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Grunge: storia di un fenomeno (musicale) sconosciuto. E che non è mai esistito


Ci sono voluti tanti anni e una rilettura, a posteriori, di tutti gli eventi per emettere una sentenza tanto clamorosa quanto vera: il grunge, considerato l’unico vero movimento, musicale e giovanile, di massa degli anni ’90, non è mai esistito, o meglio, non avrebbe dovuto chiamarsi grunge.
O meglio ancora, è esistito, ma solo come fenomeno di marketing ad opera di un gruppo di sedicenti discografici, che in qualche modo doveva pur campare.


È proprio la storia ad avercelo detto, e anche molto chiaramente: provate a riascoltare Ten dei Pearl Jam (del quale parliamo in sede di recensione) a 19 anni dalla sua nascita, poi passate a Nevermind dei Nirvana: paragonateli e pensate che sono stati considerati sotto lo stesso genere musicale.
A questo punto, probabilmente, capirete di cosa stiamo parlando.




E per saperne di più: discografia ragionata di un genere inesistente >>>



Tesi: il grunge non esiste
Sviluppo: procediamo per gradi


Il periodo storico (musicalmente parlando) nel quale nasce il grunge è, più o meno, paragonabile al deserto assoluto.

Il rock vive un momento di grande transizione, segnato da un calo artistico impressionante e da una totale mancanza  di certezze per il futuro.
Per i discografici, consapevoli di come il rock sia l’unica cultura di massa che, attraverso le sue diverse  fasi, è in grado di assicurare, una volta raggiunto il successo vendite costanti, anche dando origine a fenomeni pop e a nuovi mercati, questo diventa il segnale più inquietante e preoccupante.

Non va mai dimenticato, infatti, che i mostri sacri del rock, nati come entità proto-rivoluzionaria, una volta raggiunto il punto di equilibrio sono sempre, e sottolineo sempre, divenuti patrimonio della cultura popolare, e quindi veicolo di vendite stellari.
Scegliete una band a caso: che siano i Led Zeppelin o i Queen e scoprirete che è proprio così.
La loro genesi parla di fenomeni culturalmente nuovi, innovativi, i loro esordi di difficoltà ed anche di disprezzo delle regole. Ma la loro maturità ha sempre coinciso con l’abbandono nelle calde braccia del successo mondiale. Così è stato per quasi tutti. Tranne che per chi ha deciso di autodistruggersi prima.   




La fine degli anni ’80 sancisce, quasi contemporaneamente, l’appannamento  dell’Heavy Metal
- che dopo qualche anno avrebbe vissuto una seconda giovinezza, attraverso il prog metal, musica a base heavy metal ma dalle forti influenze progressive europee degli anni ’70 (e coincidente con l’esasperata ricerca della perfezione e del tecnicismo musicale)  -  e dell’Hardcore Americano - unica vera fonte indipendente del mercato contemporaneo – nonché della definitiva morte del post punk degli anni ’80, e risente di un'assoluta mancanza di gruppi traino: per l'avvento dei Metallica bisognerà aspettare ancora qualche anno.

In questo vuoto quasi istituzionale, a Seattle, sede della Sub Pop, un’etichetta abituata a sondare i terreni più pericolosi del rock suburbano, comincia a smuoversi qualcosa: un gruppo di band indipendenti, con ispirazioni e con background diversi, si uniscono sotto la grande bandiera del rock alternativo.
Alternativo a che cosa?
Ottima domanda: probabilmente alternativo a nulla. O al nulla.
O, molto più correttamente, alternativo a quanto esistente negli anni ’80.
Un plotone di musicisti uniti dalla voglia di scrollarsi di dosso il retaggio di un ventennio precedente, scomodo e pesante. Un gruppo di artisti con tanti suoni nuovi in testa e tanta voglia di mischiare le carte. Musicisti che non cercavano una definizione, proprio perché antitetici l’uno all’altro. E che, ad un certo punto, si trovarono costretti nella grande famiglia del grunge: il Seattle sound. 



Perché Seattle?




È una domanda che io stesso ho posto ai diretti interessati, più di una volta, ovvero a chi ha sempre negato l’esistenza del grunge.
Stiamo parlando di persone del calibro di Jack Endino, il produttore storico di tutte le band di Seattle; Dave Grohl, all’epoca batterista dei Nirvana. Stone Gossard dei Pearl Jam; Chris Cornell dei Soundgarden. Giusto per citarne alcuni.
Perché Seattle? La risposta è sempre stata unanime.

Storicamente, Seattle è sempre stata una delle città crocevia della cultura americana. Luogo di incontri atipici che, diversamente da New York, hanno sempre riguardato la tradizione e la cultura prettamente statunitense (a differenza di New York, appunto, dove confluivano anche l’esperienze europee).

Seattle era ed è la città dei menestrelli moderni, dei cantautori, dei poeti di strada e dei letterati indipendenti.
Seattle era ed è la culla della white culture Usa.
Lì e proprio lì, la trasformazione in rock della tradizione cantautorale ha dato origine all’unico e vero suono identificabile con il termine grunge che è appartenuto, in prima battuta, solo ai Pearl Jam.
Che non a caso hanno sempre citato (e suonato dal vivo) Neil Young, profeta del rock bianco elettrico Usa. Ai Pearl Jam, appunto. E solo a loro.
 
Ebbene, in quel momento e solo con quel gruppo nasceva il grunge, o alternative rock.
Una band (che discendeva dai Mother Love Bone del prematuramente scomparso Andrew Wood) vestita in camicioni di flanella, che spopolava nell’underground di Seattle. 



Al comando i discografici


soundgarden
E mentre il grunge nasceva, lì, in quel momento, i discografici decisero che sarebbe stato altro: un finto movimento che rispecchia la moda e accoglie la filosofia del pop con la sua diffusione di prodotti commerciali fatui, abbandonando l’arte.
Fu allora che capirono le potenzialità di questa sorta di musica "fashion" che andava a raccogliere una larga fetta di popolazione giovanile, cresciuta con il culto dell’immagine degli anni ’80, in piena crisi da post reganismo e alle prese con una grande recessione economica (Giovani, Carini e Disoccupati, ricordate?).
C’era la possibilità di diffondere e commercializzare immagini iconografiche (quelle dei cantanti come Kurt Cobain) o tante linee di abbigliamento o un ricco corredo di accessori a completamento.
Bastava solo comprimere tutto insieme.

Ed è qui che muore il grunge.
Perché non è un movimento spontaneo.
A dettare le regole non sono i gruppi, accomunati dallo stesso tipo di radici musicali. No.
A comandare il gioco sono i discografici che impongono un marchio: come contropartita, le chiavi del successo. 
Ed eccolo il grande punto di rottura con tutti i grandi movimenti di massa antecedenti: punk, heavy metal, post punk, hard rock, giusto per citarne alcuni, nacquero come collettività unita da un suono e costrinsero, di volta involta, i discografici ad adattarsi a quel tipo di cultura.
Nel grunge, invece, sono i media a creare qualcosa che non c’è, e a sbatterci dentro tutto il possibile. Creando qualcosa di veramente indecifrabile e di forzato. E forzando i gruppi a cambiare.
Un esempio tipico è il passaggio dei Soundgarden, da Badmotorfinger a Superunknow, disco che assunse giocoforza le sembianze di quella cosa che poteva essere chiamata grunge.


E infatti il music businnes riuscì nell’intendo di creare un movimento apparente, nel quale confluirono band come i Nirvana, i Pearl Jam, i Mudhoney, i Soundgarden, i Tad sotto un unico comune denominatore quella del grunge appunto, dando origine a una convivenza forzatissima.

Negli anni Settanta il più importante e dissacrante critico rock della storia, Lester Bangs, profetizzò che dopo il 1972 il rock sarebbe stato solo l’Industry Of Cool: l’industria del più figo.
Che tutto sarebbe stato finalizzato a creare dei mostri fabbrica soldi, senza più alcun riguardo per il valore culturale della musica rock, e ad ogni costo possibile.
Ecco, il grunge fu forse l’esempio più calzante di questo teorema perfetto (prima dell’avvento del Crossover, alla fine degli anni ’90).

Il grunge paragonava e unificava gruppi influenzati dal rock americano (Pearl Jam), gruppi influenzati tanto dal punk quanto dall’acid rock anni settanta (Nirvana e Mudhoney), gruppi influenzati dal post punk (Soundgarden) e gruppi mutanti, I Tad.

In pratica era come voler mettere sotto lo stesso tetto Sex Pistols, Neil Young, Blue Cheer, e Led Zeppelin: un’operazione culturalmente insostenibile. 



pearl jam


Come e perché sopravvisse il grunge?


Tristemente, riuscì a non scomparire sospinto solo dal sacrificio umano di Kurt Cobain, novello Jim Morrison, la cui morte e la cui iconografia servì da collante innaturale per un fenomeno totalmente astratto.
Ma che diede la spinta finale in termini di vendita e di emozione collettiva.
 
Paradossalmente, fu la seconda generazione di band, quelle che raccoglievano l’eredità musicale dei Pearl Jam, a creare il vero movimento grunge: Stone Temple Pilots, Alice In Chains, Days Of The New.
E come in ogni favola assurda che si rispetti, quando nacque il vero grunge, il mondo non lo riconobbe e lo definì “alternative rock” , inserendolo nell’ennesima schiera di band l’una diversa dall’altra (Mazzy Star, Weezer, Cracker, Counting Crows, per citarne alcuni).
 
Ma ormai la storia del grunge era già giunta al termine, lasciando un manipolo di grandissime band, e la certezza di aver vissuto un fenomeno costruito a tavolino, ma senza alcuna continuità né artistica né culturale.
Un fenomeno mai esistito: appunto.






28 aprile 2009 Di Mario Ruggeri

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