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Recensioni


    • La vita è uno schifo di Malet Léo


      “Jean, questo Tristano al carboncino, questo Tristano senza Isotta, che, sopra un abisso di crudeltà e di tenerezza e sopra il frastuono delle mitragliette in azione, inalbera la bandiera color sangue e notte dell’inquietudine sessuale.” (da La vie est dégueulasse, 1948). /// Jean Fraiger è un anarco-comunista. Ha due grandi sogni: distruggere il potere e conquistare Gloria, favolosa, sfuggente, sposata. Con alcuni compagni organizza una serie di rapine per finanziare la causa rivoluzionaria. E inizia il suo cammino verso il baratro. Male che genera altro male, che si nutre di se stesso, ingordo e feroce. Fino a quando per Jean sarà impossibile “ricominciare a essere un altro uomo”. / Gloria è il pensiero che batte “alle tempie, al cuore, allo stomaco”, Gloria è il sogno d’amore, è il miraggio di una vita possibile, è l’illusione di un mondo non ancora perduto. Non vede che quel mondo ancora saldo e integro è là, dove sono i minatori che rifiutano il suo denaro insanguinato, gesto che per Jean ha il sapore amaro del ripudio. La vita è uno schifo, si ripete. Rabbia e umiliazione lo spingono a nuova violenza. Arriva persino a liberarsi dei compagni diventati zavorre. Porta avanti la sua opera da solo. La vita è uno schifo, e lui è l’eterno beffato. “In questa merd* (censura del sito!) di vita ne avevo viste troppe per non desiderare di far comprendere agli altri, tramite la violenza, che un giorno avrebbero dovuto pagare salata la loro felicità a tutti quelli che non l’avevano conosciuta.” / Porta il peso di un lutto universale. È egli stesso un cimitero, afferma Jean. / “La vita è uno schifo, ma si dovrebbe poterla cambiare. È possibile?” / Sembra aprirsi uno squarcio di luce, ma è un barlume di speranza senza ombra di salvezza. /// Nera, nerissima scrittura, potente e visiva, dal ritmo asciutto e serrato. Uno scontro fra emozioni discordanti. Non avevo mai assaggiato un Malet. Tumultuoso. Spettacolare stordimento.



      Scritto da Patricija, giovedì 14 dicembre 2017

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    • Il carteggio Aspern di James Henry


      “Furfante di uno scrittorucolo!” /// La gondola scivola pigramente lungo il Canal Grande, nell’abbraccio molle e indefinibile di un’estiva notte veneziana. Non lontano c’è il palazzo grigio e rosa, un tempo certamente splendido, residenza delle signorine Bordereau: l’ultracentenaria Juliana, che fu amante e musa ispiratrice del poeta Jeffrey Aspern, e la non più giovane nipote Tina. Pare che in casa sia conservato il carteggio amoroso fra Juliana e il poeta. Quivi giunge il protagonista, critico letterario, studioso e grande estimatore di Aspern, nonché voce narrante, disposto a tutto pur di prendere possesso dell’epistolario. Riuscirà a guadagnarsi la simpatia di Tina, a farsi ammettere in casa Bordereau. Si presenterà sotto falso nome, si offrirà di pagare qualsiasi cifra pur di avere qualche stanza del palazzo in affitto. Poi inizierà il suo lavoro diabolico e sottile. /// Da una parte pare si cerchi un accordo in nome dell’arte, dall’altro in quello dell’amore. Ma a ben guardare, è solo questione di profitto personale. E il prezzo, come sempre in questi casi, è davvero alto. /// Gioiellino.



      Scritto da Patricija, giovedì 14 dicembre 2017

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    • La La bella di Lodi di Arbasino Alberto


      Roberta e Franco, “figurine in un paesaggio d’estate padana”. // La Roberta appartiene a quella grassa borghesia lombarda degli anni Sessanta, quelli del boom economico, della liberazione sessuale, quando saliva il benessere e cadevano i tabù. // La Roberta è “biondissima, stupenda di figura”, ha terra e vacche, gambe lunghe e buon appetito. Cura l’azienda agro-casearia di famiglia che rende un mucchio di dané. La bella di Lodi a Milano non si sogna nemmeno di passarci l’inverno, ci va a fare shopping. E va di qua e va di là, fa un saltino sulle montagne svizzere e uno a Parigi, una puntatina a Roma e un voletto a Londra o a Montecarlo. Frequenta gente del suo ambiente in feste che s’afflosciano fra un “Ui ti!” e un “Se ghè!”. Rompe la noia al mare, la Roberta. Ci va con la sua MG rossa. Cammina col foulard in mano, adocchia un “ragazzaccio italiano brutto/bello dritto/stronzo coi capelli lunghi e le braccia grosse, vestito come viene viene, ma coi suoi jeans chiari e ben stretti da pifferaio, sdraiato al sole che dormicchia o finge di dormicchiare”. E si sdraia poco distante, sulla sabbia, e quasi s’addormenta anche lei. Chi sarebbe questo strafico col gran pacco? È il Franco che s’è cambiato nome a quindici anni neanche, perché non gli piaceva Italo. È mica un borghese lui. Macché, il Franco è proletario. Una bestia, quasi. Fa il meccanico d’auto. S’avvicina alla Roberta e con la scusa di cercare l’accendino mette le mani nella borsetta. Ma è modo? La Roberta guarda il ragazzaccio e le brucia la voglia. Dai, roba di una notte, roba da calda estate. Poi passa. Forse. Sicché, il Franco-Italo che quando è felice fa dei versi che nell’ambiente della Robi non si son mai sentiti, che è rozzo e ignorante e anche un po’ sozzo, a lei piace tanto. E un uomo in famiglia farebbe comodo. L’ha detto anche la nonna. Quella che “comanda lei”. Tuttavia il meccanico le dà tanti pensieri. Lui non spegne la tv o la radio o la luce, non chiude i rubinetti, mangia a quattro palmenti e presta i vestiti nuovi agli amici, mette via la roba sporca con quella pulita: calze, camicie, persino le mutande (ne ha un cassetto pieno di tutti i colori, compreso il modello leopardato); non vuole andare al cinema e non gli piacciono i dischi dei vecchi musical che lei adora, mentre a lui piace Massimo Morandi, esagerando Tom Jones. Soprattutto non ha il senso della proprietà, difetto massimo che si possa avere in certi ambienti. Come fa, la Roberta, a fidarsi di questo Franco dalle mani leste (non solo in quel senso), a dargli in mano gli affari? Però è bello e ha un pistolone da paura, che a farselo scappare è neanche da pensarci. Certo il Franco non c’ha riguardi in niente, ma la Robi, in fondo, gli vuol bene. Anche se gli manca il senso della proprietà. Eh, beh… // Arda lì, Arba, che bel quadretto che ci hai fatto! // P.S. La bella di Lodi, pubblicato nel 1972 è la riscrittura di un racconto apparso su “Il Mondo” nel 1960, da cui Missiroli, nel ’63, ne trasse l'omonimo film



      Scritto da Patricija, giovedì 30 novembre 2017

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    • Accoppiamenti giudiziosi 1924-1958 di Gadda Carlo Emilio


      «[...] i contratti di esclusiva sono deleteri per la pace e per l’attività di uno scrittore» scriveva Gadda a Garzanti il 4 agosto 1953. Infatti, dieci anni più tardi, nel ‘63 escono, contemporaneamente, Accoppiamenti giudiziosi per Garzanti e La cognizione del dolore per Einaudi, due editori che si detestavano e si contendevano lo scrittore. /// Tel chì, Accoppiamenti giudiziosi in diciannove portate. Lauto pasto letterario, tutto da godere. Ricchissimo e creativo; spregiudicato misto di perbenismi, vizi, virtù, tristezze, ipocrisie e tormenti ben conditi e ben serviti sull’italico piatto fra eleganti lemmi e locuzioni dialettali. C’è da bearsi! Io mi esalto a certi banchetti generosi, dissoluti, goduriosi. Infine, mentre si trastullan le papille intellettive, tra zampilli di parole e colte narrazioni, mi giunge l’eco dei “cicìc e ciciàc”. E sorrido satolla. Ahhh, ingegnere, che abbuffata! /// P.S. Splendida la postfazione di Paola Italia e Giorgio Pinotti.



      Scritto da Patricija, sabato 4 novembre 2017

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    • Xingu. Testo inglese a fronte di Wharton Edith


      Che si fondino Lunch Club per raccogliere cacciatrici di erudizione che “inseguono la Cultura in gruppo quasi fosse pericoloso affrontarla da sola”, o s’invitino le Orsic Dane di turno, scrittrici dall’ego espanso e dal dubbio talento; oppure si levino in coro le voci delle varie signore e signorine Ballinger, Plinth, Glyde, Van Vluyck, Leveret, in vuoti discorsi e insulsi commenti, finché esisterà una Fanny Roby che dichiara candidamente d’aver appena letto Trollope ma nessun’opera della scrittrice del momento, che crea scompiglio e demolisce il castello del nulla parlando di Xingu, saremo al sicuro. /// Mrs Wharton, mi sono proprio divertita. Poche pagine di cattiveria pura. Xingu!



      Scritto da Patricija, sabato 7 ottobre 2017

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    • Il Il Don Chisciotte di Citati Pietro


      Citati ci accompagna nel “capolavoro di sogno e di fumo”.// Ed è il viaggio in un mondo dove tutto è vero e falso, dove “il vero, senza cessare di essere vero, è assolutamente falso, e dove il falso, senza cessare di essere falso, è assolutamente vero”.// È il viaggio nell’ambiguità, dove ciò che pare forse non è, dove follia e saggezza s’incontrano sull’esile linea di confine.// È il viaggio alla scoperta di personaggi che una volta conosciuti s’imprimono indelebilmente nella memoria.// È il viaggio, è l’omaggio, è un atto d’amore per questo cristo tragico e farsesco ch’è l’incommensurabile cavaliere dalla trista figura. Personaggio senza fine.// È il viaggio in un romanzo ch’è se stesso e altri mille e mille ancora.// Chi non avesse trovato finora un buon motivo per leggere Don Chisciotte, si affidi alle pagine di Citati. Il resto verrà da sé.



      Scritto da Patricija, sabato 30 settembre 2017

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    • Il Il dottor Zivago di Pasternak Boris


      Quando Giangiacomo Feltrinelli ebbe fra le mani il dattiloscritto dell'opera di Pasternak, inviò un telegramma allo slavista Pietro Zveteremich: “Pregoti venire subito”, perché voleva un suo parere su Il dottor Zivago. La risposta arrivò pochi giorni dopo, la scheda di lettura si concludeva con le seguenti parole: “Non pubblicare un romanzo come questo costituisce un crimine contro la cultura”.///Il 27 novembre 1957 Il dottor Zivago è nelle librerie italiane. In pochi mesi verrà tradotto e pubblicato in altri Paesi, mentre i lettori russi dovranno attendere il 1988. Nell’ottobre 1958 a Pasternak giunge comunicazione che gli è stato conferito il Premio Nobel per la letteratura. La stampa accusa, l’Unione scrittori vuole la sua espulsione. Se Pasternak ritirerà il premio perderà la cittadinanza e verrà mandato al confino. Lo scrittore rinuncia al riconoscimento. Più che un caso letterario, un caso politico. Pasternak muore due anni dopo l’assegnazione del Nobel. Il premio verrà ritirato nel 1989 dal figlio. /// (Ri)Leggendo Il dottor Zivago, ho pensato al poema sinfonico. Così lo vedo, al pari di un poema sinfonico è opera di ampio respiro. Un solo movimento, un abbraccio ininterrotto alla grande terra russa, ai suoi uomini, ai mutamenti esercitati dalla Storia, alle rugosità e agli sfregi che segnano l’animo umano. Come la musica, vita e natura procedono fra silenzi e fragori, fra distensione e subbugli, fra pace e scompiglio, caduta e rinascita. E come la musica, la vita offre, coglie, racconta, infine si disperde in un’eco lontana, lasciando al silenzio la sua memoria. Voce che va oltre le parole. /// De Il dottor Zivago, da adolescente, mi colpirono i personaggi e i tragici intrecci delle loro esistenze. Oggi a catturare la mia attenzione è stata la Storia che accompagna il lettore in quella che fu la Russia dal 1905 fino alla fine della seconda guerra mondiale. Bagliori che suscitano interesse e voglia di approfondire. Ci sono eventi che inevitabilmente modificano le vite degli uomini. Così, ho immaginato Jurij assumere le sembianze di Boris, e il pensiero dello scrittore perdersi in quello del medico. E ricordando che il minacciato esilio, per Pasternak corrispondeva alla sua morte, ho vagheggiato Lara come idealizzazione della Russia. Ghiribizzi, lo so. Ma tant’è.



      Scritto da Patricija, martedì 19 settembre 2017

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    • Estrosità rigorose di un consulente editoriale di Manganelli Giorgio


      "Ti salto, no, non ti salto, ti saluto (poesia del refuso) affettuosamente, e spero di vederti presto." /// Amava la parola scritta, nel significato più alto del termine. Giornalista, recensore, consulente editoriale, editor, traduttore, scrittore e saggista. Questo era il suo mondo; mondo di cui già percepiva il sopraggiungere di un mesto deterioramento. /// In questo libro (a cura di Nigro) ricco di documenti e note, sono raccolti trent’anni di lavoro editoriale. Per dirla alla Manganelli, si tratta di una goduriosa “bisboccia verbale”. Forse non è una lettura per tutti, ma è certamente una golosità letteraria e culturale di quelle che mandano in solluchero. Ché ora è tutta un’altra storia, caro Manga!



      Scritto da Patricija, martedì 29 agosto 2017

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    • La La vita davanti a sé di Gary Romain


      Emile Ajar c’est moi. «Mi sono davvero divertito. Arrivederci e grazie». /// Madame Rosa, grassa e vecchia prostituta ebrea, smesso il mestiere per anzianità, cresce i figli delle giovani meretrici che non vogliono vedersi sottrarre la prole dalle autorità francesi. Momò è uno di loro. Non conosce la sua età, Momò; crede d’avere dieci anni (fino al giorno in cui scoprirà che son quattordici, e di colpo sarà grande). Dimora al sesto piano di un condominio dove le vite sono policrome e le miserie monocromatiche. Un microcosmo degradato che sprigiona tuttavia una bizzarra ilarità, come beffa alla sorte che piega e mortifica. Madame Rosa ha il ritratto di Hitler sotto il letto, le ricorda d’essere scampata a un passato atroce e l’aiuta a trovare la forza per resistere ancora. E quando l’aria viene a mancare, c’è il suo cantuccio ebreo a rassicurarla. Momò, invece, ha un vecchio ombrello vestito da capo a piedi. Ha la faccia di pezza verde, gli occhi tondi e il sorriso simpatico fatti col rossetto di madame Rosa. Si chiama Arthur, e con lui raggranella qualche soldo esibendosi per le vie. Il sogno più grande di Momò è diventare un nuovo Victor Hugo e riscrivere Les miserables. Momò descrive il suo mondo sommerso, dove la vita è condivisione oltre che spirito di conservazione. Dove s’imbelletta la morte vagheggiando una parvenza d’affetto che non ha più respiro. Dove una mano tesa apre la porta ai sogni, alla speranza che un futuro migliore è possibile. Anche per gli ultimi. Quella vita davanti a sé, che attrae e, nel contempo, spaurisce. /// P.S. Il libro m’è piaciuto, ma non mi unisco al coro degli osanna. Il mio rimane un entusiasmo pacato, tiepido. Ho trovato interessante madame Rosa, il resto m’è parso un poco artificioso. E il piccolo Momò mi ha ricordato altri adolescenti della letteratura. Insomma, la solita orchessa. Ça va sans dire.



      Scritto da Patricija, venerdì 25 agosto 2017

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    • L' L' Italia al dente di Fusco Gian Carlo


      Ah, quest’italietta di maniera! Sempre un po’ fascista, e morale all’occorrenza. /// Nell’itala patria non manchi la pasta. È d’obbligo al dente, ché se la nonna comasca, risottara e socialista cuoce troppo lo spaghetto, nonno Raffaele le fa trovare un tal biglietto che recita così: “Se a pranzo trovo moscio lo spaghetto sarò altrettanto moscio anche nel letto. Se invece trovo lo spaghetto al dente sarò in letto del pari consistente!” /// E poi e poi… I tempi cambiano, gli anni si susseguono, si scrive la Storia, ma l’Italia e gli italiani son sempre quelli. Se non sciapi un po’ scaltri, maccheronici e impostori. Fra spaghetti, chitarre e tranette, pasta fritta, alla Norma e zite, matriciana e lasagne con gli uccelli, Fusco ci racconta, con la sua solita leggerezza e quella tagliente ironia che rende gustoso il piatto, l’italietta che giammai cambia. La sua penna è a tenuta di cottura garantita. Non scuoce mai. Roba da gran gourmet.



      Scritto da Patricija, domenica 20 agosto 2017

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