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Appunti scuola

"Una disperata vitalità": ricordo di Pasolini a trentacinque anni dalla morte

"La morte non è nel non poter comunicare ma nel non poter più essere compresi"

Pier Paolo Pasolini e Alberto Moravia
“Voglio dirvi cosa abbiamo perduto, noi suoi amici, voi altri, e tutto il popolo italiano. Abbiamo perduto innanzitutto un uomo profondamente buono, mite, gentile, dall’animo portato ai migliori sentimenti, un uomo che odiava la violenza. […] Abbiamo perduto un uomo coraggioso, la cui diversità consisteva nel coraggio di dire la verità. Abbiamo perduto un testimone diverso, che cercava di provocare delle reazioni attive e benefiche nel corpo inerte della società italiana. Abbiamo perduto […] un elemento prezioso di qualsiasi società. Abbiamo perso un poeta, e di poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono solo tre o quattro dentro un secolo. Quando sarà finito questo secolo Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno come poeta”.


Con queste parole un Moravia commosso e addolorato commemorava Pasolini il giorno dei suoi funerali. Tanti uomini e tante donne scesero in piazza per dare l’ultimo addio a uno dei più grandi intellettuali del Novecento. Eppure già da molti anni Pasolini percepiva l’estraneità di quel popolo che aveva profondamente amato e a cui aveva dedicato la sua vita e la sua opera. Avvertiva la dolorosa e tragica incapacità di comunicare con una società irrimediabilmente mutata dal potere del consumismo, una nuova “cultura di massa” che aveva fatto tabula rasa dei vecchi valori della tradizione.

Io credo, lo credo profondamente, che il vero fascismo sia quello che i sociologhi hanno troppo bonariamente chiamato «la società dei consumi». Una definizione che sembra innocua, puramente indicativa. Ed invece no. Se uno osserva bene la realtà, e soprattutto se uno sa leggere intorno negli oggetti, nel paesaggio, nell’urbanistica e, soprattutto, negli uomini, vede che i risultati di questa spensierata società dei consumi sono i risultati di una dittatura, di un vero e proprio fascismo. [...] Questo nuovo fascismo, questa società dei consumi, ha profondamente trasformato i giovani, li ha toccati nell’intimo, ha dato loro altri sentimenti, altri modi di pensare, di vivere, altri modelli culturali. Non si tratta più, come all’epoca mussoliniana, di una irreggimentazione superficiale, scenografica, ma di una irreggimentazione reale che ha rubato e cambiato loro l’anima. Il che significa, in definitiva, che questa «civiltà dei consumi» è una civiltà dittatoriale. Insomma se la parola fascismo significa la prepotenza del potere, la «società dei consumi» ha bene realizzato il fascismo.” (Scritti corsari )


La società italiana forse non si è ancora resa conto di quello che Pasolini ha rappresentato nel panorama letterario, politico, storico e culturale del nostro paese. Lo dimostra anche il fatto che a trentacinque anni dalla sua morte le indagini giudiziarie sul suo assassinio si aprono e chiudono continuamente, senza saper arrivare ad una conclusione. E quella di Pasolini rimane una figura ingombrante, che non riusciamo ancora a trattare senza riserve .

Poeta, romanziere, saggista, critico letterario, regista, drammaturgo, sceneggiatore, Pasolini è stato uno degli intellettuali più in vista del nostro paese, sempre presente nell’attualità, fino a diventare un personaggio scomodo. Per Pasolini compito dell’intellettuale è farsi portavoce della cultura popolare, gettare il proprio corpo nella lotta, denunciare i mali del consumismo e del potere borghese con il coraggio e la forza che deriva dall’essere scrittore. Pasolini è stato il più grande (e forse unico) poeta civile italiano del Novecento, un uomo spesso contraddittorio ma dotato di una coscienza etica e morale fortissima, in grado di analizzare la situazione sociale del paese e profetizzarne il mutamento antropologico. Una vita vissuta con l’anima e con il corpo nella contraddizione della società, di una passione per l’uomo e la Realtà scontata con il sangue e poi tragicamente finita nella constatazione dell’impotenza di ogni arma letteraria di fronte al nuovo Potere.

Da molti anni Pasolini si sentiva inascoltato, sgradito, incompreso. Eppure il suo coraggio conoscitivo ed esistenziale, la sua pietas cristiana e marxista gli impedivano di tacere. Per questo, Pasolini fu sempre in lotta con la società e con se stesso, diviso tra una solitudine intellettuale e una ugualmente viva necessità di trovare un pubblico.
Pasolini era un intellettuale scomodo a tanta parte politica del paese, perché non si limitava a mettere in luce i problemi, ma aveva il coraggio di lanciare accuse precise. Del resto, la sua visione intellettuale si fondava sulla sincera convinzione, da un lato che lo scrittore, proprio in quanto tale, non possa non saper ristabilire una logica tra i fatti storici e i quadri politici, seppure frammentari; dall'altro, che i primi destinatari della critica di uno scrittore debbano essere proprio coloro a fianco di cui ci si impegna. Così nella sua carriera è difficile trovare un momento o un luogo in cui le contraddizioni possano ricomporsi. Molti hanno criticato il suo instancabile polemizzare, soprattutto negli ultimi anni di vita. Eppure questa metodica volontà di non ricomporre i contrasti esprime innanzitutto l’idea di una imparzialità che non significa non dare ragione a nessuno dei due contendenti, ma dare ragione all’uno o all’altro, o magari torto a tutti e due. Ovviamente a ragion veduta, perché è diritto dell'uomo di cultura non accettare i termini della lotta così come sono posti, ma discuterli e sottoporli alla critica della ragione, stando al di là del dovere della collaborazione il diritto all'indagine.


Approfondimenti:

Lo stato delle indagini sull'omicidio Pasolini
Eventi in Italia in ricordo di Pasolini a trentacinque anni dalla morte
Gli ultimi libri editi in Italia sulla figura di Pasolini


Biografia di Pier Paolo Pasolini





29 ottobre 2010 Di Sandra Bardotti

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