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Discografia breve per capire come il grunge non sia mai esistito  

Grunge: storia di un fenomeno (musicale) sconosciuto. E che non è mai esistito

Non c’è modo migliore di affrontare il problema e di capire l’operazione forzata con la quale il business musicale ha creato il fenomeno grunge, che analizzare i dischi principali, considerati elemento fondativi del movimento.

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Pubblicati tutti nel biennio 1990-1992, dimostrano senza alcuna possibilità di smentita quanto il grunge, in realtà, non esistesse e di come il grunge, secondo la comune accezione, appartenesse solo ai Pearl Jam (prima) e agli Stone Temple Pilots (poi).  


Mother Love Bone – Mother Love Bone (Polydor)



Gli iniziatori.
Forse l’unico vero gruppo grunge della storia.
Nati e morti nella brevissima stagione di un biennio (a causa della prematura scomparsa di Andrew Wood, deceduto per overdose) i Mother Love Bone univano il rock americano ad una grande decadenza espressiva, figlia quasi del glam più cupo degli anni settanta.
Nel loro genere, unici.








Pearl Jam – Ten (Epic)



Ne parliamo diffusamente in sede di recensione, ma Ten dei Pearl Jam è il prototipo e l’archetipo del disco grunge.
E la dimostrazione che tutti gli altri, con il grunge, c’entravano proprio poco. Chitarrismo elettrico denso e potente, in puro stile Neil Young, e rock al calor bianco.
E quella voce lirica di Eddie Vedder che fece la storia del genere.

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Soundgarden – Badmotorfinger (A&M)




Fulminante e straordinario esempio di evoluzione del post punk e dell’hard rock, Badmotorfinger dei Soundgarden metteva in risalto un apparato secchissimo, ben lontano dalla pienezza dei Pearl Jam, e un’acidità notevolissima (figlia sicuramente di certo acid rock anni settanta).
Canzoni segmentate, durissime, come Jesus Christ Pose e Rusty Cage, che scivolavano verso il post punk.








Nirvana – Nevermind (Geffen)


L’album, croce e delizia del grunge.
Delizia, perché è uno dei dischi più belli degli anni ’90.
Croce perché diede al grunge un significato che non era suo.
I Nirvana non furono mai grunge. Furono una deriva dell’Hard Rock e del post punk, ma in una chiave molto heavy.
La loro storia, a partire da Bleach, raccontava più di una band dedita al culto dei Blue Cheer e degli Husker Du che a quello di Neil Young e delle radici americane.
Il disco della consacrazione e della morte del grunge. Il disco di Smell Like Teen Spirit e della discesa del “grunge” nel mondo di MTV.








Alice In Chains – Dirt (Columbia)




Gli Alice In Chains, nonostante la credenza comune, furono almeno all’epoca del loro esordio, una grandissima band di hard rock moderno.
Dove per Hard Rock s’intendeva e s’intende la radice storica dei Led Zeppelin. Dirt dimostrava come, nel sottobosco di Seattle, si muovesse una scena autenticamente influenzata dal classic rock.
E che del classic rock stava prendendo la densità.








Mudhoney – Superfuzz Bigmuff  (Sub Pop)



Il grande classico della Sub Pop, l’etichetta responsabile di aver creato e gettato le basi per la fuoriuscita di una generazione “alternative” poi raggruppata sotto l’egida del grunge.
Ma i Mudhoney altri non erano che la reincarnazione degli Stooges in chiave post punk.
Compressissimi, acidissimi, compulsivi, ironici, soffocanti, costantemente basati sulla ripetizione degli stessi riff, e saturi come nient’altro, in quel momento al mondo.








Stone Temple Pilots – Core (Columbia)



Gli Stone Temple Pilots furono gli unici a tentare di porsi tra gli Alice in Chains e i Pearl Jam e sono mondialmente riconosciuti come il gruppo grunge per antonomasia, con i Pearl Jam stessi.
E, rispetto a tutte le altre band, erano quelli che più si avvicinavano al concetto di alternative rock.
Ed infatti, furono loro gli iniziatori del sub movimento che portò poi alla creazione del nuovo rock alternativo americano .








28 aprile 2009 Di Mario Ruggeri

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