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Il delitto paga



Questa interessantissima "lezione sul giallo" è stata tenuta da Corrado Augias a Mantova in occasione di Festivaletteratura 2006

Foto Effigie
Il delitto paga nella vita dal momento che la maggior parte dei crimini, non soltanto di sangue ma anche finanziari come quelli che vengono definiti dei “colletti bianchi”, rimangono per lo più impuniti. E poi il delitto paga nella letteratura, in particolare nella narrativa.

La letteratura giallo poliziesca o di investigazione ha origini antichissime. C’è chi la fa nascere addirittura da Edipo che diventò re di Tebe avendo sposato la vedova del precedente sovrano Laio. Essendo la città afflitta da una serie di malanni e di piaghe, Edipo inizia un’indagine per capire quale delitto impunito avesse causato tanti mali e viene a scoprire che l’autore di quel delitto è lui stesso che ha sposato Giocasta commettendo, con queste nozze, un doppio crimine, un doppio peccato, il parricidio e l'incesto.
Senza risalire così indietro, possiamo fissare la nascita ufficiale della vera letteratura poliziesca nel 1841 quando uno scrittore americano di nome Edgar Allan Poe, scrive I delitti della Rue Morgue che introducono nella letteratura la figura del detective. In quel caso si chiamava Auguste Dupin, giovane gentiluomo caduto in miseria che scopre, con un ragionamento deduttivo impeccabile, come mai due povere disgraziate siano state ammazzate in una stanza apparentemente chiusa. All’apparenza l’assassino era entrato da una finestra socchiusa che si affacciava su un viale di Parigi (immaginario naturalmente perché Poe scriveva dall’America), ma la forza deduttiva, la logica del suo ragionamento porta Dupin a concludere che, se nessuna forza umana era riuscita ad entrare lì dentro, doveva essersi introdotta una forza disumana e poiché i giornali dei giorni precedenti riportavano la fuga dallo zoo di Parigi di uno scimmione...

La deduzione trova il suo compimento nel fatto che la belva, lo scimmione, era entrato attraverso il ramo di un platano che si protendeva etc. etc.   Non è un caso che la figura di Dupin, a cui farà seguito quella più popolare di Sherlock Holmes, nasca nella seconda metà dell’Ottocento perché come tutti sappiamo quella è l’epoca del Positivismo, della fiducia nella ragione, anzi della fiducia nelle magnifiche sorti e progressive dell’umano genere: i trafori nelle Alpi, le navi a vapore che solcano imbattibili gli oceani, le macchine, la civiltà delle macchine…
Questo diffonde una fiducia, un’aria di festa alla quale partecipa anche la ragione. E questa partecipazione della ragione depura il racconto poliziesco delle origini da certi elementi metafisici e misteriosi derivati da quello che era il suo antecedente. Perché non è che la letteratura gialla e poliziesca nasca dal nulla. È figliata dal romanzo gotico inglese. Mary Shelley, ambienti tenebrosi, sotterranei, porte che cigolano, monaci lussuriosi, vergini insidiate, passi che non si sa bene a chi attribuire nella notte, cigolii di serrature, paura… Erano romanzi centrati sulla paura e anche sul “come andrà a finire”. Questi due elementi, la paura e il “come andrà a finire”, passano nel romanzo poliziesco il quale tralascia però gli elementi esoterici, misteriosi, quasi metafisici. Diventa invece quasi una espressione del Positivismo con Conan Doyle o Sherlock Holmes e poi gli altri a seguire, Agatha Christie per restare in Inghilterra, Georges Simenon per andare in Francia; in Italia abbiamo poco, qualche esempio ma poco per le ragioni che poi dirò. Tutti questi autori seguono il solco che Poe e Conan Doyle avevano tracciato: un signore o, nel caso di Agatha Christie, una signora, che sulla base della sola forza logica e deduttiva del loro cervello riescono a vedere la verità laddove altri non l’avevano vista.
Poi il romanzo poliziesco varca di nuovo l’oceano e torna negli Stati Uniti e, confermando la natura di letteratura popolare fortemente ancorata e rivelatrice della società dalla quale nasce, il romanzo giallo, il poliziesco, il suspence, negli Usa cambia di nuovo, si trasforma. Laddove il povero Sherlock Holmes nel corso della sua intera esistenza non aveva mai fatto male nemmeno a una mosca, là cominciano a volare cazzottoni, colpi di pistola, molto sesso, molto whisky, molte luci di locali notturni, macchine che fendono la notte con i loro fari, donne ambigue, e violenza. Il romanzo poliziesco si plasma infatti sulla società della quale è espressione. In Europa Maigret consuma una cena con minestra e cucchiaio accanto alla moglie, nel suo appartamento in Boulevard Richard-Lenoir a Parigi. In America: impermeabile, bavero alzato, cintura stretta alla vita, la catena di sigarette (chain smoke) accese e spente in continuazione, il whisky, il sesso, le botte…
Uno dei grandi scrittori di gialli americani, a mio parere forse il maggiore, Raymond Chandler,  creatore di una figura bellissima di investigatore che si chiama Philip Marlowe, scrive parlando di Dashiell Hammett, che è un po’ il fondatore del giallo americano: Hammett restituì “il delitto alla gente che lo commette per ragioni concrete, e non semplicemente per fornire un cadavere al lettore”. E l’assassino usa mezzi accessibili, non pistole da duello e i suoi personaggi parlano la lingua di ogni giorno. Le caratteristiche, dice Chandler, di realismo del romanzo poliziesco negli Stati Uniti si accentuano. Così come, facendo un rapidissimo passo indietro, il naturalismo europeo francese e italiano con Zola e Verga, alla fine dell’Ottocento, aveva dipinto la società della quale voleva essere espressione, la stessa cosa fa il romanzo americano per la società che rappresenta e Raymond Chandler acutamente lo sottolinea.


Rex Stout inventa il simpatico personaggio di Nero Wolfe (c’è stata anche una fortunata serie televisiva in Italia con Tino Buazzelli che interpretava magnificamente questo grassone), uno che non si muove mai dalla sedia, si mette lì, chiude gli occhi, gira i pollici e, per pura forza deduttiva e intellettuale, capisce chi è l’assassino.
Si trovano nel genere poliziesco scrittori di ogni livello, anche altissimo. Per l’Italia faccio soltanto i nomi di Gadda e di Sciascia, parlo de Il pasticciaccio brutto e de Il giorno della civetta. Ma ci sono elementi di giallo anche in Dostoevskij, in Delitto e castigo.
Il giallo appartiene a quello che i tedeschi chiamano Mittelliteratur, cioè la letteratura media, ed è necessariamente letteratura media perché si deve occupare e deve raccontare a chi lo legge una gran quantità di dettagli per far procedere l’azione. Neanche un genio come Dostoevskij riesce a togliere alla descrizione di un delitto quella certa meccanicità che lo accompagna, così come è inevitabilmente meccanico, anche se è affidato alla penna dello scrittore più dotato, la descrizione di un atto sessuale. Se io voglio descrivere nei dettagli un delitto, “la colpì tre volte al capo eccetera”, o un atto sessuale, devo per necessità citare dei particolari di azione o anatomici, che tolgono alla letteratura quell’aura che la rende alta letteratura.


Anni fa facemmo un gioco, con dei ragazzi in università: isolammo da Delitto e castigo le quindici righe che raccontavano l’omicidio della vecchia e le affiancammo alla scena di un omicidio descritta in un romanzo giallo qualunque, chiedemmo poi a questi laureandi in Lettere “chi è Dostoevskij e chi è Pinco Pallino”?
Alcuni indovinarono, ma semplicemente a caso perché la descrizione del delitto era praticamente indistinguibile nei due autori. Questo per dire quali motivi di fascino ma anche quali palle di ferro si porti dietro la narrativa poliziesca.
Tralascio Scerbanenco, Fruttero e Lucentini, Camilleri, Lucarelli, Carofiglio, De Cataldo… Potrei fare un lungo elenco di autori perché ormai la letteratura poliziesca italiana è molto prolifica e di buon livello.


Nella seconda parte di questa conversazione vorrei spiegare perché, secondo me, il giallo dal 1841, cioè da quando abbiamo fissato la sua data di nascita, al 2006 non ha mai conosciuto un momento di stanchezza anzi al contrario ha proliferato.
Dal tronco principale dell’investigazione poliziesca, diciamo per comodità alla Sherlock Holmes, è derivata la variante americana poi, in anni più recenti, nel dopoguerra, la storia di spionaggio (ad esempio La spia che venne dal freddo di John Le Carré per citare l’opera più indicativa). Poi sono nate varie tipologie di thriller, che sempre si basano su un delitto, un omicidio iniziale, ma che poi non seguono le strade del giallo e se ne vanno un po’ per gli affari loro: il thriller di tipo legale, il legal thriller o il noir, e questo merita un piccolo cenno a parte.
Perché i libri gialli si chiamano così in italiano? Perché la casa editrice Mondadori, in anni molto lontani, cominciò a pubblicare ogni settimana dei fascicoli che racchiudevano ognuno un’avventura ricca di suspence e avevano una copertina gialla con un cerchio rosso dentro cui c’era una figura: da lì venne il nome di “giallo”, intraducibile alla lettera nelle altre lingue.
Questa letteratura, che è di necessità una letteratura media, fa sorgere tra le altre cose il nero che si distingue dal giallo per due o tre elementi strutturali di base.
La prima cosa è che nel giallo i buoni e i cattivi sono nettamente distinti. Magari ci può essere una figura ambigua che poi alla fine si scopre essere l’assassino. E poi si conosce anche l’happy end, il lieto fine, la scoperta del colpevole che viene assicurato alla giustizia. Un saggista ha scritto che il romanzo poliziesco mette in piedi una struttura narrativa reazionaria in senso politico perché si apre con un omicidio che viene spiattellato sotto gli occhi del lettore nelle primissime pagine, cioè con un violazione grave della legge, e poi alla fine l’ordine violato si ricompone, Law and Order, Legge e Ordine.
Il noir no, il noir può anche finire male. Non solo non distinguiamo i buoni dai cattivi ma possiamo anche avere una storia dove non c’è un lieto fine, anzi c’è una fine triste.
E poi, il terzo elemento che caratterizza e che già era comparso nei romanzi di spionaggio ma che ancor di più si segnala nel nero: non sono limpidi i fini per i quali i personaggi agiscono. Sono ambigui.
A nessuno può sfuggire la differenza tra Sherlock Holmes e, ad esempio, Jean-Patrick Manchette (cito un un autore di romanzi noir francesi perché è la letteratura che a me piace di più): Manchette rispecchia quel realismo cui accennavo, appartiene a un’epoca come la nostra fatta più di incertezze, quella che Sigmund Baumann definisce “la modernità liquida”; Sherlock Holmes invece rispecchia la Londra vittoriana, il positivismo, la fiducia e le certezze di fine Ottocento.
Quali sono gli elementi di fascino, dicevo prima e torno a ripetere, di questo tipo di narrativa?


La mia idea è che siano essenzialmente due. Uno l’enigma. Due il sangue. E al sangue, come sottomotivo, aggiungo il sesso. Perché noi siamo costruiti in maniera tale che, posti di fronte a un enigma, a un indovinello, a una cosa irrisolta, a una domanda, siamo d’istinto portati a cercare di risolverlo. Fatte le dovute proporzioni è la ragione del successo dei quiz televisivi che impazzano da cinquant’anni.
Il sangue esercita su di noi, belve umane fin dai tempi di Caino, una attrazione forte, siamo fortemente respinti e attratti dal sangue. Ne do un esempio corrente: quando c’è un incidente sull’autostrada si creano file sulla corsia opposta dovute ai curiosi che non possono fare a meno di rallentare per gettare uno sguardo, pronti a distoglierlo se la visione fosse troppo orribile. Siamo incuriositi nel vedere il sangue degli altri, il sangue sparso crea in noi una doppia reazione, di orrore e di fascino. Così come l’amore. Quante storie, romanzi, film, opere liriche sono tessute su questi due elementi: il sesso e il sangue, l’amore e la morte. Ci sono correnti intere di narrativa che giocano su questi due elementi. Ed è la ragione per la quale se la vittima di un delitto è una giovane donna, e qui passo dalla letteratura alla cronaca, tutti i quotidiani non resistono alla tentazione di titolare forte. Perché quelle storie vengono lette con avidità così come avviene in questi giorni per  le vicissitudini di quella Natasha Kampusch tenuta prigioniera per otto anni in un buco. Ci attira l’enigma di quell’esistenza che la ragazzina non ha sciolto, anzi ha corazzato. Gli psicologi austriaci hanno fatto due ipotesi. Che quella durezza, quella lucidità innaturale in una ragazza di 18 anni che esce da un’esperienza simile, sia una corazza adrenalinica che lei si è costruita, che sta ancora vivendo e che prima o poi si incrinerà e crollerà,  obbligando gli psicologi a rimetterla insieme pezzo a pezzo. L’altra ipotesi è che lei in quegli otto anni di prigionia orribile con un rapporto non chiarito col suo rapitore abbia maturato una tale resistenza, una tale maturità anticipata, abbia trovato in se stessa per non impazzire tali risorse psichiche che ormai è fatta così, non crollerà, sfrutterà abilmente la popolarità, i soldi che le arriveranno. L’enigma di quella esistenza fa leggere a tutti con passione i giornali. Vogliamo sapere se con quello ci andava a letto. Vogliamo sapere com’è stato il passaggio dall’infanzia alla pubertà, alla prima giovinezza.


Violenza, sangue e sesso torbidamente si intrecciano naturalmente. E questa è la forza del racconto poliziesco, e quella della cronaca che assomiglia al racconto poliziesco. Con una differenza: a parte l’eccezione del noir, il racconto poliziesco dà ordine alla vita e fa svolgere i fatti secondo una sequenza precisa, laddove i fatti della vita vera spesso non hanno ordine, sono caos. C’è un solo romanzo La promessa di Friedrich Dürrenmatt, uno scrittore svizzero, in cui si mette in scena, o meglio si racconta, il fallimento di un’indagine: un poliziotto aveva promesso a una signora di scoprire chi fosse l’assassino della figlia, non ci riesce e la sua promessa cade.


Adesso voglio fare un piccolo esperimento. Tutti noi, cattolici, cristiani o no, siamo posti davanti a degli enigmi veri, in questo caso drammatici, altamente drammatici, delle vicende del genere umano che per esempio possiamo racchiudere nella domanda: “perché Gesù detto il Cristo è stato processato e  condannato a morte?”. Il fedele, il credente, risponde facilmente: è stato processato e condannato a morte perché si adempisse il corso delle Scritture che così avevano determinato. Dove si apre però poi il problema collaterale fortissimo. E il ruolo di Giuda, il traditore, qual è ? Anche Giuda è un elemento della Provvidenza che permette alle Scritture di avverarsi? E allora perché si impicca e le sue viscere si spandono quando il corpo cade? Non è anch’egli uno strumento divino? Ma questo è un discorso complicato che non sta a me fare. Mi fermo invece sul processo. I vangeli come sapete sono tanti ma io mi fermo ai quattro riconosciuti ufficialmente. I vangeli danno motivazioni diverse per il processo e la condanna.

Giovanni dice che il motivo addotto dalle autorità di Gerusalemme per mettere a morte Gesù sembra essere la resurrezione di Lazzaro. Questo episodio non è menzionato da Marco dove la decisione dell’arresto viene presa dopo la cacciata dei mercanti dal tempio. E ci dovremmo chiedere: che cosa vuol dire la cacciata dei mercanti dal tempio? Perché questa azione è stata considerata in maniera simbolica: Gesù caccia i mercanti dal tempio perché facendo azioni mondane e terrene sporcano la casa del signore. Ma i mercanti del tempio erano i venditori di animali per sacrifici che erano prescritti dalla Torà, dalla legge ebraica. Allora che senso aveva cacciarli? Forse erano troppo vociferanti? Facevano pagare troppo care le loro tortore o i loro agnelli sacrificali? Giovanni colloca la cacciata dei mercanti all’inizio dell’attività pubblica di Gesù laddove gli altri vangeli la collocano alla fine. Quindi dà un’altra motivazione che è quella della resurrezione di Lazzaro. In un caso o nell’altro quale che sia stata la vera ragione noi vediamo che Gesù è diventato un perturbatore dell’ordine pubblico e siccome la Giudea era allora una terra occupata militarmente dai Romani, le autorità del tempio di Gerusalemme temono che i disordini che questo profeta sta suscitando possano scatenare una repressione dura da parte dei romani. Ci troviamo di fronte a un enigma che coinvolge tutto il nostro essere. La nostra vita, la nostra esistenza è intrisa continuamente di episodi, figure, personaggi. Andarono veramente così le cose? Se avessimo la certezza che le cose siano andate veramente in un certo modo che bisogno ci sarebbe di rivedere per l’ennesima volta la storia e di scrivere per la quarantesima volta la biografia di Napoleone? Che ce ne sono già ottime scritte dal 1821-22 in poi. In realtà non sappiamo veramente come è andata la Storia e, a seconda di come spostiamo i pesi, i personaggi, gli eventi, i valori cambiano di significato. Questa è un’altra ragione per cui il romanzo poliziesco, la letteratura di investigazione ha un successo più che secolare. Perché in un modo o nell’altro imita la vita, ci ricorda che siamo creature caotiche in un mondo caotico dove forse solo la pagina scritta spesso riesce a darci una risposta univoca e convincente.

Si ringrazia per la collaborazione Donata Raimondi.

02 ottobre 2006 Di Corrado Augias

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