rispettare gli altri, ma è meglio che tollerarli.
Per quanto riguarda i dieci comandamenti, direi che da quando ci sono il mondo è cambiato per sempre, ma per tutte e tre le religioni monoteistiche, rappresentano una sintesi straordinaria di etica, cioè del comportamento che un individuo, uomo o donna, di qualunque età, nazionalità o religione, dovrebbe avere per vivere in un modo che va dal civile al felice.


E come tutte le cose estremamente semplici e chiare, è molto difficile seguire i dieci comandamenti nei loro precetti, uno dopo l’altro. Ognuno di noi, chi per un verso e chi per un altro, li trasgredisce continuamente. L’uomo o la donna che riuscisse ad applicarli alla lettera sarebbe sicuramente una persona felice. Il modo etico di vivere ci è spiegato nei dieci comandamenti, poi, che siano davvero stati dati da Dio a Mosè, che siano stati dati dove oggi c’è il monastero di Santa Caterina sul monte Sinai, o che il monte Sinai sia da un’altra parte, come alcuni cercano di dire adesso, tutto questo è irrilevante: esiste comunque un testo scritto. E credo che la religione ebraica sia una religione molto semplice in questo senso.

Racconto due storie della mia vita che spiegano quello che voglio dire. La prima riguarda il rapporto degli ebrei con Dio. Quello che vi dico è molto importante, perchè è proprio così che sono gli ebrei. Un giorno, quando avevo otto anni, ero a Gerusalemme. Avevo come tutore un rabbino francese che mi faceva visitare Israele. Mi porta in una scuola religiosa, una yeshiva che era anche una sinagoga, e vedo ebrei che fumano, che parlano e discutono su dei testi. Era una sinagoga molto disordinata, non era come quelle che conosciamo in Europa o in America. E vedo soprattutto, e mi spavento moltissimo, un uomo molto piccolo con in testa un grande cappello di pelliccia che salta sull’altare posto in mezzo alla scuola, urlando in una lingua che non capivo e gettando le braccia verso il cielo. Essendo un bambino mi spavento e chiedo al rabbino francese, "ma cosa sta facendo quello lì?". E lui, tranquillo, mi dice, "ma non lo vedi? È arrabbiato con Dio. Sta discutendo i fatti suoi con Dio". Allora, è questo l’ebraismo: gli ebrei i conti li fanno con Dio. Poi, Dio c’è o non c’è, non si sa, ma in realtà c’è, perchè gli ebrei senza Dio non esistono, perchè hanno questo rapporto paradossale ma continuo.
Quando mi si dice per la quarta volta che il mio aereo Milano - Roma per motivi tecnici ha soltanto un’ora e venti di ritardo su un volo da cinquanta minuti, io non me la prendo con l’Alitalia, perchè non posso, me la prendo con Dio, gli chiedo, "perchè devo vivere in un Paese fatto in questo modo? Cos’ho fatto per dover vivere in una situazione di questo genere?". É questo il modo religioso di un ebreo di parlare e di vivere con Dio. Sembra irrispettoso, ma non lo è. Il rapporto tra Dio e l’uomo è un rapporto in cui la superiorità di Dio è evidente, ma è comunque un ruolo paritario, perchè se ci ha messi al mondo bisogna che ne abbia la responsabilità, e quindi dobbiamo discutere di questo.

Papa Giovanni Paolo II con il rabbino Elio Toaff (1986)


L’altro fatto che mi è venuto in mente per quanto riguarda l’etica è un feroce litigio che ebbi con mio padre
. Lui aveva torto, davvero. Non ci parlavamo più. Un giorno vado a trovare il rabbino Toaff e gli dico, "guardi che mio padre è davvero una cosa pazzesca". Lui mi guarda con la stessa serenità di quello che mi aveva spiegato dell’ebreo arrabbiato con Dio e mi dice, "beh, è ovvio, lei deve fare la pace con suo padre". "Ma come, casomai sarà lui che dovrà fare la pace con me". "No no", dice, "la deve fare lei. Li ha mai letti i dieci comandamenti? Nei dieci comandamenti c’è scritto onora tuo padre e tua madre, non c’è scritto onora i tuoi figli. Quindi non è suo padre che deve fare la pace con lei, lei deve ingoiare il manico di scopa e fare la pace con lui". Allora io, davanti a questa feroce ingiustizia, ci ho pensato un po’ e poi ho fatto la pace con mio padre. E due mesi dopo, in una biblioteca di casa sua, lui, che era un uomo molto elegante, sempre impeccabile, mi ricevette per la prima volta in vestaglia e mi disse, "devo dirti una cosa, bisogna che ci vediamo anche con tua sorella. Siccome mi hanno diagnosticato una malattia terminale, bisogna che vi spieghi più o meno cosa succede nella famiglia, perchè io morirò tra poco, e quindi è bene che ci vediamo".

E così ho vissuto quel terribile anno della malattia e poi della morte di mio padre standogli vicino, andando a trovarlo e in qualche modo affezionandomi particolarmente a lui, e forse anche lui affezionandosi a me. E questo non sarebbe mai successo se io non avessi mai detto al rabbino Toaff quanto mi fossi incallito sulle mie posizioni. Probabilmente mio padre sarebbe morto e ci saremmo lasciati senza incontrarci più.

Penso che quella dei dieci comandamenti sia un’etica dura, nel senso che non è così facile da accettare, rispetto alle regole normali della vita. Però è proprio questa durezza che fa sì che probabilmente i comandamenti abbiano qualche cosa di divino, perché non è chiesto all’uomo di capirli veramente, e nemmeno di giudicarli, è semplicemente chiesto di applicarli. E quando dico che chi li applica ha sicuramente una via aperta per la felicità, è proprio così.

Il fatto che non siano comprensibili neanche dalle persone più intelligenti, e che quindi la persona più intelligente e la meno intelligente, la più fortunata e la meno fortunata, non li capiscano fino in fondo, fa sì che abbiano un significato divino, perchè Dio è per tutti, semmai esiste. Il testo è quello: facilissimo da capire e difficilissimo da interpretare, ma non ci è stato chiesto di interpretarlo.

GIOVANNI PUGLISI

Giovanni Puglisi è nato nel 1945 a Caltanissetta, ed è il Rettore della Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM di Milano, oltre a essere professore ordinario di Letterature Comparate. Tra i molteplici incarichi, ricopre il ruolo di Presidente della Commissione Nazionale Italiana per l'UNESCO, della quale è stato Segretario Generale dal 1999. È autore di moltissime pubblicazioni e saggi.
Nel suo intervento descrive come la religione sia un fatto legato, oltre che a Dio, anche e soprattutto ai rapporti del singolo con sè stesso e con l'altro. Pone l'accento sugli atti di violenza provocati da fedi diverse, che sono la dimostrazione suprema di mancanza di etica nelle religioni.


Quando mi sono trovato davanti a questo tema mi sono detto, o l’etica delle religioni è l’etica, senza genitivo di specificazione, oppure, l’etica delle religioni è preceduta da un’alfa privativa. Che non è mancanza di etica, è una posizione intermedia, che vede l’eticità delle religioni non nell’essenza della religione stessa, ma nell’immaginario che delle religioni si crea nel tempo in cui esse sono vissute. Allora, se la mettiamo da questo punto di vista, le religioni possono essere tanto etiche quanto prive di etica. Ma non sono le religioni a essere etiche o prive di etica, sono i comportamenti degli uomini che si pongono come portatori di quelle religioni. Le religioni sono un paradigma ontologico del vivere, perché sono in rapporto con Dio, con il mondo, in rapporto con il sè e con l’altro.

Ma l’immaginario che viene portato avanti, soprattutto dai mezzi di comunicazione di massa, fa sì che le religioni possano assumere valori etici o valori contrari all’etica. La solidarietà può essere espressione di una forte eticità delle religioni. In momenti particolari, esponenti di una religione esprimono una dimensione educativa che fa sì che la religione diventi il motore, la locomotiva della solidarietà.

Possiamo portare esempi infiniti in questa direzione, pensate a che cosa rappresentano i missionari in giro per il mondo, dal punto di vista di portatori di valori positivi. Naturalmente, dal punto di vista della religione che rappresentano, ma anche dal punto di vista di una solidarietà costruttiva, portatrice di valori di pace, di educazione, di solidarietà.

D’altro lato, possono essere portatori di valori assolutamente negativi: pensate che cosa sono tutti i campi profughi che a causa delle guerre di religione rappresentano le tragedie del mondo. In questo momento mi viene in mente la grande tragedia dei campi di Sabra e Shatila. Quell’immagine è il peggio di ciò che può essere la mancanza di etica di una religione. Cioè come, in nome di una religione, sì va con furia omicida in un campo per distruggere i rappresentanti di un’altra religione. È il peggio che possa venire fuori. E allora, da questo punto di vista credo che la religione, o meglio, l’immaginario delle religioni sia assolutamente privo di etica.
La religione, a mio modo di vedere, è un fatto interiore, è un rapporto che si caratterizza fra l’uomo e se stesso, in relazione a Dio, in relazione al mondo che lo circonda. Credo che la religione non abbia in generale una valenza assoluta, ma assoluta per ciascuno di noi: è onestà intellettuale e in qualche modo anche materiale. È la correttezza nei rapporti con gli altri, è coerenza di comportamenti.


La religione è libertà di cuore e d’intelligenza. Su questo aspetto della purezza di cuore ci sono anche dei passi splendidi nel Vangelo come il famoso Discorso della montagna. La religione è rispetto di sè, di Dio e degli altri. Io credo che il problema non siano le religioni, e uso volentieri il plurale, (anche se sono convinto che nel momento in cui la religione è un paradigma ontologico del vivere, il pluralismo delle religioni è una finzione ontica, perchè il rapporto è unico ed è il rapporto con Dio, il Dio con la d maiuscola), bensì la rappresentazione delle religioni. Quindi, il problema riguarda i mezzi di comunicazione di massa, riguarda i governi, la politica, tutto ciò che si serve delle religioni per mettere l’uomo l’uno contro l’altro, per mettere i paesi gli uni contro gli altri, per fare della religione uno strumento di potere e non può essere uno strumento di potere.

Giovanni Puglisi con il Presidente Ciampi e il Premio Nobel Rita Levi Montalcini in occasione del 60° anniversario dell'UNESCO


La religione è etica, ma può essere priva di etica, la religione è potere, ma può essere priva di potere, la religione è il valore assoluto che pone in relazione ognuno di noi con Dio, con gli altri e col mondo. Credo che questo sia il senso dell’eticità. E poi, dico un paradosso, i valori assoluti della religione si caratterizzano attraverso i valori di un laicismo che esprime una religione, che è la religione della libertà che è la religione che, nell’assoluto rispetto dell’altro, afferma il sè come portatore dei valori dell’altro. Non c’è un sé se non c’è un altro, non c’è un altro se non c’è un sé. Allora io credo che la religione sia questo, prima che essere espressione di potenza o voglia di potenza.

Per quanto riguarda l'etica degli affari, qualcuno parla di ossimoro, io parlerei più di ridondanza. Il comportamento di alcuni uomini d’affari a cui abbiamo assistito in tempi recenti, e meno recenti, non è certo molto edificante. Esiste anche nel mondo degli affari quel rapporto etico con gli altri, con sé stessi e anche, in termini coscienziali, con Dio, che è imprescindibile. Quindi, è fondativo il sistema etico nel mondo degli affari, perché il mondo degli affari non è fuori dal mondo contemporaneo.

Sulla preghiera, credo che ci siano tanti modi di pregare, ognuno di noi prega come crede. La cosa più bella sarebbe che ognuno potesse pregare, come diceva Voltaire, “a sua maniera nella casa d’altri”, e questo è un po’ più difficile nel tempo contemporaneo, perché se oggi un esponente delle religioni cristiane cerca di esprimere liberamente certe idee, qualche problema si pone, basta vedere quello che accade in Iran. Quindi, il problema non è ciò che può fare ciascuno di noi, il problema è che oggi nel mondo non c’è ancora la libertà di espressione e di preghiera, penso che sia questa la cosa più grave.


08 ottobre 2009 Di Silvia Casati

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