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L'ESTRANEO E LA BELLEZZA di Piero Colaprico

Un discorso pubblico, tenuto a Milano davanti alla platea dell’Università della Bicocca, diventa un racconto che Piero Colaprico ha scritto per Satisfiction.
Proprio un racconto perché, come sottolinea lo stesso Colaprico nella prefazione all’ultimo Le indagini del maresciallo Binda (Rizzoli), “scrivere significa mettere i punti e le virgole.- Rispettare la grammatica e la sintassi. Il vocabolario. Evitare le assonanze. Togliere, soprattutto nei gialli, gli aggettivi, se non quando sono indispensabili…”. E il testo di Colaprico risulta indispensabile, sin dalle prime geniali righe, per comprendere i mostri al pixel dei nostri incubi in technicolor. Che cosa ci è successo davvero?


La paura dell’estraneo in casa, nel Nord, cominciò nel ferragosto del 1990, a Pontevico, nel bresciano. Quando, con particolari che risparmiamo, venne sterminata una famiglia di quattro persone da un giovane e violentissimo criminale serbo, Ljubisa Urbanovic.
Individuato in Italia grazie alla targa di un’auto rubata, alla memoria di un casellante
dell’autostrada, a un identikit della Scientifica, finì in prigione dopo una lunga caccia oltre Confine, mentre cominciava la guerra nella ex Jugoslavia. 
Mi ricordo che andai a Belgrado per parlare con il sergente di polizia che lo acciuffò. Era una specie di Ercole pelato e nella Serbia, ancora comunista, aprì al cronista la porta del suo ufficio. Sulla scrivania teneva una pistola cromata, carica, in mezzo alle penne. «Non uscirà mai di galera, in Italia non c’è da aver più paura», disse. Bella frase, ma sbagliata. In Italia la paura c’è. Dilaga. 
E si sposa con i temi politici della sicurezza. Con gli «approfondimenti» televisivi che, spesso, non sono un approfondimento, ma una replica dei luoghi comuni strillati e inquadrati in primo piano. 
Con un giornalismo scritto che talvolta copia la tv peggiore, invece di disprezzarla e starne alla larga.

Non sono tra quelli che minimizza sul diritto delle persone a non sentirsi sicure.
Perché i fatti sono fatti. 
E imprigionato un Ljubisa, altri come lui, pericolosi e crudeli, hanno organizzato e diretto le «bande delle ville», gli assalti dentro casa, hanno schiavizzato ragazze e ragazzine per mandarle sui marciapiedi, hanno portato una violenza spicciola ed efferata: per un orologio si finisce all’ospedale. 
Non che noi italiani non conoscessimo la violenza. Non vorrei ricordare cose che dovremmo sapere tutti, come chi ha bruciato un ragazzo nell’acido, chi ha messo le bombe nelle piazze e nelle banche, chi ha fatto saltare pezzi di autostrada e di città per uccidere chi combatteva la mafia...
E, infatti, il punto è: la paura cresce. 
Ma come mai sulla realtà oggettiva si è andata innescando una sorta di fantasia noir che viene rilanciata dalla politica? 
È una forma di nevrosi collettiva? Che cosa ci è successo davvero?

«Per arrivare alla Pianta decisero di passare da piazzale Maciachini, in modo da dare un’occhiata al bar. 
Poi imboccarono via Imbonati e, dopo un isolato, l’ispettore della Omicidi Francesco Bagni ebbe una sorta di illuminazione sul melting pot, il calderone milanese, il crogiolo di quella che sarebbe stata la città futura. 
Bastava leggere le insegne. Phone center Aladino. Rosticceria cinese Feng Cheng. Trattoria piemontese da Sergio. Drogheria asiatico-sudamericana. Euro Asia videoteca. Articoli da regalo indiani. Ristorante italo-cinese, che in un menu a lettere cubitali pubblicizzava la cotoletta alla milanese. Royal Bangla take away. Slim Shamir, prodotti tipici libanesi. Il vero Kebab. Sala del tempio dei testimoni di Geova. Puglia sound. Questo e altro, tutto in duecento metri di marciapiede, di fronte a una vecchia e desertificata industria, la Carlo Erba.
«Ma guarda che Roba, la Milanistan del cazzo». 
«Cosa?», chiese Bagni al collega Marulli. Non aveva capito la parola. 
«Non è più Milano. Preferisci chiamarla Milaq? Siamo in pieno territorio straniero. Checkpoint Charlie, come a Berlino… A me non piacciono. Si stanno allargando troppo. E poi hanno quei kamikaze del cazzo. A loro deve piacere farsi esplodere come un fuoco d’artificio… questione di un attimo. Boom ti spari direttamente nel tuo paradiso. Ma se ne becco uno io, il fuoco glielo faccio assaggiare con un accendino, pezzo a pezzo, perché noi italiani siamo bravi e buoni, ma finché non ci girano. E sai quanta gente stanno girando? Sai quanti amici miei cominciano a fare discorsi strani?».

Da Trilogia della Città di M.


Quando ho pensato a un intervento per un convegno universitario dal titolo così «serio», Educare a Milano, mi sono chiesto se fosse opportuno citarmi. Citare un mio lavoro. Oppure se dovessi essere meno narciso e usare un altro tipo di benzina. Vorrei insistere in questa prospettiva di profilo basso...

…Dalla seconda lettera di Piero Colaprico ai Bicocchesi

«Questa era una città perfetta per camminare, nonostante lo smog e il rumore perenne del traffico. Pianeggiante, ben fornita di angoli e angolini segreti, sin troppo ricca di vetrine con tante cose se non uniche, rare (...) Permetteva a chiunque di sentirsi se non in santa pace, almeno nel posto giusto.
E poi, con quel tipo di gente che s’incrocia solo in una grande città. 
L’attore che passeggia prima del teatro, il grande finanziere che fila via veloce. C’erano, allora, i volti noti e i tanti volti ignoti con qualcosa di speciale, forse un sogno, forse un’idea, forse un grande amore che, a dispetto del grigio e del cemento, è riuscito a illuminare uno sguardo. Quello mio e di papà.

E il tuo, Carlo, che quando eri nato eri bello, l’ostetrica ti aveva messo sulla mia pancia e mi ha detto, me lo ricordo ancora, me lo ricordo... “Guardi, signora, tiene la testa eretta, è forte”. Come ci inganniamo.
Un tempo mi era più facile trovare gente con cui sentirsi in sintonia, particelle dello stesso respiro metropolitano. Adesso è come se le polveri sottili, gli agenti inquinanti fossero scesi dall’aria per posarsi sulle persone. E anche se il nostro sangue rimane liquido e ha sempre una gran fretta di sgorgare dalle arterie siamo tutti intossicati da una stagione che è diventata marcia, le persone sono come l’uva colpita dalla grandine, come la frutta inaridita sotto il sole cocente.
Quando io ero giovane, essere era meglio di avere. Poi siamo diventati che avere è
meglio di essere. Ma, negli ultimi tempi, siamo diventati solamente quello di cui abbiamo paura...

Ogni messaggio si basa sulla paura: la paura dei comunisti, dei giudici, dei ladri, dei negri, degli ebrei, della sinistra, della miseria, dei ghiacciai che si sciolgono, degli islamici...  Ogni cosa è nuaaaaaaaaarrrrrrrrrr.
È così che finiamo per diventare gli amici dei morti e...»
Eccetera eccetera eccetera, era un mio testo per il teatro.
Come scrittore può farmi piacere che ogni cosa sia noir. Ma lo è davvero? Che cosa
vediamo quando diciamo di vedere? Che cosa sappiamo? Una risposta la trovo nel classico io c’ero. Ho scoperto di essere coetaneo di Roberto Sandalo, che aveva cominciato con Prima linea e le Brigate Rosse e ha finito qualche mese fa con gli attentati alle moschee. C’ero come cronista, negli anni 80, quando finiva la carriera Angelo Epaminonda detto il Tebano. Mi ricordo. Era una città da 130, 150 morti ammazzati l’anno.
Là ho avuto davvero paura, una volta. C’era un pentito che viveva in un monolocale delle case popolari. Il lavello rigurgitava di cataste di piatti sporchi. Il caffè mi venne offerto in una tazzina inguardabile. L’uomo parlava dei suoi guai e delle sue storie, compresi sequestri e omicidi, con relax. Prendevo appunti e pensavo: «Questo qua è un condannato a morte, se lo beccano lo ammazzano in un nanosecondo».
Prima di andarmene, ci scherzai su: «Ovviamente, non dirò mai che sono venuto a casa tua». «Se lo fai sei pazzo», rispose l’uomo.

«Lo dico per te, a me che me ne frega?».
Allora quel tipo afferrò con estrema rapidità un cucchiaio di legno e me lo spinse tra le
cosce: «Se loro sanno che tu sai dove abito, ti acchiappano, ti caricano in macchina e
quando ti mettono un ferro tra i c., tu ti canti tutta l’avemaria e me li porti qua. Quindi è per te che non devi dire dove sto, non per me. Hai capito?». 
Ecco, l’avevo visto trasformarsi e avevo capito che tra la vita e la morte è davvero questione di un attimo.
Sempre per tornare a quell’epoca, c’era Parco Lambro: 3mila eroinomani andavano a
comprare la «roba» dai nigeriani, comandati dai clan calabresi. Venivano censiti i decessi da overdose. Tantissimi. Oggi il censimento nero dice che i delitti sono 30. E la droga è cambiata: non più l’eroina che annulla i problemi e te stesso, ma droghe più sociali, frizzanti, ecstasy, cocaina, che fanno stare bene, le droghe sociali… Ogni tanto si conta un morto durante un rave party, crolla giù con il cuore spaccato dalla fatica: ma gli altri ballano lo stesso, sono tutti molto sociali...
Sempre per parlare un po’ del passato, allora si vedevano scene impressionanti, teste spappolate dal piombo, non c’era la scientifica a mettere il nastro rosso e bianco. 
Ci sono meno insomma meno crimini oggi - nella realtà - ma, al contrario, la paura non solo dilaga, ma diventa un argomento nelle nostre cene, oltre che di dibattiti ed editoriali. Un po’ come il calcio. Solo che non facciamo tifo per i delinquenti e, secondo me, nemmeno per lo Stato. Noi facciamo tifo per la paura. Narriamo la paura come se ci riguardasse. Ogni giorno in cui non ci attaccano, ah, che gioia, siamo vivi. Siamo degli eroi quotidiani, perché la paura è intorno a noi.
E chi ce la fa, tutta questa paura? 

Dalla terza lettera di Colaprico agli universitari più paurosi.


«Mi chiamo Ioan Lovinescu e alle sette spaccate, puntuale come ogni giorno, eccomi nel mezzanino del capolinea della mm rossa, a Sesto San Giovanni. Devo essere puntuale, perché gli impegni sono impegni e io ne ho tanti da rispettare. Con un orario preciso. Lasciata la baracca, dopo il tragitto insieme con i miei amici, ora sono solo. Solo in mezzo a tanti, soli come me. Vanno a lavorare verso il centro di Milano e leggono il giornale distribuito gratis fuori dalla stazione. Lo sfoglio anch’io. Magari dire che leggo è un po’ esagerato (“Leggo”, tra l’altro, è proprio il nome del giornale), qualcosa però capisco, qualche parola non è molto diversa dal romeno e il resto lo immagino guardando le foto...».
Il barbari arrivano in metrò e sono soprattutto loro che ci fanno paura. 
È cominciata la quinta stagione: dopo la stagione delle bande della ligera, delle rapine assassine, delle gang all’americana e degli Anni di piombo, dopo quella che sembrava la quarta e ultima stagione, Tangentopoli, sono arrivati i barbari. 
Come Lovinescu, che ha in mente una cosa. «Obiettivo Mc Donald’s. Sono le sette e venticinque ed è illuminato, è già aperto. Entro, non guardo nessuno e scendo di corsa le scale per il cesso. Ci resto quasi un quarto d’ora: devo approfittare di un bagno aperto e deserto anche per sciacquarmi un po’. E per sbarbarmi. Devo sbarbarmi. Ogni giorno lo faccio».
Dai bagni di Mc Donald’s Ioan esce di fretta, dove vai, Ioan?

«Mi basta attraversare la strada e sono in piazza Santa Francesca Romana. Entro in
chiesa, esco dalla chiesa. Questione di secondi, giusto il tempo di dare un’occhiata alla situazione. Sì, dentro c’è già un po’ di gente che comincia la giornata non in metropolitana, ma con una preghiera, un cero da accendere.
«Buongiorno signora».
«Ciao buona giornata».
È il mio lavoro. Mi chiamo Ioan Lovinescu e il mio posto giusto è sul sagrato, praticamente all’ingresso. Non mi piacciono i piagnistei e i toni tragici. Quando una persona si avvicina, io sollevo la mano, saluto e solo in un secondo tempo abbasso la mano e porgo il palmo per chiedere dei soldi. Il mio messaggio è chiaro: elemosina, ma con dignità.
Chi si avvicina armeggiando con il portafogli o frugando nella tasca avrà un caloroso
ringraziamento, quando mi porgerà la moneta. Gli altri non vedranno comunque il mio
viso negare un sorriso. Gli impiegati prima di andare a lavorare, le mamme prima di accompagnare i figli a scuola, le vecchiette prima di correre a comprare il pane. Il “prima” di tutte queste persone, di tutte queste categorie così diverse, si chiama Santa Francesca Romana, si chiama preghiera del mattino. E io ne faccio parte. Per questo, quando dico buongiorno, la mia voce augura davvero un buon giorno, non chiede pietà».

Pietro Valpreda
Che vita noiosa, drammaticamente noiosa, quella di Ioan. 
Le sue giornate trascorrono cercando di mangiare gratis. Ioan non ha un lavoro certo e ha praticamente smesso di cercarlo. Non ha un domicilio fisso. Le sue tre figlie, se le avesse portati qua in Italia, non dovrebbero andare a scuola, secondo il sindaco di Milano. 
Come c’è l’Eco-pass per il centro, così c’è l’ita-pass per le scuole.
E lui è un criminale: il suo reato è Immigrazione Clandestina. 
In questa città è un reato grave, perché Milano è sempre più a dimensione di ricco e di cameriere, anche se esistono tanti non ricchi. Ed esiste il ceto medio. Ed esiste anche chi non è cattivo, come Ioan, ma a Milano si arena. 
Il prossimo reato quale può diventare? Forse il reato di disoccupazione. 
Hai studiato per diventare sociologo e padagogo, ma l’unico posto che abbiamo è da accompagnatore turistico, tanto stai sempre tra la gente, perché devi pesare sul bilancio familiare, se sei nato povero?
E perché no il reato di disperazione? Siamo tutti felici noi che facciamo le leggi, che hai da essere triste in questo meraviglioso mondo? 
Già gli obesi - lo sapete, vero? - cominciano a essere mesi male. Ioan, non ve l’avevo detto, è anche obeso: ricapitoliamo. clandestino, disoccupato, disperato e ciccione. 
E gli unici posti dove riesce a essere accolto hanno a che fare con la chiesa, la caritas, i frati o i volontari.
Questo lo dico con certezza perché due giovani cronisti, Ceriotti e Manciagli, hanno
pedinato a lungo questo barbaro e qualche volta l’ho fatto anch’io, e sappiamo che cosa c’è fuori. Ioan non è uno sconosciuto, per noi, ma uno che abbiamo controllato.
Ma per voi Ioan è uno sconosciuto. Che cosa sapete dei romeni? Quello che leggete o vedete. 
Sono i mass media che vi parlano dei romeni e vi mostrano i romeni assassini, stupratori, ladri e capi di ladri-bambini.
Ma i romeni in Italia sono circa 300mila. Poi, per un laico, è avvilente un altro aspetto della questione: i nostri politici parlano d’assistenza, ma a Milano di dormitorio uno ce n’era e uno ce n’è, in viale Ortles. 
È rassicurante e tragico allo stesso tempo vedere che i sacerdoti fanno e gli amministratori locali dormono.
Io non ho visto opere di aiuto per gli immigrati da parte di Milano, di questa città laica,
intelligente, mondiale, che si è andata trasformando in una fumettistica Paura-City.
Il sociologo Paul Virilio è stato il primo a parlare di «onnipoli», la città dove c’è l’omnium. Dopo metropoli, onnipoli. Un mondo intero in poche decine di chilometri quadrati. Un mondo che è cambiato velocemente perché nel ‘89 crolla muro di Berlino, globalizzazione, Internet...
In questo pianeta che sembra aver accelerato la sua rotazione uno studioso, Slavoj Zizek, usa termini come biopolitica e postpolitica. 
Lo cito esattamente: «La post politica sostiene di lasciare dietro di sé le vecchie lotte ideologiche per concentrarsi su una gestione e un’amministrazione competenti... mentre la biopolitica designa come proprio obiettivo principale la regolamentazione della sicurezza e del benessere delle vite umane».
Il risultato qual è? «Una volta che si rinuncia alle grandi cause ideologiche, ciò che resta è solo l’amministrazione efficiente della vita… o quasi solo questo». 
L’idea del sindaco come di un amministratore del condominio trova le sue fondamenta in questi concetti. 
Il condominio però che viene costruito così non assomiglia a quelli che vediamo in Svizzera, fiori e vetrate a specchio.

Sembra Amityville horror, un condominio costruito su un cimitero, una casa comune popolata da spettri, vampiri, orchi, killer, immigrati feroci come il feroce Saladino.
«L’unico modo per introdurre passione in questa politica post e bio - prosegue Zizek - e per mobilitare attivamente la gente è la paura, costituente fondamentale… Per questa ragione la biopolitica è in definitiva una politica della paura, incentrata sulla difesa contro potenziali persecuzioni o molestie… La paura - prosegue sempre Zizek - come ultima risorsa di mobilitazione: paura degli immigrati, del crimine, dell’empia depravazione sessuale, di un eccesso di stato, con il suo fardello di tasse pesanti, delle catastrofi ecologiche, paura delle molestie».
E oggi a farci tutta questa paura chi è? È lui. È l’estraneo. Ioan, che cammina con la sua sacca sulle spalle all’interno della nostra cittadella a metterci l’ansia.
Phone center Aladino. Rosticceria cinese Feng Cheng. Euro Asia videoteca. Articoli da
regalo indiani, quello che leggevo ...nella prima lettera.
Come disse già negli anni sessanta il sindaco di Philadelphia, i confini non sono più tra gli stati, ma sono dentro le nostre città. C’è il territorio degli Altri. Ma c’è qualche cosa di più. Sono stato anche nella pianura padana di Garlasco e là ho sentito con le mie orecchie un noto direttore tv dire: «Voglio le lacrime della mamma».
Perché questo fa audience.
Siamo sicuri che faccia solo audience? Come mai la nera, che una volta raccontava fatti, oggi fruga nel dolore senza accontentarsi mai?

Mi sorprendo per il modo incendiario di raccontare le cose che abbiamo – mi metto
dentro, anche se cerco di starne fuori – noi dei media.
Cogne, Perugia, Garlasco anche per me vanno bene in prima pagina, ma personalmente non le metterei mai d’apertura di giornale. Mai come fatto principale. Fatti privati: fatti di mamme assassine, di fidanzati morbosi, di studenti che pensano più al delirio che ai libri, non vanno d’apertura. Ci va lo sbandato Rom, che uccide donna in strada a Roma sì, perché c’è la strada, non la casa.
Mi piacerebbe che chi analizza gli spazi tv paragonasse il tempo che viene concesso alla nera a seconda che gli autori siano stranieri o italiani.
Mi piacerebbe che, nei giornali, si ascoltassero un po’ più spesso le ragioni della pietà.
Mi piacerebbe che destra e sinistra avessero parole diverse. 
In America i radicali dicono che ormai la politica è la politica della criminalità.
Mi sembra un concetto esagerato, ma la storia di Giovannino Senza Paura la conoscete?
È una vecchia favola.
Giovannino sfidò la sorte ed entrò nel castello dove nessuno voleva restare, perché lo
abitava un fantasma, per passarci la notte. E la passò, parlò con un fantasma, vinse
l’orrore e diventò ricco, diventò Giovannino il proprietario del castello, dove visse felice e contento finché, dice la favola, una notte sentì un rumore. Si alzò, accese la candela e, voltandosi di scatto, «vide la sua ombra e se ne spaventò tanto che morì».
I delinquenti esistono, va detto senza il minimo buonismo. E magari fossero solo i criminali a farci paura. I criminali vengono combattuti. Sappiamo come si fa. Abbiamo arrestato capimafiosi. 
Invece non sappiamo come gestire questa paura di fronte a gente sconosciuta che parla un’altra lingua, ha una pelle di un colore diverso (a volte non troppo), ha altre tradizioni e abitudini. O questa paura che trasforma le storie tragiche di coppie malsane in un copione da farci mandare a memoria.
Perciò dobbiamo chiederci se questi politici, che vedono ombre paurose dappertutto, non vedano come Giovannino le loro ombre.
Le ombre di una casta - uso un termine fortunato senza condividerlo troppo - che da anni, da decenni, e comunque dagli anni 90, ha badato a soddisfare più i gruppi di potere che i bisogni concreti dei cittadini.
Una casta che ha lasciato andare alla deriva la scuola statale, la sanità di intere regioni del Sud, non ha stanato gli evasori fiscali, non ha aiutato chi aveva bisogno, ha via via depotenziato i reati commessi dai ricchi (il falso in bilancio) per colpire i reati commessi dai miserabili.
Ma più il pensiero è semplice, più è facile da ripetere e far ripetere, come un mantra, che la colpa del disastro sta nell’invasione degli estranei. 
Ma noi, se concepiamo pensieri più lunghi di tre frasi, non possiamo farci fregare.
Perché possiamo avere molta, moltissima paura di ladri e terroristi, di assassini e predoni.
Ma a terrorizzarci più di qualsiasi «nemico» è anche la nostra ombra: siamo noi che ci
siamo lasciati inzuppare dalla paura.
È ora per chi si occupa di informazione e di educazione di aprire l’ombrello, indossare
l’impermeabile, di accendere la luce, coprirsi bene. 
E se c’è uno slogan semplice da trovare, lo troveremo. Io ne ho in mente uno: è un po’ volgare, lo ammetto, ma mi sembra efficace.

È: basta con le cazzate.
Io voglio distinguere tra Ljubisa Urbanovic lo sterminatore e Ioan il povero cristo.

Dalla quarta lettera di Colaprico ai sognatori.

«Le onde rotolavano sotto il traghetto, il rumore delle eliche riempiva l’orizzonte, Binda - è un maresciallo dei carabinieri, che ho creato insieme a Pietro Valpreda - sapeva di essere nei guai eppure pensava ad Addinsell e al suo concerto di Varsavia, alla Polonaise che Chopin aveva composto per la sua terra martoriata. E poi a Guernica di Picasso, all’amato e ascoltato Beethoveen che aveva composto l’Eroica perché credeva che Napoleone avrebbe risollevato le sorti del mondo e a Jacopo Ortis, che, quando Napoleone aveva tradito quelle speranze, s’era ucciso. Secondo quanto aveva letto per decenni sui libri di storia, c’era qualcosa che rendeva l’Europa un’unica terra: dal dolore e dalla sofferenza non aveva tirato fuori solo la sete di vendetta, la spirale dell’odio, ma anche tutte le sue bellezze, il suo patrimonio d’arte… L’Europa era sopravvissuta perché dal dolore e dalle speranze fallite aveva estratto anche il coraggio di credere nella bellezza».
Bellezza, verità e giustizia non sono parole di moda: come look, vip e rom.
Siamo consci, nel nostro libero arbitrio, di dove mettiamo le mani.
Se nel mondo circostante la bellezza, la verità e la giustizia non ci sono, possiamo sempre sforzarci di portarle con noi, nel nostro piccolo. 
Non è tanto, ma non è poco. In alcune stagioni, come disse qualcuno che copiò a sua volta qualcun altro, c’è sempre qualcosa che ci resta da fare: resistere, resistere, resistere.


"Passeggiate notturne" di Charles Dickens
"Plenilunio a Parigi" di Curzio Malaparte

"Blude Runner" di William Burroughs



22 luglio 2008  

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