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Recensioni


    • Discorso dell'ombra e dello stemma. O del lettore e dello scrittore considerati come dementi di Manganelli Giorgio


      “… chi scrive e chi legge debbono amare violentemente le parole che giocano, e dove non c’è gioco di parole, equivoco, nonsense, doppio senso, omeoteleuton, semplicemente non c’è la letteratura; state sicuri che il fragore di un gioco di parole copre qualunque illusione di significato...” /// Leggerti è capitombolare in una festosa euforia. Esilarante e tragica. Un’ilarità perversa. Una mefistofelica gaiezza. Ti rendi conto, Manga? In preda alla demenza che intendi. Ché seguendo il discorso del fool non potrebbe andare diversamente. Dementi i lettori, dementi gli scrittori, dementi i critici letterari e i recensori. E la letteratura? Demente anch’essa, giacché la demenza è madre della scrittura e della letteratura. // “ Solitaria, catastrofica e totalmente felice, la letteratura ride.”// Ride. “La letteratura dello stemma ride; la letteratura dell’ombra ride.”// E anche le parole ridono. E giocano. E parlano, le parole. Affabulano e irretiscono, e “non è possibile sottrarvisi, giacché la scelta non è dello scrivente e del leggente, ma delle parole. Esse sono i demoni che affollano il mondo, e le nostre vite non avrebbero senso altrimenti, né avrebbero luogo. Notate: un lato della parola è rovente, un lato della parola è diaccio; dunque non si possono toccare; eppure, si debbono toccare. L’inferno è inaccessibile, ma è stata costruita una strada d’accesso; il cielo è supremo, ma è stata innalzata una scala vertiginosa.”// Non potremo mai possedere le parole; ma ne saremo posseduti.// L’incantesimo si rinnova. È la letteratura. Inutile e indispensabile. Hai ragione: “Si può vivere senza letteratura, purché si sia già morti” /// Ahhh!, che goduria questa mirabolante demenza. Tanto, che son tornata spesso sui miei passi per gustarla ancora. Ancora. E ancora.// Viva te, viva il fool. Viva l’ombra e viva lo stemma. Grazie. Grazie.



      Scritto da Patricija, venerdì 19 gennaio 2018

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    • Il lavoro culturale di Bianciardi Luciano


      Ogni volta che ti leggo, penso che basterebbe cambiare numeri e date e si potrebbe dire che l’hai scritto ieri. Triste. Tragicamente triste. Significa che non è cambiato niente. Cerco riparo nella tua ironia per addolcire i pensieri. Ma poi non ce la fo. Sale la rabbia e lo sconforto. Oddio, forse qualcosa è cambiato. Il lavoro culturale è diventato mercato, la politica ha perso identità. Gli stereotipi, invece, son sempre quelli. Come vedi, qualcosa è rimasto. Il peggio. Compresa la precarietà. /// E andiamo avanti, in questo paese sghembo, dove tutti scrivono e pochi leggono. E dicevi bene tu: “Forse il numero degli scrittori è pari a quello degli analfabeti, e fors’anche il problema dell’analfabetismo si potrebbe risolvere imponendo a ciascun autore di insegnare a leggere a un analfabeta, servendosi del suo libro inedito come di un sillabario.” Nessuno l’ha fatto. /// P.S. Non preoccuparti, passata la rabbia si torna a sognare e a tentare di costruire un mondo migliore.



      Scritto da Patricija, mercoledì 3 gennaio 2018

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    • Qui pro quo di Bufalino Gesualdo


      Ho scoperto un nuovo (e s-folgorante) colore: il giallo Bufalino. /// Affermava lo scrittore: “Dev’essere una sindrome di colpevolezza. Appena finisco di scrivere un libro, penso subito a giustificarmene. Stavolta no. Troppo evidente è che è scritto per gioco; ghiribizzo, capriccio, passatempo, scommessa. Non nasconde nulla. È un ghiribizzo mentale”. /// Il castigo del marmoreo Eschilo s’abbatte sull’editore (di gialli) Medardo Aquila. Ironia della sorte!, pensare che un’aquila, all’epoca, scambiando l’antico drammaturgo per un masso, l’aveva freddato fracassandogli sul cranio una testuggine. Il trapassato Medardo, anticipando il truce fattaccio, aveva redatto delle epistole per guidare le indagini future. Guidare. Si fa per dire. Aquila di nome e di fatto.// Tutti gli invitati/attori, ospiti prigionieri delle Malcontente, sfilano sul palcoscenico della residenza balneare dell’estinto. Ognuno ha la sua parte. Soprattutto lei, Esther Scamporrino, alias Agatha Sotheby, voce narrante, aspirante scrittrice, nonché segretaria dello scomparso al quale aveva da poco sottoposto il suo inedito, intitolato Qui pro quo. Lei, delusa e rancorosa, non resiste tuttavia a promuoverlo, da “pagliaccio” a “caro pagliaccio”, grazie a un “codesto” anziché “questo” in chiusura di missiva. Ché lo stile fa la differenza.// Si srotolano parole e dubbi. S’indaga, sul luogo del fattaccio disseminato d’innumerevoli rimandi e citazioni da scoprire. /// Narrazione dell’in-concludenza, divertissement che non manca di riflessioni.// Un romanzo-medicina. Ha fatto bene a lui, così come lo fa a noi.// Ah!, che bel leggere!



      Scritto da Patricija, lunedì 25 dicembre 2017

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    • Duri a Marsiglia di Fusco Gian Carlo


      Charles Fiori, giovanotto poco raccomandabile, ma serio, con Les Fleurs du Mal dentro la tasca fuggito dall’Italia fascista, trova “famiglia” nella mala calabrese che si spartisce Marsiglia con còrsi e catalani. // Carles Fiori con Baudelaire in tasca. Oltre alla Walter.// Dopo tre anni di fanfaronate e romanticherie, ferocia e illegalità Charles l’abusi lascia questa Marsiglia che odora di sesso, soldi, droga e polvere da sparo, prima che si scopra la sua vera identità e i suoi trascorsi di libertario. E comincia un’altra storia. // Lo dice lui, Charles Fiori, che un venerdì, di buon mattino, con la sua valigetta contenente il minimo degli indumenti, e Il pane di Krotpokin, Il tallone di Ferro di London e I Fiori del Male di Baudelaire uscì di casa in punta di piedi “con un po’ di struggimento nel petto” in cerca di libertà. Con in tasca il suo Les Fleurs du Mal. /// Ah, Fusco Fusco!, pensare che sei stato ignorato e poi dimenticato, così, come si beve un caffè. Merdasse, mes enfants!



      Scritto da Patricija, sabato 16 dicembre 2017

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    • La vita è uno schifo di Malet Léo


      “Jean, questo Tristano al carboncino, questo Tristano senza Isotta, che, sopra un abisso di crudeltà e di tenerezza e sopra il frastuono delle mitragliette in azione, inalbera la bandiera color sangue e notte dell’inquietudine sessuale.” (da La vie est dégueulasse, 1948). /// Jean Fraiger è un anarco-comunista. Ha due grandi sogni: distruggere il potere e conquistare Gloria, favolosa, sfuggente, sposata. Con alcuni compagni organizza una serie di rapine per finanziare la causa rivoluzionaria. E inizia il suo cammino verso il baratro. Male che genera altro male, che si nutre di se stesso, ingordo e feroce. Fino a quando per Jean sarà impossibile “ricominciare a essere un altro uomo”. / Gloria è il pensiero che batte “alle tempie, al cuore, allo stomaco”, Gloria è il sogno d’amore, è il miraggio di una vita possibile, è l’illusione di un mondo non ancora perduto. Non vede che quel mondo ancora saldo e integro è là, dove sono i minatori che rifiutano il suo denaro insanguinato, gesto che per Jean ha il sapore amaro del ripudio. La vita è uno schifo, si ripete. Rabbia e umiliazione lo spingono a nuova violenza. Arriva persino a liberarsi dei compagni diventati zavorre. Porta avanti la sua opera da solo. La vita è uno schifo, e lui è l’eterno beffato. “In questa merd* (censura del sito!) di vita ne avevo viste troppe per non desiderare di far comprendere agli altri, tramite la violenza, che un giorno avrebbero dovuto pagare salata la loro felicità a tutti quelli che non l’avevano conosciuta.” / Porta il peso di un lutto universale. È egli stesso un cimitero, afferma Jean. / “La vita è uno schifo, ma si dovrebbe poterla cambiare. È possibile?” / Sembra aprirsi uno squarcio di luce, ma è un barlume di speranza senza ombra di salvezza. /// Nera, nerissima scrittura, potente e visiva, dal ritmo asciutto e serrato. Uno scontro fra emozioni discordanti. Non avevo mai assaggiato un Malet. Tumultuoso. Spettacolare stordimento.



      Scritto da Patricija, giovedì 14 dicembre 2017

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    • Il carteggio Aspern di James Henry


      “Furfante di uno scrittorucolo!” /// La gondola scivola pigramente lungo il Canal Grande, nell’abbraccio molle e indefinibile di un’estiva notte veneziana. Non lontano c’è il palazzo grigio e rosa, un tempo certamente splendido, residenza delle signorine Bordereau: l’ultracentenaria Juliana, che fu amante e musa ispiratrice del poeta Jeffrey Aspern, e la non più giovane nipote Tina. Pare che in casa sia conservato il carteggio amoroso fra Juliana e il poeta. Quivi giunge il protagonista, critico letterario, studioso e grande estimatore di Aspern, nonché voce narrante, disposto a tutto pur di prendere possesso dell’epistolario. Riuscirà a guadagnarsi la simpatia di Tina, a farsi ammettere in casa Bordereau. Si presenterà sotto falso nome, si offrirà di pagare qualsiasi cifra pur di avere qualche stanza del palazzo in affitto. Poi inizierà il suo lavoro diabolico e sottile. /// Da una parte pare si cerchi un accordo in nome dell’arte, dall’altro in quello dell’amore. Ma a ben guardare, è solo questione di profitto personale. E il prezzo, come sempre in questi casi, è davvero alto. /// Gioiellino.



      Scritto da Patricija, giovedì 14 dicembre 2017

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    • La bella di Lodi di Arbasino Alberto


      Roberta e Franco, “figurine in un paesaggio d’estate padana”. // La Roberta appartiene a quella grassa borghesia lombarda degli anni Sessanta, quelli del boom economico, della liberazione sessuale, quando saliva il benessere e cadevano i tabù. // La Roberta è “biondissima, stupenda di figura”, ha terra e vacche, gambe lunghe e buon appetito. Cura l’azienda agro-casearia di famiglia che rende un mucchio di dané. La bella di Lodi a Milano non si sogna nemmeno di passarci l’inverno, ci va a fare shopping. E va di qua e va di là, fa un saltino sulle montagne svizzere e uno a Parigi, una puntatina a Roma e un voletto a Londra o a Montecarlo. Frequenta gente del suo ambiente in feste che s’afflosciano fra un “Ui ti!” e un “Se ghè!”. Rompe la noia al mare, la Roberta. Ci va con la sua MG rossa. Cammina col foulard in mano, adocchia un “ragazzaccio italiano brutto/bello dritto/stronzo coi capelli lunghi e le braccia grosse, vestito come viene viene, ma coi suoi jeans chiari e ben stretti da pifferaio, sdraiato al sole che dormicchia o finge di dormicchiare”. E si sdraia poco distante, sulla sabbia, e quasi s’addormenta anche lei. Chi sarebbe questo strafico col gran pacco? È il Franco che s’è cambiato nome a quindici anni neanche, perché non gli piaceva Italo. È mica un borghese lui. Macché, il Franco è proletario. Una bestia, quasi. Fa il meccanico d’auto. S’avvicina alla Roberta e con la scusa di cercare l’accendino mette le mani nella borsetta. Ma è modo? La Roberta guarda il ragazzaccio e le brucia la voglia. Dai, roba di una notte, roba da calda estate. Poi passa. Forse. Sicché, il Franco-Italo che quando è felice fa dei versi che nell’ambiente della Robi non si son mai sentiti, che è rozzo e ignorante e anche un po’ sozzo, a lei piace tanto. E un uomo in famiglia farebbe comodo. L’ha detto anche la nonna. Quella che “comanda lei”. Tuttavia il meccanico le dà tanti pensieri. Lui non spegne la tv o la radio o la luce, non chiude i rubinetti, mangia a quattro palmenti e presta i vestiti nuovi agli amici, mette via la roba sporca con quella pulita: calze, camicie, persino le mutande (ne ha un cassetto pieno di tutti i colori, compreso il modello leopardato); non vuole andare al cinema e non gli piacciono i dischi dei vecchi musical che lei adora, mentre a lui piace Massimo Morandi, esagerando Tom Jones. Soprattutto non ha il senso della proprietà, difetto massimo che si possa avere in certi ambienti. Come fa, la Roberta, a fidarsi di questo Franco dalle mani leste (non solo in quel senso), a dargli in mano gli affari? Però è bello e ha un pistolone da paura, che a farselo scappare è neanche da pensarci. Certo il Franco non c’ha riguardi in niente, ma la Robi, in fondo, gli vuol bene. Anche se gli manca il senso della proprietà. Eh, beh… // Arda lì, Arba, che bel quadretto che ci hai fatto! // P.S. La bella di Lodi, pubblicato nel 1972 è la riscrittura di un racconto apparso su “Il Mondo” nel 1960, da cui Missiroli, nel ’63, ne trasse l'omonimo film



      Scritto da Patricija, giovedì 30 novembre 2017

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    • Accoppiamenti giudiziosi 1924-1958 di Gadda Carlo Emilio


      «[...] i contratti di esclusiva sono deleteri per la pace e per l’attività di uno scrittore» scriveva Gadda a Garzanti il 4 agosto 1953. Infatti, dieci anni più tardi, nel ‘63 escono, contemporaneamente, Accoppiamenti giudiziosi per Garzanti e La cognizione del dolore per Einaudi, due editori che si detestavano e si contendevano lo scrittore. /// Tel chì, Accoppiamenti giudiziosi in diciannove portate. Lauto pasto letterario, tutto da godere. Ricchissimo e creativo; spregiudicato misto di perbenismi, vizi, virtù, tristezze, ipocrisie e tormenti ben conditi e ben serviti sull’italico piatto fra eleganti lemmi e locuzioni dialettali. C’è da bearsi! Io mi esalto a certi banchetti generosi, dissoluti, goduriosi. Infine, mentre si trastullan le papille intellettive, tra zampilli di parole e colte narrazioni, mi giunge l’eco dei “cicìc e ciciàc”. E sorrido satolla. Ahhh, ingegnere, che abbuffata! /// P.S. Splendida la postfazione di Paola Italia e Giorgio Pinotti.



      Scritto da Patricija, sabato 4 novembre 2017

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    • Xingu. Testo inglese a fronte di Wharton Edith


      Che si fondino Lunch Club per raccogliere cacciatrici di erudizione che “inseguono la Cultura in gruppo quasi fosse pericoloso affrontarla da sola”, o s’invitino le Orsic Dane di turno, scrittrici dall’ego espanso e dal dubbio talento; oppure si levino in coro le voci delle varie signore e signorine Ballinger, Plinth, Glyde, Van Vluyck, Leveret, in vuoti discorsi e insulsi commenti, finché esisterà una Fanny Roby che dichiara candidamente d’aver appena letto Trollope ma nessun’opera della scrittrice del momento, che crea scompiglio e demolisce il castello del nulla parlando di Xingu, saremo al sicuro. /// Mrs Wharton, mi sono proprio divertita. Poche pagine di cattiveria pura. Xingu!



      Scritto da Patricija, sabato 7 ottobre 2017

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    • Il Don Chisciotte di Citati Pietro


      Citati ci accompagna nel “capolavoro di sogno e di fumo”.// Ed è il viaggio in un mondo dove tutto è vero e falso, dove “il vero, senza cessare di essere vero, è assolutamente falso, e dove il falso, senza cessare di essere falso, è assolutamente vero”.// È il viaggio nell’ambiguità, dove ciò che pare forse non è, dove follia e saggezza s’incontrano sull’esile linea di confine.// È il viaggio alla scoperta di personaggi che una volta conosciuti s’imprimono indelebilmente nella memoria.// È il viaggio, è l’omaggio, è un atto d’amore per questo cristo tragico e farsesco ch’è l’incommensurabile cavaliere dalla trista figura. Personaggio senza fine.// È il viaggio in un romanzo ch’è se stesso e altri mille e mille ancora.// Chi non avesse trovato finora un buon motivo per leggere Don Chisciotte, si affidi alle pagine di Citati. Il resto verrà da sé.



      Scritto da Patricija, sabato 30 settembre 2017

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