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Recensione

L' ultimo inverno copertina
Salvatore Niffoi

L'ultimo inverno


"A Pirocha pioveva da mesi senza interruzione. L'occhio del sole infuocato che aveva bruciato la piana di Scolovè si era cataratto fino a sparire in un orizzonte lontano quanto un ricordo d'infanzia. I rivoli, slavando i crinali dei monti, si erano ingrassati e portavano a valle un magma freddo che aveva il colore del corallo. Una mano unghiosa e invisibile aveva pettinato le colline, lasciando sulle loro reni solchi paurosi. Una colla albumosa e scura aveva invaso le strade, costringendo i passanti a schiodare ogni passo in un risucchio che veniva da chissà dove."

Ancora una volta ecco l'universalità della scrittura di Niffoi, così legata a un luogo geografico, così strettamente ispirata a tradizioni popolari e socio-culturali di una terra particolare come quella sarda, e al tempo stesso così riconoscibile per tutti. Una mescolanza strepitosa che caratterizza di solito le opere dei grandi autori.
Ancora una volta emerge anche la durezza dei luoghi, la crudeltà dell'esistenza, la drammaticità degli eventi, così evidenti, duri, incontrastabili da rendere inutile ogni tentativo di resistergli.
L'uso della lingua, la struttura della frase, i termini stessi sono parzialmente derivati dal sardo, che trabocca e si allarga come l'acqua da un otre pieno che non può contenerne altra. Sembra una necessità assoluta, impellente, questo riempire di parole vernacolari il testo, qualcosa che diventa fondamentale in un romanzo di assoluti.
È l'ignoranza a categorizzare e rendere assolute, appunto, le situazioni vissute, ma è anche l'esperienza di vita rurale, che non importa quanto sia ancora legata alla terra o quanto sia invece urbanizzata. È il comune sentire, la cultura ancestrale, quella stessa cultura che ne ha forgiato la lingua, anche se ormai pervasa di elementi estranei.


Al centro della vicenda una grande siccità seguita da una pioggia incessante, un vero diluvio, che colpisce l'isola di Degnasàr, come tutto il mondo.
A sopravvivere a questa catastrofe sono cinque donne, tra le quali la prostituta Filò, che riescono a nascondersi in un monastero nascosto in una zona montagnosa e impervia. Ma la domanda, che sembra quasi, come tutta la vicenda, un atto di accusa dello scrittore nei confronti di un'umanità priva di previdenza, è quella legata al futuro: esisterà ancora in Terra un uomo per continuare la specie? E trovatolo, quale sarà il destino degli uomini? Arriverà davvero l'ultimo inverno dell'umanità?

Il linguaggio universale di questa storia me ne ha ricordata un'altra di acqua, di vita e di morte, raccontata nello splendido film Jean de Florette (con Gerard Depardieu, Yves Montand e Daniel Auteuil) di Claude Berri (e nel seguito Manon de Sources) storia viscerale, sensuale e terribile legata alla terra, alla campagna e, come qui, al senso della vita e della morte. Ma se lì, come in tante altre storie analoghe, la fine arriva solo per alcuni dei protagonisti, qui la morte è davvero l'unica compagna. Del resto il tema della morte pervade le opere di Niffoi, e con questa giunge al suo estremo compimento. Resterà la terra, sopravviveranno gli animali, la natura tornerà a fare il suo corso, anche senza la presenza dell'uomo.

Ecco, almeno parzialmente - perché raccontare davvero la scrittura di Niffoi è impossibile e lo capirete solo leggendo -, ciò che si nasconde in queste pagine, un "ritorno alle origini" con la casa editrice Il Maestrale di Nuoro, città che ne aveva visto l'esordio nel 1997 con Collorodo edito da Solinas, e subito dopo, nel 1999, proprio con Il Maestrale e Il viaggio degli inganni.


Le prime pagine

1
Agosto assassino

    L'occhio infuocato del sole bruciava la piana di Scolovè spargendo bagliori d'oro sulle messi di grano saraceno e sulle strade morte di sete. Non pioveva da mesi. Una polvere sottile velava il fiume Tapiceddu. L'acqua verde moccio delle magre piscine fermentava in schiuma bolleggiante, impastata dei resti di bisce e di carpe. Quel pomeriggio d'agosto, alcune nuvole gonfie e mestruate raggiunsero la mesa dell'altipiano di Marzupò.
    Oddone Muscicapa sputò il moncone del sigaro e alzò gli occhi al ciclo riparandoli col palmo della mano. - Chelu 'e merda! - Si asciugò il sudore oleoso ansimando come un rospo e, a voce bassa, iniziò a maledire la siccità, la Madonna di Gorolai, il giorno che era nato e quello in cui sarebbe morto. La moglie buonanima la moccolo con tutto il fiato che aveva in corpo, che quella bisognava maledirla anche nella tomba, grandine o arsura, andava bene lo stesso. Se strizzava forte le palpebre gli sembrava di vederla, avvolta in uno scialle nero di piche. Cirola Caddule, nota Baranta, se n'era andata di malamorte a quarant'anni, senza neanche bussare alla porta delle anime. Riposava più a valle, a un tiro di fucile dal fiume.
    Oddone salì sopra un masso e si fece il segno della croce insalivando l'indice e il medio. Il camposanto di Scurigosu era un uovo bianco nascosto dai lecceti. Quella maleitta di Cirola l'aveva lasciato solo troppo in fretta, e glielo aveva fatto apposta. L'asciuttura, che incancreniva le spighe e faceva crepare le bestie a pancia in su, era di sicuro opera sua. Chissà quante notti aveva varcato la porta dell'inferno, per maledirgli ogni pisciata e boccone. Oddone la sentiva girargli intorno, quella presenza ostile che lavorava con gli strumenti del demonio per avvelenargli l'esistenza. Ne aveva timore sopratutto la notte, quando si perdeva a fantasticare sopra il letto disfatto, fissando la falce candida della luna che si rifletteva nello specchione dell'arrnuà.
    A Pirocha, il paesino dove aveva messo radici dopo molti anni passati ad osservare i tramonti rossi di Terceira, tutti lo temevano quanto il tuono e più del fulmine. Quell'omone dagli occhi color pece e dalla pelle melagranata, aveva il ghigno di Su Bundu, il demonio peloso che spaventava i bambini e le femmine gravide a carnevale. A vederlo di spalle o di profilo poco cambiava, era sempre un betilone incorniciato da una berretta scura di vellutto a pettine, che aveva la visiera indurita dal sebo e pinturinata dalle cacatine delle mosche. Già nel mese di maggio, un venditore ambulante di paioli stagnati, gli aveva detto che tutta l'isola di Degnasàr era ridotta ad un enorme plantare rinsecchito, a una pelle conciata con pietra brava: - Oddo, ormai il Padreterno ha deciso di non pisciarci più in testa. Così gli affari li fanno solo i bocciaiuoli, girando con le mule cariche di brocche piene dell'acqua rubata ai pozzi miracolosi che ancora stillano. Scavano sotto terra che sembrano animali e poi nascondono le buche con lastre di scisto e paglia. Manco la madre tengono così da conto!
    I pozzi, nel comunale di Pirocha e in tutto il circondario, venivano tenuti nascosti come segreti inconfessabili, come filoni d'oro liquido e trasparente. Le pecore di Oddone morivano tremolando, ubriache d'acqua avvelenata. La terra era una boccia di formaggio ardente allo spiedo. La madre di Cirola, tzia Buella, aveva di sicuro legato il suo tamàniu a quel frutto vermiglio che vibrava nel ciclo quando, gravida, nell'attesa masticava mandorle amare e si stendeva nuda in terrazzo sino a vederlo tramontare tra i cespugli bruniti dell'altipiano di Marzupò. Forse era per questo che Cirola aveva sempre il ventre caldo, ed era indolente e stordita anche nei giorni invernali, quando il sole si nascondeva per settimane, fingendosi crepato.
    Sull'origine divina dei disastri che aveva conosciuto quando era in giro per i continenti, Muscicapa non aveva più dubbi. Tra pestilenze ed eruzioni, aveva navigato come un pezzo di sughero, galleggiando sui pareri di uomini di scienza e di chiesa, che non trovando mai spiegazioni decenti, finivano sempre col puntare il dito contro l'inventare scellerato degli uomini. Gli uomini sì, che con il loro inutile fare e disfare, martoriavano la natura e se stessi. — No, no, che non è così. Non può essere così. Dio non c'entra niente, la colpa è degli spiriti dei malmorti, che tornano ogni tanto in processione per mordere la coda alla fertilità e alla prosperità, per ridare senso alla vita e alla morte, che altrimenti non si piange più e non si apprezza il pane duro. - Battore Ga-napè, il barbiere, glielo ripeteva da sempre, ogni volta che andava a farsi tosare. Quante sere gli era capitato che la stanza da letto si riempisse di fauni e sileni, di mostri che avevano gli occhi di Cirola. Mostri che danzavano, ebbri e minacciosi, lasciando cadere per terra tavolette d'argilla e spargendo le reliquie dei filatteri che portavano a tracolla. Mìncia 'e puleddu, se questa non era pazzia cos'era? Che cos'era questo tornare ubriachi di solitudine, per mascherarsi da mufloné o da cinghiale, per far sparire le sorgenti e spaventare le nuvole?
    Il tramonto tardava ad arrivare. Oddone abbassò la visiera della berretta sugli occhi e prese verso il fiume. Camminò per un po' sul ciottolame che naccherava sotto le suole ferrate. Quando arrivò a uno spicchio d'acqua malamente infiorettato da ciuffi di giunco, si sedette su un tronco e si tolse gli stivaloni: tirando un sospiro di piacere immerse i piedi in quella gelatina primordiale. Si osservò le gambe glabre, liscie come quelle di una femmina, e le trovò quasi rimpicciolite, smagrite dal sudore e da quel vai e vieni per i campi. Dopo qualche minuto tirò su i piedi ingrappolati di sanguisughe e filanti di un muschio colloso. - Se continua questa siccagna, è la fine del mondo! - borbottò. Tornò nel macchione di lentischio dove aveva lasciato il cavallo e prima di sellarlo raccolse un po' di foglie per farsi il solito infuso quotidiano contro il mal di denti.
    Quella sera chiuse a chiave Calanza la cieca, e intorno al letto d'ottone dov'era morta avvelenata la sua Cirola, dispose per terra i turiboli, i mirrofori e gli incensieri che aveva comprato da Brossolu, il sagrestano alcolizzato. Riempì quattro córbule di grano mischiato con petali di pervinca e di rosa canina, accese un lumino in ogni angolo e poi si stese calzato e vestito. Si addormentò salmodiando una filastrocca: - Agosto agostino, agosto assassino.

© 2007, Edizioni Il Maestrale

Salvatore Niffoi – L’ultimo inverno
204 pag., 15,00 € - Edizioni Il Maestrale 2007 (Narrativa)
ISBN 978-88-89-80116-1


L'autore




21 giugno 2007 Di Giulia Mozzato

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