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CINEMA - Emozioni, sentimenti e orrori del nostro tempo: intervista a Giuseppe Tornatore


Giuseppe Tornatore
Tornato prepotentemente alla ribalta con La sconosciuta, già ai primi posti dei film più visti in Italia dopo pochi giorni dalla sua uscita nelle sale, Giuseppe Tornatore racconta, in questa intervista, come è nata, come si è sviluppata l’idea e quali fossero le sue finalità  per tornare a girare dopo sei anni di silenzio.


Questo suo ultimo film si svolge in una Trieste trasformata in città difficilmente riconoscibile, resa cioè irreale. Perché questa operazione?

Forse questa sensazione deriva da una scelta fatta in partenza: il luogo in cui si svolge la storia doveva essere immaginario, non per nascondere nulla, ma perché volevo evitare il rischio che si poteva correre identificando chiaramente una città e dando inevitabilmente a tutti i fatti e a tutti i personaggi una connotazione precisa, un’identificazione che la storia non vuole e non deve avere. Una città comunque andava scelta, non si poteva ricostruire tutto in teatro, sarebbe stato profondamente sbagliato. Andando in giro per l’Italia, ho avuto la sensazione che Trieste fosse la città giusta, ma non mi sono fermato a questa scelta, mi sono divertito a trasfigurarla: talvolta una scena lega due ambienti diversi ed ecco che anche un triestino fatica a riconoscere i luoghi perché se gira l’angolo non c’è quello che si aspetta. Ho cercato di rendere il più universale possibile il palcoscenico realistico che per esigenze produttive eravamo costretti ad avere.

Irena (Ksenia Rappoport)
È una storia che affonda le radici nella cronaca che tutti quanti leggiamo sui giornali. Ambientata in un’area mitteleuropea, propone invece poi una storia mediterranea...


Effettivamente il nucleo della storia nasce da una suggestione che ho avuto moltissimi anni fa leggendo su di un quotidiano un fatto di cronaca in cui si parlava di una donna che, in collaborazione col marito, aveva fatto dei figli su ordinazione. Ho conservato a lungo il ritaglio del giornale e solo adesso ho capito che era il momento giusto per farlo diventare un film. Forse questo è l’aspetto “mediterraneo” del film perché quella vicenda era avvenuta nel Sud Italia.

Il suo film ha un registro  particolare, nuovo per la sua filmografia.

Tutto nasce sempre da esigenze narrative. L’impostazione che volevo dare alla storia mi ha portato ad abbracciare il registro del mistero. Non intendevo fare un film di denuncia e la scelta del “mistero” mi ha indotto, di conseguenza, a scegliere luogo, clima, stile.

"Muffa" (Michele Placido)

Come ha scelto un cast così  straordinario?


Per il cast non mi sono dovuto inventare niente di nuovo: volevo semplicemente che rispecchiasse schematicamente il senso della storia. Per sottolineare ancora di più il significato del personaggio sconosciuto mi serviva un coro di volti noti, di attori bravi e conosciuti attorno a una donna “sconosciuta” allo spettatore italiano. L’ho trovata facilmente e tutti gli attori sono stati molto generosi con me, hanno accettato di partecipare al film quasi sempre ancor prima di leggere l'intera sceneggiatura e in alcuni casi interpretando personaggi molto scomodi, anzi davvero odiosi.

Questo film è duro, violento, "sporco", molto diverso dai suoi precedenti. Perché ha scelto questo registro?

Non sono così convinto che questo film sia diverso dai miei precedenti, mi aspettavo però che qualcuno mi facesse questa osservazione. Se si vuole fare un discorso molto schematico, molto semplice: il mio primo film era duro e violento quindi, nelle categorie della narrazione cinematografica, il racconto duro, violento, incalzante non mi è estraneo, anzi mi piace. Dopo Il Camorrista però non avevo più sfiorato storie che mi permettessero di utilizzare questo registro espressivo, invece questa storia lo consentiva.. È stato positivo per me impegnarmi su questo film e mi sono “divertito” (tra virgolette, ovviamente) a raccontare questa storia, perché in qualche maniera si è sviluppata da sola: era molto semplice, molto tonda. Non è stato faticoso trovare il percorso narrativo probabilmente perché ci avevo pensato per molto tempo senza l’angoscia di doverne fare un film.
Nella scelta del clima, dello stile – come ho fatto tutte le altre volte – non mi sono mai ispirato ad altri film o ad altri registi, anche se poi i critici sono bravissimi a trovare delle cose che fanno pensare a qualcun altro, a inventarsi “citazioni”. Quando ho girato la scena della forbiciata, qualcuno sul set ha detto: “Oddio, Tarantino!”, ma per quanto mi riguardava non c’entrava per niente.


Tea (Clara Dossena) con Valeria (Claudia Gerini)
Quali sono state le scene più difficili da affrontare in questo film?


Assolutamente quelle con la bambina. Credo nella vita di sapermela cavare con i bambini, ma qui mi tremavano i polsi! Sono stato molto fortunato a trovare una bambina piccolissima (aveva cinque anni quando abbiamo girato il film), ma molto intelligente e incredibilmente ricettiva e dei genitori sensibilissimi che sono stati sempre dalla mia parte. Quando si ha a che fare con un personaggio così piccolo, sono anche gli adulti che devono collaborare e sono stato molto fortunato perché i genitori di Clara sono persone veramente straordinarie: senza di loro non avrei potuto portare a conclusione il personaggio.

Nella prima parte del film mette lo spettatore di fronte a una realtà che vive quotidianamente e della quale probabilmente non si rende pienamente conto. Le persone che vengono in Italia a cercare lavoro sono spesso sfruttate e molte ragazze, in particolare dell'Est, vengono costrette a prostituirsi: è un dato di fatto. Insomma ci sono delle situazioni estremamente negative che possiamo riconoscere. Alla fine però apre alla speranza: forse la conclusione nasce da una sua volontà consolatoria nei confronti del pubblico?

Non ho proceduto in base all’idea di voler trattar bene o male il pubblico e se era giusto o meno accontentarlo con una carezza finale: non è stata questa la mia strada.
Ho invece seguito un altro percorso: uno dei temi del film che mi attraeva era l’abitudine del nostro tempo a delegare tutto della nostra vita, anche i nostri affetti, agli altri e quindi era interessante porre l’interrogativo di che cosa può succedere a chi viene investito da questo ruolo di supplenza.
Il contesto era violentissimo e non potevo fare sconti perché le cose sono nella realtà anche più drammatiche di quelle che ho evocato. Ma, come ho detto, non m’interessava la denuncia: m’interessava invece una storia personale di sentimenti molto forti.


In qualche modo voleva risarcire, almeno in parte, Irena, la sua protagonista?

Nel disegno drammaturgico l’investimento affettivo che questo personaggio esercita va nel senso buono, al di là di tutto ciò che la vicenda impone, per cui il finale vuole essere il risultato di tutto quello che c’è nella storia. Non mi è sembrato un finale messo lì come una specie di pezza calda consolatoria per lo spettatore o per correggere un quadro troppo negativo della realtà. Questo non è un film di giudizi, tutto ciò che di sociale o di denuncia si può trovare per me è la cosa meno importante, non me ne sono occupato seriamente, mi sono semplicemente informato per conoscere lo sfondo in cui ambientare quello che volevo raccontare, tutto qua. Sinceramente il finale mi sembra doveroso perché questa donna, così sfortunata, così incapace di presentarsi puntuale agli appuntamenti importanti della propria femminilità, alla fine avesse indietro uno riscontro rispetto a tutto quello che le era accaduto nella vita. Mi sembra un disegno fin troppo semplice, ho proceduto in questo modo e non mi sono certamente posto il problema di accontentare il pubblico.

Biografia e filmografia di Giuseppe Tornatore

Recensione di La sconosciuta


27 ottobre 2006 Di Grazia Casagrande

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